Roma, Teatro Romano di Ostia Antica: “Antigone di Jean Anouilh”

Roma, Teatro Romano di Ostia Antica
ANTIGONE
di Jean Anouilh
adattamento e regia Roberto Latini
con (in o. a.) Silvia Battaglio (Ismene), Ilaria Drago (Emone), Manuela Kustermann (Nutrice), Roberto Latini (Antigone), Francesca Mazza (Creonte)
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
foto Masiar Pasquali
produzione La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e Teatro di Roma – Teatro Nazionale
Ostia Antica, 18 luglio 2025
Nel nostro tempo, segnato dal riemergere della guerra come strumento di dominio e ridefinizione dei confini — basti pensare all’Ucraina, alla Palestina, all’Iran o alla Siria cancellata dalle mappe — l’Antigone di Jean Anouilh torna a parlare con una voce dolente e inascoltata, come una sibilla cieca in mezzo alle rovine. Il suo rifiuto, oggi come nel 1944, non è una scelta ideologica, ma una condizione esistenziale: dire “no” quando il mondo chiede l’assenso, restare soli mentre tutti si accodano alla forza. Ogni volta che un giovane, una donna, una minoranza, un popolo si alza per seppellire il proprio morto, per reclamare dignità negata, lì Antigone risorge. Non in un gesto spettacolare, ma in un atto privato e irriducibile. Jean Anouilh scrisse la sua Antigone nel 1941, sotto l’occupazione nazista, e la fece debuttare nel febbraio 1944, in una Parigi ancora incatenata all’invasore. Per superare la censura, l’autore scelse la maschera del mito, ma il pubblico comprese all’istante la carica sovversiva: Antigone non era solo l’eroina di Tebe, era la Francia che non si piegava, la coscienza civile che rifiutava il compromesso, la giovinezza che moriva per qualcosa di invisibile ma necessario. E Creonte, con la sua ragionevolezza disillusa, era il volto atroce del collaborazionismo. Roberto Latini, con raffinata lucidità e profonda aderenza ai nodi esistenziali del testo, porta in scena nel 2025, al Teatro Romano di Ostia Antica, una rilettura di rara potenza. Il contesto, già di per sé evocativo, moltiplica il senso del tragico: sotto il cielo della storia, tra le pietre di un’antica cavea romana, si rinnova un rito civile più che uno spettacolo. Latini non si limita a evocare la Francia occupata; va oltre, restituendo al testo tutta la sua forza archetipica e insieme attualissima. Il suo allestimento è un “gioco di specchi” tra Antigone e Creonte, tra la voce dell’individuo e la voce dello Stato, tra la nuda fragilità dell’esistenza e l’impassibile durezza delle istituzioni. Come scrive Anouilh nel testo, con gelida chiarezza: «Creonte ha ragione, ma Antigone non ha torto». E proprio in questa impossibilità di risoluzione risiede la grandezza della tragedia: non ci sono vincitori, ma solo ferite. Latini interpreta Antigone. La scelta, che può apparire spiazzante, si rivela invece sorprendentemente poetica: priva il personaggio di genere, di biografia, lo rende idea pura, resistenza incarnata. Antigone non è più la giovane austera e decorosa dei tragici antichi, è corpo pulsante, voce febbrile, essere umano che non scende a patti con l’assurdo. Accanto a lui, Francesca Mazza è un Creonte di potente ambiguità: né mostro né martire, è colui che cerca l’ordine a qualunque costo, e proprio per questo si condanna. Manuela Kustermann, come Nutrice, conferisce al dramma un’anima antica e materna, mentre Silvia Battaglio tratteggia un’ Ismene divisa tra amore e paura, e Ilaria Drago interpreta un Emone trattenuto, tragicamente consapevole dell’impossibilità della conciliazione. Il coro, ridotto e interno, si dissolve nelle voci dei personaggi, in un soliloquio corale che diventa eco interiore dello spettatore. Gregorio Zurla costruisce una scena spoglia, un paesaggio urbano smaterializzato dove i resti della civiltà contemporanea – vecchi televisori, una cabina telefonica, pali della luce – si trasformano in rovine del pensiero. Al centro, una striscia pedonale taglia lo spazio come un confine tra vivi e morti, tra ordine e rivolta. Antigone domina la scena da una torre instabile di schermi a tubo catodico, come un monumento alla solitudine della verità, mentre Creonte si muove a terra, tra carcasse spente e segnali urbani privi di funzione. Il cumulo di teli ocra – forse corpi, forse rovine – diventa il fulcro muto di una tragedia che non si celebra più nell’agorà, ma tra i resti arrugginiti di una città che ha disimparato il rito. In questa Antigone, come in Anouilh, la tragedia non è più solo azione, ma domanda. Domanda sul senso dell’essere umano, sulla capacità di distinguere tra legalità e giustizia, tra autorità e verità. Non è un caso che oggi, in un tempo in cui la guerra è giustificata come necessità geopolitica, e la morte dei civili liquidata come effetto collaterale, Antigone torni a ferire. La sua domanda diventa anche la nostra: quale legge è degna di obbedienza? E quando la legge contraddice la coscienza, a chi dobbiamo fedeltà? Là dove l’apparato retorico dei nuovi Creonti invoca la sicurezza, l’ordine, la stabilità, si levano corpi fragili e disobbedienti: donne che bruciano il velo, studenti che gridano nei campus, popoli che reclamano il diritto di esistere. Antigone non è allora solo un mito, ma un principio attivo di resistenza. Una forma dell’umano che si rifiuta di essere disumanizzata. La regia di Latini non costruisce dunque uno spettacolo, ma un gesto civile, un atto teatrale che è anche una meditazione sulla memoria. In quelle maschere, in quella scena scarna come una ferita, il teatro torna ad essere ciò che fu alle origini: tribunale della coscienza. E quando, alla fine, il Coro pronuncia parole definitive, è impossibile non sentirne il peso: «Tutti quelli che dovevano morire sono morti. Quelli che credevano in una cosa, quelli che credevano nel contrario, quelli che non credevano a niente e sono stati coinvolti nella faccenda senza capire nulla. E quelli che ancora vivono cominceranno dolcemente a dimenticarli». Il compito del teatro, e dell’arte in generale, è proprio questo: impedire che l’oblio trionfi, che la dimenticanza assorba tutto. Antigone torna per dirci che la memoria non è un archivio, ma una responsabilità. E il suo “no”, fragile e incorruttibile, ci resta nelle ossa come un giuramento. Come Antigone, anche noi, spettatori, siamo chiamati a decidere. E la scena, sotto il cielo di Ostia Antica, non è mai sembrata così vicina alla verità. Photocredit Manuela Giusto