102° Arena di Verona Opera Festival 2025
“RIGOLETTO”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi
Il Duca di Mantova PENE PATI
Rigoletto LUDOVIC TÉZIER
Gilda NINA MINASYAN
Sparafucile GIANLUCA BURATTO
Maddalena MARTINA BELLI
Giovanna AGOSTINA SMIMMERO
Il conte di Monterone ABRAMO ROSALEN
Marullo NICOLÒ CERIANI
Matteo Borsa MATTEO MACCHIONI
Conte di Ceprano HIDENORI INOUE
Contessa di Ceprano FRANCESCA MAIONCHI
Usciere di Corte RAMAZ CHIKVILADZE
Paggio della Duchessa ELISABETTA ZIZZO
Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Michele Spotti
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regìa Ivo Guerra
Scene Raffaele del Savio
ispirate all’edizione 1928 di Ettore Fagiuoli
Costumi Carla Galleri
Luci Claudio Schmid
Verona, 8 agosto 2025
Quinto ed ultimo titolo del corrente festival, Rigoletto rappresenta la perfetta sintesi del pensiero drammaturgico verdiano. Il contrasto che oppone la deformità esteriore del gobbo di Mantova alla nobiltà d’animo del suo slancio paterno e passionale è la metafora della distorsione morale che fece calare la scure della censura francese, dapprima sul lavoro di Victor Hugo e poi di quella austriaca a
Venezia. Ma Verdi, quasi ossessionato da Le Roi s’amuse non ebbe pace fino a quando non lo mise in musica grazie al fondamentale contributo del librettista Piave. L’allestimento di Ivo Guerra è tradizionale, unisce suggestione visiva e potenza musicale di impatto forte e deciso che restituisce all’anfiteatro veronese tutto il fascino delle sue produzioni storiche. Le scenografie monumentali di Raffaele Del Savio, ispirate ai bozzetti disegnati da Ettore Fagioli per l’allestimento areniano del 1928, sono di rara efficacia teatrale perché non distolgono l’attenzione dalla musica; la regia risulta quindi assolutamente funzionale e di una certa aderenza al volere verdiano, così come i costumi storicamente classici di Carla Galleri. Quanto al disegno luci di Claudio Schmid, non risulta mai banale ma sempre pertinente all’azione drammatica, soprattutto nella tempesta del terzo atto. Con una siffatta idea registica ne giova sicuramente
la compagnia di canto la quale, nella centralità scenica, viene agevolata nei gesti, nei movimenti, nella caratterizzazione dei singoli protagonisti ponendo la musica al di sopra di tutto; è questo a fare la differenza nel teatro lirico e ad individuare chi è davvero capace di firmare una regia d’opera. Grande attesa destava, e qui veniamo alle singole voci, il debutto areniano del tenore Pene Pati, samoano, voce interessante dal timbro centrale morbido e ben portato alle sfumature che scolpisce un Duca di Mantova adeguatamente sfrontato e senza scrupolo, di una certa prestanza fisica.
Purtroppo per lui ha pesato l’emozione del debutto in un anfiteatro pressoché esaurito con qualche incrinatura nel registro acuto (anche nella celebre La donna è mobile che ha sollevato qualche dissenso) e la tenuta del suono non sempre impeccabile anche se risolve con coraggio il re sovracuto nella cabaletta Possente amor mi chiama. La sfortunata Gilda ha trovato in Nina Minasyan un’interprete in grado di donare bellezza eterea alla fanciulla innamorata sia nel lirismo notturno di Caro nome che nel toccante duetto Piangi fanciulla ed ancora nella disillusione del terzo atto quando apprende la verità sul giovane che l’ha ingannata. Voce vellutata ed elegante, perfettibile in qualche suono, restituisce comunque una Gilda coerente con i propri palpiti amorosi, le proprie speranze e le illusioni giovanili. Ludovic Tézier, nel ruolo del titolo, si conferma interprete di elevato spessore artistico che scardina tutte le convinzioni interpretative a cui eravamo quasi assuefatti con un gobbo moderato e mai eccessivo negli accenti: i contrasti aggressivi tra il padre affettuoso, il vedovo commosso che parla a Gilda di sua madre, il feroce sbeffeggiatore, l’uomo terrorizzato dall’anatema di Monterone ed infine il subdolo mandante di un omicidio vengono risolti con una cupa rassegnazione alla fatalità di un retaggio crudele che
non dà alcuna speranza per il futuro. Ne risulta quindi un Rigoletto morbido, disperato in Cortigiani, vil razza dannata ma sempre all’interno di una propria dignità e fierezza e che va esplicandosi in una invidiabile linea di canto, luminosità di timbro, fraseggio elegante e profonda intensità interpretativa. Il cinico e distaccato sicario Sparafucile vede in Gianluca Buratto un artista capace di esaltarne la freddezza asettica e priva di ogni scrupolo; voce ampia e di timbro scuro che conferisce un’autorità minacciosa all’uomo di spada. Accanto a lui Martina Belli, anch’essa debuttante in Arena, la cui Maddalena unisce bravura attoriale ad intelligenza e sensibilità musicale con una voce dal timbro elegantemente sensuale e deciso. Nei ruoli rimanenti molto bene Abramo Rosalen (Conte di Monterone), autorevole nella sua invettiva, Agostina Smimmero
(Giovanna), Francesca Maionchi (Contessa di Ceprano), Nicolò Ceriani (Marullo), Matteo Macchioni (Matteo Borsa), Hidenori Inoue (Conte di Ceprano), Ramaz Chikviladze (Usciere di Corte) ed Elisabetta Zizzo (Paggio della Duchessa). Decisamente positiva la prova del coro della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani, che evidentemente ha potuto lavorare in serenità con posizionamenti adatti al canto, le sezioni vicine e compatte tali da poter garantire coerenza timbrica nonché giovamento scenico: molto efficace il Zitti! Zitti … moviamo a vendetta! che ha ben coronato la scena del rapimento. Un aspetto sul quale più di un regista dovrebbe meditare: non dimentichiamo mai che il coro è coprotagonista ed interagisce con l’azione scenica (oltre che musicale). Michele Spotti fornisce una lettura musicale aderente alla drammaturgia, imprimendo
vigore ed impulso emotivo ma anche esaltando il lirismo dei momenti topici; una direzione efficace che si permette pure qualche cedimento agogico al fine di creare tensione narrativa anche se non sempre in perfetto sincronismo tra buca e palcoscenico. Il risultato è comunque indubbiamente espressivo e va ben oltre il mero accompagnamento dei cantanti, mantenendo l’attenzione del pubblico sempre viva, grazie all’apporto dell’eccellente orchestra della Fondazione, precisa nella sua varietà timbrica e dotata di bel suono. Dicevamo del pubblico, come già sottolineato in precedenza si è quasi toccato il tutto esaurito; qualche lieve dissenso, soprattutto nel momento più atteso del terzo atto (quando lo capiremo che Rigoletto non è solo questo?) ma con la fiducia di un assestamento nelle repliche successive che saranno il 22 e 30 agosto e il 6 settembre.
Foto Ennevi per Fondazione Arena
102° Arena di Verona Opera Festival 2025: “Rigoletto”