Roma, Caracalla Festival 2025: “Don Giovanni”

Roma, Caracalla Festival 2025
Basilica di Massenzio e Costantino
DON GIOVANNI”

ossia Il dissoluto punito KV 527
Dramma giocoso in due atti su libretto di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni ROBERTO FRONTALI

Donna Anna MARIA GRAZIA SCHIAVO
Don Ottavio ANTHONY LEON
Il Commendatore GIANLUCA BURATTO
Donna Elvira CARMELA REMIGIO
Leporello VITO PRIANTE
Masetto MIHAI DAMIAN
Zerlina ELEONORA BELLOCCI

Orchestra e Coro del Teatro dell’ Opera di Roma
Direttore Alessandro Cadario
Maestro del Coro Ciro Visco
Regia Vasily Barkhatov 
Costumi Olga Shaishmelashvili
Scene Zinovy Margolin
Luci Alexander Sivaev
Nuovo Allestimento Teatro dell’Opera di Roma

Roma, 16 luglio 2025
Nel Don Giovanni diretto da Vasily Barkhatov per il Caracalla Festival 2025, il celebre seduttore perde ogni residuo di fascino romantico e viene finalmente riconsegnato per ciò che è: un eterno adolescente con sindrome da luna park. Niente più fiamme dell’inferno o sguardi magnetici: il Don Giovanni qui sembra piuttosto un uomo anziano e smarrito tra zucchero filato, trenini colorati e pupazzi giganti, bloccato in una regressione affettiva così visiva da sembrare la sceneggiatura di un reality show psicoterapeutico. La scena firmata da Zinovy Margolin non costruisce un ambiente drammatico: costruisce un’infanzia irrisolta, con tanto di ruota panoramica (naturalmente in moto perpetuo), bancarelle da fiera e panchine scarabocchiate di nomi d’amore, come in un diario scolastico troppo cresciuto. L’effetto? Più che un dispositivo semiotico, un’installazione Instagram-friendly. Ogni oggetto parla, sì, ma grida soprattutto “tema della recita scolastica: traumi e zuccherini”. Il nostro Don Giovanni, più che conquistare, balbetta relazioni, prova a ricomporle con lo stesso entusiasmo con cui si tenta di rimontare un giocattolo rotto. Sedurre? Non sia mai. Qui si agisce per riflesso condizionato, come chi ordina sempre lo stesso frappè convinto che stavolta avrà un sapore diverso. Il gesto erotico diventa automatismo, il piacere scompare dietro una giostrina meccanica. Ora, va detto: l’ambientazione da luna park decadente sarà anche coerente con la poetica dell’infanzia contaminata, ma è diventata ormai il nuovo “bosco simbolico” del teatro contemporaneo. Lo si è già visto — e rivisto. L’effetto deja-vu è dietro ogni angolo illuminato al neon. Anche le luci di Alexander Sivaev, pur ricche di sprazzi visionari e saturazioni pop, a volte abbagliano più che illuminare. Lo spettatore, anziché perdersi nel sogno, rischia di chiedere gli occhiali da sole. I costumi di Olga Shaishmelashvili completano il quadro con insetti antropomorfi, perle di plastica formato famiglia, orsetti rosa formato trauma e dettagli da carnevale metropolitano. Tutto ben pensato, nulla da dire. Ma a tratti si ha l’impressione che l’apparato simbolico si mangi la regia, come un’enorme bocca da clown.
In questo paesaggio ipersemantico si inserisce con rigore la direzione di Alessandro Cadario, che offre una lettura chiara, sobria e architettonicamente limpida della partitura. Cadario non impone un’interpretazione: plasma la materia musicale con senso della forma e lucidità drammaturgica. I tempi sono tesi alla parola, i recitativi accompagnati restituiscono tensione armonica senza rigidità, mentre l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma risponde con brillantezza e controllo, in particolare nei legni e negli archi primi. In un allestimento visivamente ridondante, la sua direzione rappresenta il contrappeso necessario: misura, ascolto, coerenza. L’ensemble vocale si distingue per omogeneità stilistica e tensione interpretativa, restituendo nel canto il perturbante equilibrio tra desiderio e disillusione. Roberto Frontali, al debutto nel ruolo, interpreta un Don Giovanni maturo, scavato, segnato da una sensualità automatizzata e stanca. L’emissione è sicura, l’accento plasmato sul testo, il fraseggio articolato. La voce si fa veicolo di un’umanità ferita, più che di un fascino torbido: un libertino attraversato dal fallimento, non dall’estasi. Vito Priante propone un Leporello preciso, mai caricaturale, in bilico tra ironia e malinconia. Il timbro è compatto, la dizione incisiva, la musicalità sempre aderente all’azione scenica. Il “Catalogo” scorre con naturalezza e chiarezza ritmica, mentre i duetti mostrano un equilibrio perfetto tra i registri comico e drammatico. Maria Grazia Schiavo, in Donna Anna, offre una delle prove più autorevoli della serata. Il timbro ambrato, la linea salda, il controllo dell’agilità e l’intonazione ferma le permettono di delineare un personaggio tragico senza retorica. L’espressività è costante, sostenuta da un’eccellente padronanza tecnica. Carmela Remigio restituisce una Donna Elvira stratificata, sospesa tra frustrazione e tenerezza. L’emissione è omogenea, il fraseggio netto, la linea melodica sempre vibrante. “Mi tradì quell’alma ingrata” è scolpita con grande cura dinamica, in una sintesi rara tra impulso e forma. Anthony León, nei panni di Don Ottavio, si distingue per eleganza e sobrietà. La voce è tornita, il legato fluido, il fraseggio esatto. Le arie vengono affrontate con senso lirico e compostezza espressiva, evitando ogni leziosità. Eleonora Bellocci si impone come una Zerlina fresca e ben calibrata. Il timbro chiaro, la linea agile e la dizione accurata le consentono una presenza scenica naturale, convincente, mai forzata. I duetti scorrono con leggerezza controllata, mantenendo una cifra di precisione e misura. Mihai Damian, Masetto, offre una prova corretta e funzionale, anche se priva di particolari sfumature. La voce è proiettata con solidità, ma la costruzione musicale si mantiene su un piano più lineare. Gianluca Buratto, nel ruolo del Commendatore, impone una vocalità salda e autorevole, con emissione compatta e registro grave ben centrato. La linea vocale, sorretta da solido controllo del fiato, conferisce al personaggio una solennità ieratica, amplificata da dizione incisiva e fraseggio essenziale. Il Coro del Teatro dell’Opera di Roma, guidato da Ciro Visco, si conferma preciso e compatto, pur con un ruolo marginale nell’economia scenica. Il pubblico risponde come da copione: applausi puntuali e generosi ai cantanti, qualche boato alla regia – più per abitudine che per reale indignazione. Si borbotta, si rumoreggia, ma poi, come sempre, leggeremo ovunque commenti entusiasti, a conferma che l’apparenza dell’evento ha ormai più peso della sua sostanza. Forse è proprio in questo cortocircuito che Barkhatov coglie nel segno: l’inferno della ripetizione è diventato così familiare da smettere di inquietarci. E questa normalizzazione dell’assurdo è, paradossalmente, la sua vera inquietudine. Photocredit Fabrizio Sansoni