Roma, Palazzo Merulana
ECHI DEL TEMPO
Personale di Zhang Xiaotao
a cura di Andrea Romoli Barberini
Roma, 17 luglio 2025
Zhang Xiaotao è un artista che disgrega, compone e contamina. La sua pratica non si adagia né nel solco della tradizione né nel feticcio dell’innovazione: agisce come un operatore dissimmetrico che spinge la pittura oltre il quadro, l’animazione oltre la narrazione, il pensiero visivo oltre la forma. In Echi del tempo, installato nello spazio vivo di Palazzo Merulana, l’immagine diventa struttura mutante, forma in collisione, campo di forze. La superficie pittorica non è più la sede del bello, ma la scena del crimine. Ogni opera è una sedimentazione ossessiva: santi consunti dal tempo, città in rovina, insetti ipertrofici, corpi sofferenti, tracce digitali, glosse spirituali, ecologie contaminate. La mano pittorica è sempre presente, ma non per affermare una soggettività, piuttosto per sabotarla. Non esiste un punto di fuga, non esiste una gerarchia tra sfondo e primo piano. Tutto pulsa, tutto compete, tutto si moltiplica. Lo spettatore non guarda: viene investito, travolto, trascinato in un’esperienza immersiva e satura. Nato a Chongqing, Zhang si forma tra le strutture accademiche della Cina continentale, ma sin dall’inizio trasforma il dato pittorico in organismo instabile. La pittura occidentale, appresa come tecnica, viene digerita e alterata, mentre la tradizione iconografica orientale viene frantumata e rifusa in una grammatica postumana.
L’animazione digitale, lungi dall’essere un’evasione tecnologica, entra come apparato critico, come virus epistemico. Non c’è differenza ontologica tra tela e frame: entrambe operano come dispositivi di intensità, come vettori di alterazione percettiva. La mostra non propone un percorso: propone una crisi. La visione si frantuma. I dipinti, spesso di grande formato, si stagliano come affreschi di un presente imploso, dove il tempo è verticale, carsico, interrotto. Le animazioni digitali, tra cui The Adventures of Volume e Three Thousand Worlds · Ephemera, non raccontano nulla ma evocano tutto. Nessuna struttura narrativa, solo flussi visivi, segmenti mentali, paesaggi interiori. L’immagine scorre come una preghiera interrotta, come un’icona in dissolvenza, come una rovina che non si estingue mai. Zhang lavora sul trauma, ma non come testimonianza, bensì come coreografia visiva. Le sue città sono post-industriali, post-identitarie, post-ideologiche. Ogni elemento è doppio: reale e simulato, sacro e grottesco, vivo e necrotico. I corpi si aprono, si sciolgono, si moltiplicano. Gli insetti – cifra iconica della sua intera produzione – non sono solo simboli della decadenza naturale, ma agenti dell’instabilità, avatar della decomposizione semiotica. Lo spazio è sempre invaso, abitato da presenze che sfuggono alla definizione, forme che assorbono lo sguardo per restituirlo intossicato. Palazzo Merulana, lontano da ogni neutralità museale, si trasforma in laboratorio psichico, in apparato ricettivo per immagini tossiche. Non si tratta di contemplare, ma di essere aggrediti. Il curatore Andrea Romoli Barberini non organizza, non disciplina, non addomestica: lascia che le opere si muovano, che infestino lo spazio, che facciano sistema tra loro. Nessun didascalismo, nessun contenimento. La pittura avanza, il digitale disturba, il tempo collassa. Ogni stanza è una soglia, un passaggio, una sospensione. L’opera non è documento, né allegoria. Non rappresenta, non espone una tesi. È un corpo vivo che pulsa, che ingloba la memoria personale dell’artista e la trasforma in materia collettiva. Zhang attraversa i suoi stessi ricordi – l’infanzia nella Cina maoista, la transizione economica, l’ascesa della tecnocrazia – per costruire un teatro visivo in cui ciò che è intimo diventa universale attraverso la vertigine dell’immagine.
Non si cerca la verità, ma la frizione tra le verità. Non si narra un passato, ma si scava nel presente come se fosse un terreno archeologico ancora caldo. Nessuna nostalgia. Solo residui. Zhang non idealizza l’antico, ma ne impasta la materia con l’inorganico del presente. Ogni citazione pittorica – che si tratti di Bosch, delle miniature Tang, del grottesco cristiano o dell’estetica punk – viene corrotta, attraversata, rimessa in circolo come linguaggio impuro. L’arte diventa palinsesto, mutazione, campo di battaglia tra pigmento e pixel. Il tempo non è lineare, ma stratificato. Il futuro si manifesta come ansia, il passato come detrito, il presente come spasmo. Zhang Xiaotao non chiede consenso. L’opera è un urto. Una soglia che si apre solo se si è disposti a perdere l’orientamento. Ogni immagine è già ferita, ogni scena è già contaminata. Ma è proprio in questa contaminazione che si produce la forma più intensa di presenza. La pittura non consola, ma resta. Il video non accompagna, ma interroga. L’arte, in questo scenario, smette di essere oggetto e si fa atmosfera, campo di tensione, sismografo ontologico. Echi del tempo non mette in scena un mondo, ma la sua crisi figurativa. Non cerca soluzioni, ma afferra le fratture. Ogni opera è un colpo inferto al visivo, una fenditura nella superficie, un’apertura a ciò che non si lascia dire. In Zhang, ciò che si vede non coincide mai con ciò che accade. L’immagine, infine, non salva né tradisce: brucia.
Roma, Palazzo Merulana: “Zhang Xiaotao. Echi del Tempo”