Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2024/25
“ROBERTO DEVEREUX”
Tragedia lirica in tre atti su libretto di Salvadore Cammarano, dalla tragedia “Élisabeth d’Angleterre” di Jacques-François Ancelot
Musica di Gaetano Donizetti
Elisabetta ROBERTA MANTEGNA
Lord duca di Nottingham NICOLA ALAIMO
Sara ANNALISA STROPPA
Roberto Devereux ISMAEL JORDI
Lord Cecil ENRICO CASARI
Sir Gualtiero Raleigh MARIANO BUCCINO
Un cavaliere GIACOMO MERCALDO
Un familiare di Nottingham CIRO GIORDANO ORSINI
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Riccardo Frizza
Regia Jetske Mijnssen
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Scene Ben Baur
Costumi Klaus Bruns
Luci Cor van den Brink
Drammaturgia Luc Joosten
Coproduzione del Teatro di San Carlo, Dutch National Opera, Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia
Napoli, 19 luglio 2025
Al Teatro di San Carlo, va in scena Roberto Devereux: tragedia lirica in tre atti di Gaetano Donizetti. Lo sviluppo teatrale dell’opera appare soprattutto determinato da una costruzione scenografica fortemente «moderna» – progettata da Ben Baur –, che tende a smorzare, almeno «visivamente», l’irrimediabile «tragicità» del capolavoro teatrale donizettiano. La «sala terrena nel Palagio di Westminster» assume, nell’atto primo, la forma di un’elegante camera da letto – così ironicamente «perfetta» da apparire come una particolareggiante ricostruzione scenica di una sontuosa camera d’albergo, nitidamente illuminata da Cor van den Brink. Il dramma, pertanto,
vorrebbe assumere la forma di un Kammerspiel – di un «dramma da camera», cioè. Questo, almeno, nelle intenzioni della regista Jetske Mijnssen – da lei, peraltro, sottolineate in una conversazione, con Lucia Licciardi, inserita nel programma di sala. Soltanto che questa concezione soltanto vagamente «intimistica» della figura di Elisabetta I, regina d’Inghilterra – e, in generale, del Roberto Devereux –, appare come un’operazione puramente «estetica», rafforzata dalla scelta di abiti elegantissimi, disegnati da Klaus Bruns. La camera da letto, soltanto nell’atto secondo, viene sostituita da uno stanzone: vaga restituzione di un’altra sala del Palazzo; ma le pareti della camera da letto – vuota, ormai (didascalica allusione alla disperazione o alla condizione di estrema solitudine della Sovrana) – tornano, alla fine del dramma, a occupare lo spazio scenico. La drammaturgia di Luc Joosten e il disegno registico prevedono, inoltre, una «novità»: la trasformazione di Sara, duchessa di Nottingham, in mamma di due bimbe. Se, da un lato, la «novità» costringe il Duca a «mitigare», in presenza
delle figlie, il furore emotivo nei confronti della consorte – al momento del Duetto, nell’atto terzo –, dall’altro lato, la presenza delle figlie riesce ad accentuare il sentimento di estrema sofferenza della Duchessa. Alla testa dell’Orchestra del San Carlo, Riccardo Frizza. Egli, sensibilissimo conoscitore della produzione operistica donizettiana, propone un’interpretazione di teatrale «flessibilità», attraverso cui riesce a emergere tutta la modernità strutturale dell’opera; e, fortunatamente, sono state eseguite anche le riprese delle Cabalette. Si tratta, inoltre, di una concezione, in un certo senso, «totalizzante» del dramma: il linguaggio strumentale concorre perfettamente alla febbrile determinazione degli eventi drammatici. Nel ruolo di Elisabetta, Roberta Mantegna. Il soprano affronta opportunamente il ruolo, garantendo alla Sovrana un temperamento teatrale variegato, determinato da momenti di introspezione emotiva (come la Cavatina, nell’atto primo, L’amor suo mi fe’ beata) e da momenti di collera altera e irrimediabile furore: un ritratto
psicologico estremamente complesso. L’attrice-cantante, inoltre, riesce agilmente ad affrontare la Cabaletta Ah! ritorna qual ti spero: un momento vocale estremamente funzionale alla determinazione teatrale del personaggio. Occorre, certamente, anche menzionare il momento, drammaticamente potente, della celebre Cabaletta finale, Quel sangue versato, perfettamente affrontato. Si ravvisano, peraltro: un’emissione sempre ferma, una notevole padronanza del registro grave e un fraseggio di particolare e sentita teatralità. Nel ruolo di Sara, Annalisa Stroppa. Il mezzosoprano offre un ritratto psicologicamente pregnante del ruolo, conferendo alla Duchessa di Nottingham una condotta teatrale intrisa di estrema, profonda, «romantica» sofferenza. I patimenti emotivi, sofferti dal personaggio, si traducono in un comportamento scenico inappuntabile, la cui spontaneità viene costantemente sostenuta e vivificata dall’innegabile bellezza del colore vocale e dalla «drammaticità» dell’intelligente fraseggio. Tutto ciò è ravvisabile, per esempio, nella Romanza
dell’atto primo, All’afflitto è dolce il pianto, e nel Duetto con il Duca, nell’atto terzo, Non sai che un nume vindice. A interpretare Nottingham è, invece, Nicola Alaimo – che riesce a proporre una recitazione estremamente coinvolgente. Non soltanto nel momento di accorata e commovente «mestizia» – la Cavatina, dell’atto primo, Forse in quel cor sensibile –, ma anche nel momento di trascinante «vigore» della Cabaletta Qui ribelle ognun ti chiama – attraverso cui manifesta, al Conte d’Essex, l’assoluta fedeltà del sentimento amicale che lo pervade. I tormenti del Duca, già ravvisabili nella summenzionata Cavatina, toccano un’opportuna acme espressiva al momento del già citato Duetto. Il registro acuto è, inoltre, attentamente governato, ed emerge una costante e «teatrale» varietà di fraseggio. Nel ruolo di Roberto, Ismael Jordi. Il tenore mostra un’evidente e generale propensione a gestire opportunamente il ruolo, la cui risoluzione avviene attraverso una vocalità appropriata, dal suggestivo colore timbrico. Soltanto che nell’affrontare la
Cabaletta dell’atto terzo, Bagnato il sen di lagrime, non mostra di essere totalmente a suo agio. La determinazione scenica del personaggio avviene, inoltre, attraverso una recitazione non così drammaticamente pregnante – che, pertanto, resta un po’ generica. Completano il cast, ottimamente: Enrico Casari (Lord Cecil), Mariano Buccino (Sir Gualtiero Raleigh), Giacomo Mercaldo (Un cavaliere), Ciro Giordano Orsini (Un familiare di Nottingham). Il Coro, parimenti ottimo e preparato da Fabrizio Cassi, riesce a emergere perfettamente – non soltanto negli interventi introduttivi dell’atto secondo, ma anche quando viene collocato fuori dalla scena, durante la Cabaletta del baritono, nell’atto primo. In definitiva, si è trattato di un Roberto Devereux accolto positivamente dal pubblico napoletano – forse, però, con qualche riserva sulla costruzione scenografica. Foto Luciano Romano
Napoli, Teatro di San Carlo: “Roberto Devereux”