Taranto, XX° Festival Paisiello 2022: “La Claudia vendicata”

Taranto, XX° Festival Giovanni Paisiello 2022
“LA CLAUDIA VENDICATA”
Farsa per musica in un atto su libretto di Francesco Cerlone.
Musica di Giovanni Paisiello
Pollecenella DOMENICO COLAIANNI
Carmosina VALERIA LA GROTTA
Claudia TINA D’ALESSANDRO
Bianchina ANNA ROBERTA SORBO
Marioletta DONATELLA DE LUCA
Don Camillo STEFANO COLUCCI
Coviello CARMINE GIORDANO
Mago ALBERTO COMES
Trafichino FRANCESCO AMODIO
Orchestra barocca del “Giovanni Paisiello Festival”
Direttore e maestro al cembalo Iason Marmaras
Regia, scene, costumi e disegno luci Piero Mastronardi
Coreografie Venere Turi
Taranto, 20 ottobre 2022
Con la sua ventesima edizione il Giovanni Paisiello Festival di Taranto è tornato a mettere in scena un melodramma paisielliano: La Claudia vendicata, spassosa farsa in un atto dove cinque personaggi su nove parlano in lingua napoletana dando vita a un’intricata vicenda di amori rifiutati e poi ritrovati, ammiccante alle Mille e una notte e ai meccanismi tipici della fiaba. È solo, infatti, con l’aiuto della bacchetta magica di un mago uscito da un’antica anfora che Pulcinella e Claudia, abbandonati dai rispettivi fidanzati (la pescivendola Carmosina e il nobile Camillo) realizzano il loro sogno d’amore, costringendo gli ‘ex’ a tornare sui propri passi. A nulla valgono le trame dell’astuto Coviello, i toni scanzonati degli artisti di strada Marioletta e Trafichino (anche loro in crisi di coppia) o le avances della maliziosa maccheronara Bianchina che cerca di accalappiare ogni uomo che passa. C’è materia degna della migliore commedia all’italiana, così come tante gag ricordano quelle dei film di Totò. Del resto, gran parte della moderna comicità partenopea affonda le radici in questa scrittura scenica dove l’eredità di Basile e Trinchera si fa sentire fortemente. L’ottimo regista Piero Mastronardi, che qui firma anche scene, costumi (di foggia tardo ottocentesca) e le luci, ne è ben consapevole e declina questa pazza stratificazione di elementi narrativi come se sgorgasse durante il sonno tormentato di Pulcinella (che alla fine dell’opera si sveglierà dal suo letto sul proscenio). La complessità di questa azzeccata idea registica – resa con l’aiuto di bellissime videoproiezioni (a volte quadri con citazioni caravaggesche, altre volte puri effetti di shock visivo), e d’un gruppo di figuranti e danzatori guidati dalla brava Venere Turi – conduce a una vera e propria fantasmagoria, lontana dallo scontato bozzetto oleografico ma al tempo stesso allusiva a elementi identitari della città tarantina: il delfino evocato da Claudia con la verga magica ne è il simbolo, come anche la ‘zoca’ di cozze appesa alla parete di Carmosina; gli spiriti che trasportano gli amanti infedeli sul cratere del Vesuvio indossano i cappucci dei devoti della precessione della Settimana Santa. Oltre all’uso intelligente di questi elementi visivi il regista ha colto in modo perfetto il ‘ritmo mimetico’ del dramma, quanto mai intricato a motivo delle duplicazioni di situazioni (il doppio ricatto verso i due ex amanti) e dei momenti di ardua realizzazione scenica (come quello dell’invisibilità dei protagonisti che dileggiano gli astanti). Estendendo alla platea lo spazio agito dai cantanti e giocando sia su un doppio livello dietro al proscenio, sia su una quinta praticabile come quelle dei comici dell’arte, Mastronardi ha creato una triangolazione funzionale al dinamismo serrato dei dialoghi (resi più comprensibili dai provvidenziali sopratitoli). In ciò è stato supportato da un l bel gioco di luci e dalla fluente direzione al cembalo di Iason Marmaras, a capo di un’orchestra barocca di 15 elementi molto agile nel realizzare il continuo, fantasiosa nell’arricchirlo di diminuzioni e diversificata nei timbri dei bassi (con il contrabbasso e violoncello, c’era la tiorba e la chitarra barocca; Paisiello ci ha messo del suo inserendo in partitura un salterio). Il cast ha colpito per la competenza con cui ha affrontato questioni di lingua e di stile. Il Pulcinella di Domenico Colaianni è stato ruvido e al tempo stesso malinconico, come esige quella maschera così sfaccettata. Il baritono barese, a suo agio con la melodrammaturgia dell’opera comica del secondo Settecento per le tante esperienze svolte nei teatri di tutt’Italia da più di un trentennio, ha offerto una prova canora e attoriale impeccabile. Teatralissima anche Valeria La Grotta alle prese con Carmosina, il personaggio quasi sempre in scena, che con voce ben proiettata e dal timbro prezioso ha modulato a meraviglia il continuo passaggio dal registro comico (l’aria di presentazione in cui vende il pesce) a quello patetico (l’addio al padre), mescolati fin dalla prima apparizione nella “cavatina a due” con Pulcinella. Ottima anche la prova di Tina d’Alessandro nella parte eponima: un soprano più scuro, adeguato al personaggio sentimentale, ricco negli armonici e di grande presenza scenica. Stefano Colucci esibisce una splendida voce di tenore, piena ma sempre ben misurata sullo stile “di grazia” tipico dell’amoroso dell’opera buffa; è nobile nel portamento ma sa diventare esilarante nei momenti in cui è vessato dalla magia. Carmine Giordano è un Coviello perfetto sia sul piano attoriale (è intrigante al punto giusto e ostenta snobismo) sia su quello vocale per la ricchezza volumetrica della sua bellissima voce baritonale. Un fuoriclasse anche il basso Alberto Comes, qui alle prese con la parte del mago (una specie di Poseidone visto che a pochi metri stanno le colonne doriche del suo tempio). Squisita per aderenza ai personaggi e per adeguatezza allo stile di canto del secondo ‘700 la prova dei personaggi di fianco: le brave e graziosissime Anna Roberta Sorbo (Bianchina) e Donatella De Luca (Marioeltta) e il delicato Francesco Amodio (Trafichino). Dello spettacolo l’editore bolognese Bongiovanni curerà un DVD, ottima scelta per conservare la memoria di uno spettacolo di rara perfezione. Foto Pierfrancesco La Fratta

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