Torino, Teatro Regio: “Manon Lescaut”

Torino, Teatro Regio, Stagione d’opera 2024-2025 ‒ Manon Manon Manon
MANON LESCAUT
Dramma lirico in quattro atti, dal romanzo Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut di Antoine François Prévost
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut ERIKA GRIMALDI
Renato Des Grieux ROBERTO ARONICA
Lescaut ALESSANDRO LUONGO
Geronte di Ravoir CARLO LEPORE
Edmondo GIUSEPPE INFANTINO
Il maestro di ballo e Un lampionaio DIDIER PIERI
Un musico REUT VENTORERO
Sergente degli arcieri e L’oste JANUSZ NOSEK
Il comandante di marina LORENZO BATTAGION
Madrigalisti PIERINA TRIVERO, MANUELA GIACOMINI, GIULIA MEDICINA, DANIELA VALDENASSI
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Renato Palumbo
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Regia Arnaud Bernard con la collaborazione di Marina Bianchi
Scene Alessandro Camera
Costumi Carla Ricotti
Luci Fiammetta Baldiserri
Movimenti coreografici Tiziana Colombo
Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 1 ottobre 2024 (inaugurazione della stagione d’opera)
La serata dell’1 ottobre scorso, al Teatro Regio di Torino, ha segnato, in un certo senso, due inizi e una conclusione. Da un lato è stata l’inaugurazione della stagione d’opera e, al contempo, del progetto “Manon Manon Manon”, che apre il cartellone torinese con un focus su un soggetto (le vicende narrate dall’Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut dell’abbé Prévost) che ispirò numerosi musicisti in epoche diverse: le tre principali opere da esso tratte nel corso del XIX secolo (Auber, Massenet e Puccini) si alterneranno infatti per tutto questo mese sul palcoscenico del Regio. Dall’altro, ha segnato la conclusione dell’omaggio a Puccini, che ha caratterizzato la programmazione torinese nell’ultimo biennio, in occasione del centenario della morte del compositore. Se, circa l’omaggio a Puccini, si può deplorare che si concluda senza includere tutti i suoi titoli operistici (l’esiguità numerica del catalogo lo avrebbe consentito), l’originalità del’accostamento delle “tre Manon” è indice di una progettualità forte che è valsa al Regio l’attenzione dei melomani di tutta Europa. Per conferire maggiore unitarietà al trittico, si è scelto di affidarne la regia a un unico artista, Arnaud Bernard, che ha adottato un’ottica cinematografica: cioè, ha deciso di leggere le vicende delle tre opere con gli occhi del cinema francese di tre differenti epoche. Anche se solo la visione di tutti e tre gli spettacoli permetterà di esprimere un giudizio compiuto sul progetto registico, dopo il titolo pucciniano si può affermare che “leggere con gli occhi” sia effettivamente l’espressione più appropriata per definire l’approccio di Bernard al rapporto tra cinema e teatro d’opera. Non si vede infatti un’opera trasformata in film, né l’allestimento di un set cinematografico, né un’ambientazione posposta agli anni 1930 stricto sensu (il riferimento cinematografico per Manon Lescaut di Puccini è stato individuato nel realismo poetico delle pellicole di quel periodo); o, meglio, questi elementi ci sono, ma disposti in una combinazione libera che dice suggestioni ed evocazioni più che coerenza narrativa, e sono accostati alla proiezione di spezzoni di alcuni capolavori cinematografici in cui si rispecchiano le vicende degli amanti di Prévost. Proiezioni accortamente studiate, ma che rischiano di essere l’elemento più peculiare e al contempo più critico dello spettacolo, perché in alcuni punti ‒ segnatamente, la successione di baci cinematografici durante l’intermezzo, e soprattutto la sovrapposizione del film Manon di Clouzot all’ultimo atto ‒ catalizzano lo spettatore togliendo centralità drammaturgica alla partitura. Sul fronte musicale, la direzione di Renato Palumbo ha garantito una buona tenuta della rappresentazione su tutti i fronti, avvalendosi delle ottime compagini sinfonico-corali del teatro torinese (al Coro spetta un particolare plauso per la cura posta all’interpretazione, manifestatasi in particolare nell’ironia del passo che conclude il primo atto); e, se le dinamiche orchestrali sono state talvolta un po’ sbilanciate sul forte, in specie nel II atto, del quale si sono perse alcune finezze, non è mancato il pathos che caratterizza la lettura pucciniana delle vicende di Manon Lescaut. Prima delle tre (anzi, sei, contando i cast alternativi) protagoniste di questo monumentale trittico operistico è il soprano astigiano Erika Grimaldi, che ha dato rilievo plastico alla figura di Manon mettendone in luce le varie sfaccettature di carattere con un fraseggio curato che poggia su una tecnica sicura, anche se le sfumature dei primi due atti non hanno la stessa icasticità della passionalità disperata che prende via via il sopravvento nel corso della recita (anche con qualche tratto marcatamente espressionista che pare eccessivo ma non manca di trascinare il pubblico in applausi convinti). Il tenore Roberto Aronica, quale Des Grieux (ruolo improbo per la mancanza di proporzione tra la sua difficoltà e le gratificazioni che può dare), preme il pedale sul versante passionale e volitivo, rischiando di dare una lettura un po’ monocromatica al personaggio: i momenti più riusciti risultano pertanto essere quelli più disperati degli ultimi due atti. Le voci gravi, entrambe di timbro tendenzialmente chiaro, hanno completato con grande efficacia il quartetto delle prime parti. Il basso Carlo Lepore è un Geronte di Ravoir vocalmente più a piombo nel primo che nel secondo atto (al termine del quale, per licenza registica, viene ucciso da Manon) ma sempre perspicuo nell’esprimere il carattere lubrico e sarcastico del tesoriere. Il ruolo di Lescaut calza a pennello al baritono Alessandro Luongo, che si trova a proprio agio tra gli slanci di generosità e le pieghe meschine del fratello della protagonista. Meritano almeno una menzione le seconde parti, tra le quali hanno trovato spazio anche diversi artisti del Regio Ensemble e del Coro: Giuseppe Infantino (Edmondo), Didier Pieri (Un lampionaio e Il maestro di ballo), Reut Ventorero (Un musico), Janusz Nosek (Sergente degli arcieri e L’oste), Lorenzo Battagion (Il comandante di marina), e i quattro madrigalisti en travesti (Pierina Trivero, Manuela Giacomini, Giulia Medicina, Daniela Valdenassi). Hanno nel complesso ben coronato la distribuzione, garantendo un successo vivo e privo di contestazioni a una produzione che, se non altro per l’originalità del progetto in cui si inserisce, sarà ricordata a lungo dagli appassionati torinesi. Foto Simone Borrasi