Roma, Teatro Ostia Antica Festival 2025
EDIPO RE
di Sofocle
traduzione Gianni Garrera
adattamento e regia Luca De Fusco
con Luca Lazzareschi (Edipo, Tiresia, Servo di Laio),
Manuela Mandracchia (Giocasta)
Paolo Serra (Creonte),
Francesco Biscione (Sacerdote Corifeo),
Paolo Cresta (Nunzio Corifeo),
Alessandro Balletta (Messo Corifeo)
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Gigi Saccomandi
musiche Ran Bagno
creazioni video Alessandro Papa
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Roma, 02 luglio 2025
«Γνῶθι σεαυτόν» – Conosci te stesso. È forse questo il monito più profondo che la tragedia sofoclea Edipo Re consegna all’umanità, un ammonimento inciso nel marmo del pensiero greco e trasmesso, come fuoco sacro, alle epoche successive. Ma se l’iscrizione delfica prometteva la sapienza dell’autocoscienza, è proprio nel paradosso dell’inconoscibile che Luca De Fusco, nell’ambito del Festival internazionale del teatro di Ostia Antica, immerge la sua regia, offrendo una visione dell’Edipo Re che si fa enigma oscuro, viaggio negli abissi dell’anima e nel labirinto dell’identità.
La tragedia, come nota Aristotele nella Poetica, è imitazione di un’azione seria e compiuta, che suscita pietà e terrore, e porta alla katharsis. In Edipo Re la mímesis tocca vertici sublimi: l’indagine dell’eroe si fa interrogazione del destino umano, e la scoperta finale – quel tu sei l’uomo che cerchi – esplode come detonazione tragica nella coscienza di chi guarda. Edipo, colui che si crede redentore, è in realtà colpevole, e proprio il suo sapere lo precipita nell’oscurità. Questo dramma dell’identità e della colpa, della vista e della cecità, della libertà e del fato, trova nella messinscena di De Fusco una trasposizione visiva e mentale di grande impatto simbolico. Il regista, con intelligenza quasi scultorea, plasma la tragedia come un thriller arcaico: i personaggi si muovono come ciechi nel buio della conoscenza, ognuno portatore di una verità parziale, contaminata, insidiosa. La polis tebana non è solo città della peste, ma spazio mentale contaminato dal rimosso e dal rifiuto della verità.
L’oracolo delfico aleggia come maledizione e come struttura narrativa: è la profezia che orchestra gli eventi, l’invisibile burattinaio che tesse le fila del disastro. Il destino, così, non è forza esterna, ma grammatica segreta dell’essere, linguaggio antico che l’uomo non sa più decifrare. La scenografia di Marta Crisolini Malatesta si configura come un paesaggio mentale, più che fisico: una struttura astratta e geometrica che trasforma la scena in uno spazio dell’inconscio. Il grande schermo ottagonale al centro, cuore visivo dell’allestimento, agisce come soglia simbolica dove scorrono proiezioni visive — volti, sdoppiamenti, frammenti — che restituiscono le ossessioni interiori del protagonista. Le gradinate simmetriche e i personaggi disposti come figure archetipiche accentuano l’idea di un tribunale interiore, mentre luci taglienti e ambienti spogli costruiscono una drammaturgia visiva fondata sull’ambivalenza e sulla rifrazione simbolica. I personaggi non entrano, ma affiorano come apparizioni della mente: Giocasta, Tiresia, Creonte sono presenze ambigue, sospese tra ruolo e mito. In questo impianto, la scena diventa dispositivo conoscitivo e proiezione del trauma, più analitico che narrativo, più freudiano che sofocleo.
E tuttavia, proprio in questa modernizzazione psicoanalitica, si conserva – paradossalmente – la più autentica grecità del testo: perché la tragedia attica non è mai spiegazione, ma interrogazione perpetua. L’enigma della Sfinge, risolto da Edipo, non è altro che il preludio al vero enigma: chi siamo noi? qual è il prezzo della conoscenza? Edipo risponde con la cecità, atto estremo che trasforma il vedere nel suo contrario e fa della luce uno scandalo insopportabile. Luca Lazzareschi, interprete di Edipo, Tiresia, Servo di Laio, regge il ruolo con misura e febbre. La sua parola è scultorea, salmodiata quasi, eppure attraversata da tremiti: in lui convivono il sovrano e il mendicante, l’investigatore e il colpevole. La sua caduta non è solo fisica, ma soprattutto ontologica: da garante della verità a mostro della verità.
Accanto a lui, la Giocasta di Manuela Mandracchia è di una potenza dolorosa: mai solo figura tragica, ma donna spezzata tra eros e paura, madre inconsapevole e compagna straziata. Paolo Serra presta il corpo ieratico e inquietante a Creonte, mentre Francesco Biscione, Paolo Cresta e Alessandro Balletta, rispettivamente Sacerdote Corifeo, Nunzio Corifeo e Messo Corifeo, compongono un coro frammentato e necessario, presenza evocativa e specchio della coscienza collettiva. I movimenti coreografici, gli apparati sonori e le pause millimetriche disegnano uno spazio sacrale, un coro muto che pulsa con la tensione dei misteri eleusini. De Fusco non cerca attualizzazioni banali né parabole civili: il suo Edipo è atemporale, quasi extracronico. Ed è proprio in questa astrazione che il mito si rinnova, e continua a parlare. Se Edipo è figura fondante della modernità, non lo è perché simbolo della colpa originaria, ma perché uomo che osa interrogare, che lotta contro l’oscurità, e infine si acceca – non per punirsi, ma per vedere oltre. In questo senso, Edipo Re è davvero uno dei pochi testi che non smettono mai di accadere. E De Fusco, con intelligenza e rigore, ha saputo farne ancora una volta specchio del nostro tempo. Un tempo, come quello di Tebe, in cui l’epidemia non è fuori, ma dentro. Photocredit Claudia Pajewski