Roma, Gnam
2025 EAST AND WEST
International dialogue exhibition – From Shanghai to Rome
a cura di Gabriele Simongini e Zhang Xiaoling
Roma, 14 luglio 2025
Nelle epoche lontane, quando i viaggi erano epopee e le rotte tracciate sulle mappe somigliavano a sogni, Marco Polo s’imbarcò per la Cina e riportò, insieme alle spezie e ai racconti incredibili, l’eco di una civiltà che ci sembrava allora impossibile e irreale. Oggi, nell’epoca dei voli low-cost e delle call su Zoom, ci accorgiamo che il vero viaggio resta quello mentale, intellettuale, estetico.
Ecco allora che la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ci invita a salire a bordo per una traversata lunga duemila anni e due continenti, tra l’arte di Shanghai e quella dell’Italia novecentesca, con la mostra “2025 East and West: International Dialogue Exhibition – From Shanghai to Rome”. Già il titolo, va detto, è abbastanza assertivo da sembrare una dichiarazione ONU. E non a caso: perché qui l’arte funziona anche da passaporto diplomatico, anzi da interprete culturale. Organizzata con un apparato istituzionale che fa tremare anche il più navigato dei funzionari — dal Ministero della Cultura alla Shanghai Artists Association passando per la Zhong Art International — l’esposizione è una sorta di sinfonia polifonica tra Oriente e Occidente, diretta con mano esperta da Gabriele Simongini e Zhang Xiaoling, che si prendono la responsabilità (e il piacere) di mettere in contatto due universi spesso solo affiancati, ma raramente in vero dialogo. Ora, non facciamo i provinciali. I cinesi non ci stanno “copiando” nulla. Ci stanno piuttosto osservando, decantando, riscrivendo. La nostra arte novecentesca – quella dei Balla, Boccioni, Carrà, Morandi, Marini, Burri, Schifano – è lì esposta quasi come fosse un pantheon di venerabili maestri. E non è una collezione “di contorno”: è semmai il necessario contrappunto a un ensemble di oltre settanta opere di più di quaranta artisti cinesi, alcuni notissimi in patria (e in gallerie internazionali), altri meno, tutti però rigorosamente selezionati.
Qui la mostra compie un gesto da calligrafo, traccia un ideogramma concettuale in cui le linee dell’arte italiana del XX secolo e quelle dell’arte cinese contemporanea si sovrappongono, si sfiorano, si contraddicono e infine si riconoscono. Il percorso si snoda attraverso tre nuclei tematici – Riflessi dello Spazio-Tempo, Espansione del Pensiero e Generazione dell’Immaginario – titoli che suonano più come saggi di estetica heideggeriana che come didascalie da sala, ma che nella loro ampollosità colta celano in realtà un impianto rigoroso e, sorprendentemente, leggibile. L’allestimento, pur senza scosse di genio, è sobrio ed elegante: non impone, propone. È una regia invisibile ma sapiente, che lascia alle opere il compito di parlare, senza sovrascrivere. I rimandi fra un’opera di Ding Yi e una tela di Lucio Fontana, fra il drago di Xia Cun e le geometrie di Severini, avvengono non per imposizione curatoriale, ma per naturale risonanza.
Nel primo segmento, si gioca la grande sfida dell’identità nel tempo. I nostri Futuristi urlano la velocità, mentre gli artisti di Shanghai sembrano suggerire il silenzio delle trasformazioni lente. È qui che si percepisce quanto la modernità, per quanto globalizzata, resti una parola al plurale. Per noi italiani, è rottura, rivoluzione, creazione ex nihilo. Per i cinesi, è un fiume che si biforca, ma che continua a scorrere. L’inchiostro, materia sacra nella tradizione orientale, si fa allora medium concettuale, come in “Lettura di Epigrafi a Pingshan” di Wang Tiande, dove la scrittura diventa spazio e tempo insieme, mentre da noi la scrittura viene violentata, smembrata, iconizzata da un Burri o un Kounellis. Nel secondo momento, si apre il discorso sul “pensiero che si espande” — cioè su come la materia diventi linguaggio. E qui, finalmente, i materiali parlano. Sculture che sembrano pietre filosofali, come quelle di Zeng Chenggang, si affiancano ai fantasmi materici dell’Arte Povera, mentre le installazioni astratte, come “Algoritmo. Capacità di calcolo” di Song Gang, ci ricordano che in Cina si pensa anche al digitale con lo spirito dell’antico.
Lì dove l’Occidente tende alla disgregazione simbolica, l’Oriente ricompone. È arte come sistema complesso, che non esclude ma stratifica. Ma è nel terzo segmento – Generazione dell’Immaginario – che la mostra tocca corde più emotive. Qui le opere sono sguardi, ricordi, interiorità che si fanno paesaggio. “Viaggio Solitario” di Zhai Qingxi, con il suo cavaliere d’acciaio riflettente, è insieme ritratto e specchio: lo spettatore vi si ritrova, e si interroga. Dall’altra parte, Cattelan ride amaro, e Schifano dipinge lo stesso tempo, ma lo fa con l’istinto disilluso del pop. È questa forse la parte più riuscita del dialogo: lì dove la Cina ci offre un’umanità profonda, silenziosa, il nostro Occidente risponde con l’ironia, con l’iperbole. E tuttavia i due mondi si trovano, come due strumenti in tonalità diverse che però suonano la stessa melodia. Un elogio va speso anche per la curatela, intelligente e non pedante. Simongini e Xiaoling non cercano il “capolavoro”, ma l’eco, il riflesso, il legame. Evitano il confronto frontale, l’esibizione muscolare delle collezioni, e invece orchestrano un incontro che è, finalmente, un vero scambio.
La didattica visiva è ben calibrata, non c’è mai la sensazione di essere spettatori di un evento di rappresentanza, ma piuttosto di un laboratorio aperto in cui anche noi, visitatori, siamo in ascolto. E si ascolta molto, in effetti. Il silenzio di una pennellata d’inchiostro accanto a una combustione di Burri dice più di cento convegni. L’installazione che pare fluttuare fra monti e acque è la risposta poetica alla Roma delle pietre e delle ideologie. È un incontro che non pretende di sciogliere le differenze, ma di celebrarle. In un tempo in cui il multiculturalismo rischia di diventare un’etichetta vuota, “2025 East and West” restituisce all’arte il suo ruolo originario: non slogan, ma forme, segni, storie che mediano tra culture. Forse oggi l’arte è proprio questo: una calligrafia del pensiero in cui identità lontane si guardano senza capirsi del tutto, ma si rispettano. La risposta, forse, sta nel passero che vola verso il sole, di Jiao Xiaojian. Lì c’è tutto: il sogno, il volo, il fuoco, e il mistero di un Oriente che – finalmente – smette di essere solo altrove.
Roma, Gnam: “2025 East and West”