Milano, Palazzo Reale: “Valerio Berruti. More than kids”

Milano, Palazzo Reale
VALERIO BERRUTI. MORE THAN KIDS
curata da Nicolas Ballario
promossa dal Comune di Milano – Cultura, è prodotta e organizzata da Palazzo Reale e Arthemisia, in collaborazione con Piuma e con il sostegno della Fondazione Ferrero
Milano, 21 luglio 2025

Quando si accumulano nella medesima mostra affreschi, sculture monumentali, video-animazioni, caroselli sonori e colonne sonore firmate da Ludovico Einaudi, Rodrigo D’Erasmo, Samuel dei Subsonica e Daddy G dei Massive Attack, il sospetto che la forma prevalga sulla sostanza non può che insinuarsi. La mostra Valerio Berruti. More than kids, ospitata a Palazzo Reale di Milano dal 22 luglio 2025, si presenta come un viaggio immersivo nell’universo dell’artista albese, ma si rivela soprattutto una sapiente operazione di estetizzazione sentimentale, costruita su una poetica dell’innocenza che rischia di trasformarsi in retorica dell’infantilismo. Valerio Berruti ha indubbiamente sviluppato un linguaggio riconoscibile, asciutto, coerente: figure infantili stilizzate, rese con la tecnica antica dell’affresco su supporti contemporanei, delineano un immaginario sospeso, apparentemente fuori dal tempo. Tuttavia, dietro questa coerenza grafica si cela una ripetitività strutturale che svuota le opere di reale ambiguità, riducendo il bambino – e l’infanzia in senso più lato – a feticcio visivo, oggetto di identificazione collettiva tanto immediata quanto irriflessa. Il sottotitolo stesso dell’esposizione, More than kids, suggerisce l’intenzione di oltrepassare il dato anagrafico per accedere a un orizzonte simbolico. Ma ciò che dovrebbe porsi come interrogazione critica si risolve, nella maggior parte dei casi, in un compiacimento formale. Le opere non sfidano l’osservatore, lo cullano; non pongono domande, suggeriscono risposte emotive già confezionate. Non c’è conflitto, non c’è scandalo, non c’è nemmeno malinconia autentica: solo un’estetica pulita, levigata, priva di asperità. Le grandi installazioni, come La giostra di Nina – monumentale carosello animato dalla musica di Ludovico Einaudi – o la scultura Don’t let me be wrong, collocata nel cortile di Palazzo Reale e accompagnata da un cortometraggio sonorizzato da Daddy G e Stew Jackson, si inseriscono in una logica immersiva dove lo spettatore è invitato a partecipare, a “salire” letteralmente sulle opere. Ma si tratta di un’interattività che non rompe, bensì rafforza il meccanismo spettacolare: lo spettatore non è più osservatore critico, ma fruitore passivo di un’esperienza sensoriale perfettamente coreografata. Le video-animazioni Lilith e Cercare silenzio, con le musiche rispettivamente di Rodrigo D’Erasmo e Samuel Romano, si collocano sulla stessa linea: la leggerezza dei disegni in sequenza, pur animati da una grazia artigianale, si combina con un uso sonoro fortemente narrativo, che tende a ingabbiare il senso dell’opera in una sola direzione interpretativa. Anche i lavori precedenti, musicati da Paolo Conte o Ryuichi Sakamoto, confermano questa tensione tra immediatezza visiva e costruzione sentimentale. Le figure di Berruti, per quanto sospese, non sono mai ambigue. Sono bambini “belli” nel senso più disarmante del termine: silenziosi, assorti, eleganti nella loro monocromia. Ma è proprio questa bellezza senza incrinature a destare perplessità. L’infanzia, nella storia dell’arte, è stata terreno di una pluralità di rappresentazioni, dal crudele realismo di Goya ai bambini spettinati e ruvidi di Cézanne, fino ai piccoli proletari graffiati dalla luce di Pasolini. Berruti ne offre invece una versione idealizzata, levigata, museale. Nel percorso espositivo si incontrano anche riferimenti a temi d’attualità – come il cambiamento climatico, evocato in Nel silenzio, dove tre bambine giacciono su una terra arida – ma si tratta di allusioni deboli, non sufficienti a generare uno scarto reale. L’opera resta subordinata alla sua funzione emotiva: colpire, commuovere, rassicurare. Anche qui, il bambino non è figura tragica, ma simulacro estetico. La monumentalità non aiuta. Quando l’infanzia viene ingigantita sino a occupare spazi pubblici e museali con sculture alte metri, il rischio è che perda proprio ciò che dovrebbe renderla significativa: la sua fragilità, la sua dimensione intima, la sua ambivalenza. La scala diventa dichiarazione, non interrogazione. E la narrazione curatoriale – che insiste sul “viaggio emotivo”, sulla “poetica universale”, sulla “partecipazione del pubblico” – contribuisce ad amplificare una retorica dell’empatia che pare sempre più al servizio di un intrattenimento culturale a bassa intensità critica. Nicolas Ballario, curatore del progetto, definisce Berruti un “regista che, stanza dopo stanza, tocca tutti i grandi temi della contemporaneità”. Ma il paragone, azzardato, non regge. La regia presuppone uno scarto, una visione stratificata, una regola di montaggio che metta in discussione la continuità delle immagini. Qui, al contrario, la mostra procede per iterazione, per accumulo di segni sempre simili, quasi timorosa di spezzare l’incantesimo. La stessa serialità – cifra dominante nella produzione dell’artista – anziché generare una grammatica, finisce per costruire una lingua chiusa. Ogni figura rimanda alla precedente, ogni gesto si replica, ogni composizione riecheggia le altre. L’effetto è ipnotico, ma anche statico. Non si cresce, non si cade, non si sbaglia. Non si cambia. Valerio Berruti è artista abile, dotato di controllo tecnico, capace di suscitare emozione in un pubblico vasto. Ma proprio questa sua capacità, portata al massimo grado, rischia di trasformarsi in maniera. Dietro l’apparente innocenza dei suoi soggetti si cela una sapiente costruzione iconografica che ha il suo modello non tanto nella pittura, quanto nella comunicazione visiva delle campagne educative e promozionali: linee morbide, colori desaturati, posture assortite. Un’estetica del consenso, più che della provocazione. In un tempo che reclama nuovi linguaggi e nuove forme di pensiero, More than kids sembra suggerire, paradossalmente, una fuga nel già visto, nel già sentito, nel già approvato. L’infanzia, che dovrebbe aprire mondi, qui li chiude in un’estetica decorosa. E se davvero, come afferma il titolo, c’è qualcosa “more than kids”, forse è proprio questo: la nostalgia addomesticata di un passato che non è mai esistito. Photocredit Tino Gerbaldo