Roma, Caracalla Festival 2025: “La Traviata”

Roma, Teatro dell’Opera di Roma – Stagione Lirica 2024/2025
Terme di Caracalla
“LA TRAVIATA”
Opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave,

da La Dame aux camelias di Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry CORINNE WINTERS
Flora Bervoix  MARIA ELENA PEPI*
Annina  SOFIA BARBASHOVA*
Alfredo Germont PIOTR BUSZEWSKI
Giorgio Germont  LUCA MICHELETTI
Gastone, Visconte di Létorières CHRISTIAN COLLIA
Il Barone Douphol ROBERTO ACCURSO
Il marchese D’Obigny ALEJO ALVAREZ CASTILLO*
Il Dottor Grenvil MATTIA DENTI
Un commissario ANDREA JIN CHEN
Un domestico MASSIMO DI STEFANO
Giuseppe ENRICO PORCARELLI
*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Orchestra,Coro e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del Coro Ciro Visco
Regia Slàva Daubnerovà
Scene  Alexandre Corazzola
Costumi Ekaterina Hubenà
Coreografia Ermanno Sbezzo
Luci Alessandro Carletti
Nuovo allestimento del teatro dell’Opera di Roma

Roma, 23 luglio 2025
Per la stagione operistica estiva delle Terme di Caracalla l’opera d Roma  ha affidato la nuova produzione de “La Traviata”  alla bacchetta romana del maestro Francesco Lanzillotta e al debutto dell’avanguardista del teatro sperimentale slovacco Slàva Daubnerovà, regista e performer che si propone come pioniera dell’analisi delle tematiche femminili. Queste scelte si sono rivelate la prima una piacevole e valida conferma di un solido mestiere e di una profonda conoscenza di quanto dovesse essere rappresentato in scena, la seconda a nostro giudizio una meno felice decisione per la sostanziale monotonia della regia al di là delle scelte di impostazione. L’opera viene letta come distruzione del corpo e della psiche della protagonista causata da un abuso infantile, del quale in Verdi non c’è memoria, dalla vita da prostituta e dalla malattia. Per tutti e tre gli atti è ingombrante presenza in scena un brutto busto femminile dorato nel primo atto e poi via via livido e verdastro come per corruzione cadaverica, sul quale Alfredo si arrampica per cantare la sua aria fra la “pompa del suo sen” e che nel terzo atto finalmente si apre. Da dietro la scena una incomprensibile cortina fumogena nasconde la vista delle rovine di Caracalla per tutto lo spettacolo. Lo spettacolo è un continuo di inutili quanto distraenti movimento di figuranti, oggetti, mimi e ballerini che talvolta producono anche rumori e cigolii come il tavolo da gioco che esce nel finale del secondo atto. Il coro viceversa è assolutamente immobile. Inutile soffermarsi sulla descrizione delle molteplici trovate spesso di gusto discutibile. Comprendiamo l’intento programmatico di una artista che con il suo lavoro ha aspirato a rompere gli schemi del teatro di tradizione slovacco ma in un sistema così definito e strutturato come il teatro verdiano questo genere di operazioni non funziona. Quando si abbandona un linguaggio noto e comune senza crearne un altro, il rischio è di cadere nell’ ”insalata di parole” dei pazienti con deficit cognitivi tanto per restare nell’ambito del tema della malattia. E il risultato è spesso costituito dalla noia, dall’incapacità a commuovere o comunque a destare emozioni e dalla scarsa comprensibilità dei propri intenti senza voler entrare nel merito ideologico delle scelte. Il compito dell’avanguardia dovrebbe esser quello di fare per l’appunto l’avanguardia e non di costituirsi in una sorta di nuova accademia nella quale per altro correndo da soli si arriva, o si presume di arrivare, sempre primi per forza di cose.   E veniamo finalmente alla parte musicale della serata. Francesco Lanzillotta dirige la partitura con la nota sensibilità, varietà di colori e di dinamiche nonostante i limiti e le difficoltà di una esecuzione amplificata ed effettuata all’aperto, riuscendo a far ritrovare, nonostante quanto avviene in scena, il senso della sintassi verdiana. Il coro diretto dal maestro Ciro Visco conferma anche in questa serata il livello di eccellenza raggiunto. Nel ruolo della protagonista Corinne Winters, sia pur con alcune asprezze del registro acuto, impersona una Violetta intensa e partecipe grazie anche ad un bel fraseggio e ad una convincente presenza scenica nell’ambito della concezione dello spettacolo. Piotr Buszewsky è un Alfredo dal timbro qua e là un po’ nasale e che bisticcia, perdendo quasi sempre, con le insidiose doppie della lingua italiana. Luca Micheletti, decisamente il migliore della serata sul piano vocale per nobiltà del fraseggio e chiarezza di dizione, è un Germont padre inspiegabilmente truccato da giovane ma che si muove da anziano. Corretta la Flora di Maria Elena Pepi del progetto “Fabbrica” e meritevole di menzione il Gastone di Christian Collia per eleganza vocale e bellezza del timbro. Gli altri comprimari sono stati tutti funzionali alla concezione dello spettacolo. Molto interessante abbiamo trovato il bel saggio di Benedetta Craveri proposto nel programma di sala. Alla fine nonostante le perplessità già espresse, il pubblico ha applaudito convinto. La musica funziona e comunica comunque. Photocredit Fabrizio Sansoni Teatro dell’Opera di Roma