Como, Teatro Sociale:”La Gioconda”

Como, Teatro Sociale, Stagione Lirica 2022/23
LA GIOCONDA”
Melodramma in quattro atti su libretto di Tobia Gorrio (Arrigo Boito)
Musica di Amilcare Ponchielli
La Gioconda REBEKA LOKAR
Laura Adorno TERESA ROMANO
La Cieca AGOSTINA SMIMMERO
Enzo Grimaldo ANGELO VILLARI
Alvise Badoero SIMON LIM
Barnaba ANGELO VECCIA
Zuane ALESSANDRO ABIS
Isepo FRANCESCO PITTARI
Un Cantore FRANCESCO AZZOLINI
Un Pilota MAURIZIO PANTÒ
Un Barnabotto NICOLÒ RIGANO
Una Voce DARIO RIGHETTI
Un’altra Voce JACOPO BIANCHINI
Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Coro di Voci Bianche A.LI.VE.
Direzione Francesco Ommassini
Maestro del Coro UlisseTrabacchin
Maestro del Coro di Voci Bianche Paolo Facincani
Scene e Regia Filippo Tonon
Costumi Filippo Tonon e Carla Galleri
Luci Fiammetta Baldiserri
Coreografia Valerio Longo
Coproduzione Teatri di OperaLombardia, Fondazione Arena di Verona, Teatro Sloveno di Maribor, Teatro Bellini di Catania
Como, 10 novembre 2022
Nel repertorio d’opera nostrano, forse non ce ne siamo mai accorti, c’è un quarantennio del Secondo Ottocento in cui l’unico compositore che prendiamo in considerazione è Verdi: le opere composte fra il 1850 e il 1890 da altri compositori, infatti, sono state sicuramente oscurate dalla stagione d’oro del genio di Busseto, ma anche da una certa critica (ancora oggi) d’ispirazione risorgimentale. Quante opere di Cagnoni, di Marenco o di Ponchielli troviamo nei nostri teatri? Questa non è “ingiusto” solo sul piano artistico-personale, ma anche culturale, giacché, lo sappiamo, l’originalissimo stile verdiano era molto restio nell’aderire alle correnti del suo tempo – una su tutte, il Decadentismo, che in Italia, negli anni Sessanta e Settanta si espresse nella Scapigliatura. Esiste, l’opera italiana decadente? O esiste solo il verbo postromantico verdiano? In un ideale dialogo tra generi artistici, le opere del Verdi maturo risuonano col Prati, con l’Aleardi, col Mastriani, e quando irrompe il già attempato Boito nella sua vita, si convergerà sul sempreverde Shakespeare, già classico. Tuttavia proprio ad Arrigo Boito dobbiamo le uniche due opere effettivamente scapigliate ancora oggi in circolazione: il “Mefistofele”, con musica dello stesso poeta, andato in scena per la prima volta nel 1868, e “La Gioconda” di Ponchielli, datata 1876 – nove anni prima di “Otello”. Senza dilungarci oltre sulla effettiva statura del poeta (sulla quale anche la critica ha iniziato negli ultimi anni ad accendere un faro), è innegabile che queste due opere corrispondano ad un Boito ancora ardimentoso, nemmeno troppo velatamente nichilista, intento ad épater les bourgeois; fu questo, infatti, il punto dolente della collaborazione col posapiano timorato Ponchielli, che per tutto il tempo si lamenterà con l’illuminato Ricordi del libretto, drammaturgicamente troppo audace – adulterio legittimato, protagonista suicida e polizia corrotta non erano certo temi che all’Italia umbertina potessero andare a genio. Ad oggi, nemmeno troppo paradossalmente, sono però proprio questi aspetti a rendere “La Gioconda” un’opera ancora affascinante, un unicum nel suo genere, in cui la partitura rincorre un libretto rocambolesco e dai sentimenti impuri – tutte cose che trent’anni più tardi renderanno “Tosca” un capolavoro ed un successo. Date queste premesse, non possiamo che apprezzare, dunque, la scelta di Filippo Tonon di ambientare “La Gioconda” all’epoca della sua composizione e in una Venezia molto poco vedutista e più simile a quella di “Senso” (del fratello di Boito, Camillo), così come