Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera 2024/25
“NORMA”
Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani da “Norma, ou L’infanticide” di Louis-Alexandre Soumet
Musica Vincenzo Bellini
Musica Vincenzo Bellini
Norma MARINA REBEKA
Pollione FREDDIE DE TOMMASO
Adalgisa VASILISA BERZHANSKAYA
Oroveso MICHELE PERTUSI
Flavio PAOLO ANTOGNETTI
Clotilde LAURA LOLITA PEREŠIVANA
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Olivier Py
Scene e Costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Coreografia Ivo Bauchiero
Nuova produzione Teatro alla Scala di Milano
Milano, 04 luglio 2025
La nuova produzione scaligera di “Norma” si fregia di un cast per lo più sontuoso: Fabio Luisi è un direttore di spiccata personalità, di quelli che spesso dividono i giudizi; a noi il suo temperamento mordace, il controllo precisissimo dei volumi, la naturale maestria con cui tiene insieme l’orchestra e valorizza le voci in scena,
piacciono molto, soprattutto quando si tratta del repertorio belcantistico. Marina Rebeka è una Norma marcatamente lirica, più dolente che rancorosa, con momenti di morbidezza celestiale, non alieni a una certa cupa introspezione. La sua “Casta diva” è di quelli che si fanno ricordare, ma anche nei duetti con Adalgisa emergono le grandi qualità del soprano lettone: oltre all’indubbia qualità del timbro, la linea di canto è omogenea su tutta l’ampia estensione così come il fraseggio è sempre attento e coinvolgente. Accanto a le l’Adalgisa di Vasilisa Berzhanskaya che domina agevolmente il ruolo con un fraseggio ben cesellato e presenza scenica fascinosa: Il mezzosoprano russo si conferma una delle migliori scoperte degli ultimi anni. Michele Pertusi pure riconferma le sue doti e la sua grande consapevolezza: il basso è un Oroveso calibratissimo e piacevolmente azzimato, che sa spendersi in un fraseggio attento, senza mai forzare. Pure i ruoli di
Flavio (Paolo Antognetti) e Clotilde l’allieva dell’Accademia scaligera Laura Lolita Perešivana) ci sono parsi ben calibrati con dizioni sicure e voci qualitativamente valide. Purtroppo non si può dire altrettanto del Pollione di Freddie De Tommaso. Forse il cantante non era in serata, ma quello che si è sentito è un suono tendenzialmente opaco che fatica a emergere dall’orchestra e spesso è soverchiato dagli altri interpreti. L’emissione di Di Tommaso è sempre tesa, nervosa e così la prova del cantante è pesantemente contestata dal pubblico che invece si era mostrato assai generoso di applausi verso il resto del cast. Convince
pienamente anche il Coro scaligero (diretto dal maestro Alberto Malazzi), in particolare in “Guerra! Guerra!”. Per quanto riguarda l’allestimento di Pierre-André Weitz, ben poco siamo riusciti a vedere, come al solito, dal palco stampa: capiamo che la vicenda è spostata durante le Guerre d’Indipendenza italiane (come già fece Berloffa nel 2021), ma poi le stanze di Norma e Adalgisa sono come camerini da dive Anni Trenta, e al finire del primo atto viene proiettata la celebre foto della Scala bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale; altre volte il praticabile rotante su cui si svolge larga parte dell’azione rivela una struttura a ponteggi
industriale, altre ancora uno scalone dorato. Insomma, un vasto assortimento che ci confonde, pur non mancando di fascino. La regia di Olivier Py, invece è tanto discreta da sembrare inesistente: i cantanti per lo più cantano senza relazionarsi, fronte al pubblico in proscenio, accompagnandosi a gesti di prammatica – il coro pure è lasciato un po’ a sé stesso, con entrate e uscite approssimative e congestionate. Da una produzione della Scala, a dirla tutta, ci saremmo aspettati qualcosa di più coraggioso e meno generico, che non si reggesse unicamente sul piano musicale, tanto più che il titolo si presta davvero a molte aperture e interpretazioni. Un’occasione mancata. Foto Brescia & Amisano
La nuova produzione scaligera di “Norma” si fregia di un cast per lo più sontuoso: Fabio Luisi è un direttore di spiccata personalità, di quelli che spesso dividono i giudizi; a noi il suo temperamento mordace, il controllo precisissimo dei volumi, la naturale maestria con cui tiene insieme l’orchestra e valorizza le voci in scena,
piacciono molto, soprattutto quando si tratta del repertorio belcantistico. Marina Rebeka è una Norma marcatamente lirica, più dolente che rancorosa, con momenti di morbidezza celestiale, non alieni a una certa cupa introspezione. La sua “Casta diva” è di quelli che si fanno ricordare, ma anche nei duetti con Adalgisa emergono le grandi qualità del soprano lettone: oltre all’indubbia qualità del timbro, la linea di canto è omogenea su tutta l’ampia estensione così come il fraseggio è sempre attento e coinvolgente. Accanto a le l’Adalgisa di Vasilisa Berzhanskaya che domina agevolmente il ruolo con un fraseggio ben cesellato e presenza scenica fascinosa: Il mezzosoprano russo si conferma una delle migliori scoperte degli ultimi anni. Michele Pertusi pure riconferma le sue doti e la sua grande consapevolezza: il basso è un Oroveso calibratissimo e piacevolmente azzimato, che sa spendersi in un fraseggio attento, senza mai forzare. Pure i ruoli di
Flavio (Paolo Antognetti) e Clotilde l’allieva dell’Accademia scaligera Laura Lolita Perešivana) ci sono parsi ben calibrati con dizioni sicure e voci qualitativamente valide. Purtroppo non si può dire altrettanto del Pollione di Freddie De Tommaso. Forse il cantante non era in serata, ma quello che si è sentito è un suono tendenzialmente opaco che fatica a emergere dall’orchestra e spesso è soverchiato dagli altri interpreti. L’emissione di Di Tommaso è sempre tesa, nervosa e così la prova del cantante è pesantemente contestata dal pubblico che invece si era mostrato assai generoso di applausi verso il resto del cast. Convince
pienamente anche il Coro scaligero (diretto dal maestro Alberto Malazzi), in particolare in “Guerra! Guerra!”. Per quanto riguarda l’allestimento di Pierre-André Weitz, ben poco siamo riusciti a vedere, come al solito, dal palco stampa: capiamo che la vicenda è spostata durante le Guerre d’Indipendenza italiane (come già fece Berloffa nel 2021), ma poi le stanze di Norma e Adalgisa sono come camerini da dive Anni Trenta, e al finire del primo atto viene proiettata la celebre foto della Scala bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale; altre volte il praticabile rotante su cui si svolge larga parte dell’azione rivela una struttura a ponteggi
industriale, altre ancora uno scalone dorato. Insomma, un vasto assortimento che ci confonde, pur non mancando di fascino. La regia di Olivier Py, invece è tanto discreta da sembrare inesistente: i cantanti per lo più cantano senza relazionarsi, fronte al pubblico in proscenio, accompagnandosi a gesti di prammatica – il coro pure è lasciato un po’ a sé stesso, con entrate e uscite approssimative e congestionate. Da una produzione della Scala, a dirla tutta, ci saremmo aspettati qualcosa di più coraggioso e meno generico, che non si reggesse unicamente sul piano musicale, tanto più che il titolo si presta davvero a molte aperture e interpretazioni. Un’occasione mancata. Foto Brescia & Amisano