di costruire una regia che aderisca al modello letterario più che al nostro gusto – una regia quasi grandguignolesca, con esplosioni e incendi in scena, la Cieca picchiata davanti a tutti, Gioconda in mascherina di pizzo nera e Barnaba necrofilo che sulle ultime note si struscia morboso sulla defunta protagonista. C’è chi si lamenta di tutto questo grottesco, ma evidentemente non sa cosa fosse l’immaginario scapigliato, o non lo apprezza. Considerata la rarità dell’opera sui palcoscenici italiani, noi non avremmo potuto chiedere di meglio – unico neo: perché non far danzare la Danza delle Ore in stile ottocentesco, con punte e tutù sotto il ginocchio, invece che su un’anonima  coreografia contemporanea (curata da Valerio Longo)? Ci sarebbero piaciute delle belle ballerine adorne di frutta e ortaggi, piuttosto che le tre performer d’ordinanza; così come i costumi (a cura di Tonon e di Carla Galleri), specie quelli dei religiosi, forse avrebbero meritato un’attenzione in più; peccato. La compagnia di canto ha raggiunto risultati generalmente molto apprezzabili: siamo lieti di ritrovare in Rebeka Lokar il soprano drammatico che abbiamo consciuto anni fa: potente ed elegante, abile fraseggiatrice, la sua è una Gioconda apprezzabile e coinvolta scenicamente, oltre che sapientemente omogenea; parimenti Teresa Romano sa costruire una Laura Adorno fragile e dolente, anche se forse un po’ opaca nel registro acuto: il duetto del secondo atto (specie il cantabile “Laggiù nelle nebbie remote”) sa metterne in luce il bel nitore vocale, mentre il terzo atto ne scopre i centri cupi e volitivi; anche La Cieca di Agostina Smimmero fa confluire nell’interpretazione un grande impegno scenico e una prova vocale di tutto rispetto, marcata dal fraseggio ben calibrato del timbro contraltile, specie nella struggente romanza “Voce di donna o d’angelo”; Angelo Villani (Enzo Grimaldo) è senza dubbio il più applaudito della serata, con scene di autentica adorazione sugli applausi finali: non possiamo che unirci a questo entusiasmo, di fronte a un ruolo tanto grande affrontato tutto con attentissima dedizione, linea di canto morbidissima sorretta da una vocalità ampia e naturale, capace di acuti svettanti come di teneri portamenti, e per questo vera chiave risolutrice dei molti duetti. Il Barnaba di Angelo Veccia è pure ben sorretto vocalmente, con i pregi e i difetti che già altre volte abbiamo riscontrato nel baritono romano: voce grande e di notevole estensione, ma dai suoni non sempre a fuoco, ben compensati da una spontanea intelligenza scenica che, tuttavia, rischia di sfociare in gigioneria; avremmo preferito un Barnaba un filo meno sopra le righe e più vocalmente partecipe del ruolo. Simon Lim (Alvise Badoero) rivela gravi molto autoritari e una buona linea di canto, così come prove efficaci sanno dare Alessandro Abis (Zuane) e Francesco Pittari (Isepo). Corretti gli altri ruoli interpretati da artisti del Coro della Fondazione Arena, che ha saputo imporsi come la presenza più affascinante, sia per l’efficace coesione vocale che per l’oneroso impegno scenico. La performance meno convincente della serata è stata quella del maestro Francesco Ommassini, che non solo ha proposto una direzione alquanto generica, ma non ha saputo far mordere il freno alle masse, spesso in anticipo o ritardo, né agli interpreti (come nel Finale terzo). Sebbene il pubblico comasco durante gli intervalli si esprima con asprezza nei suoi confronti, sul finale calorosi applausi sono a tutti riservati. Bene così.

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