Gualdo Tadino (Perugia), Chiesa monumentale di San Francesco
GIGANTI: DIPINTI E DISEGNI DI GRANDE FORMATO DALLA COLLEZIONE DELLA FONDAZIONE THE BANK ETS
a cura di Cesare Biasini Selvaggi e il collezionista Antonio Menon
Gualdo Tadino, 09 agosto 2025
In un panorama espositivo dominato da mode passeggere e da allestimenti che spesso sacrificano il rigore in favore dell’effetto, Giganti: Dipinti e disegni di grande formato dalla Collezione della Fondazione THE BANK ETS si distingue per una chiarezza di intenti che merita di essere sottolineata.
Dal 9 agosto al 16 novembre 2025, la Chiesa monumentale di San Francesco a Gualdo Tadino diventa il luogo in cui la pittura figurativa, con il suo peso storico e la sua capacità di interrogare il presente, torna al centro di un discorso critico serio, concreto e – per una volta – privo di ammiccamenti. Non è un caso che il titolo scelto, Giganti, alluda non solo alla scala delle opere, ma alla statura di un progetto che chiede allo spettatore di rallentare. In tempi in cui l’arte viene consumata come immagine istantanea, questa mostra compie un gesto controcorrente: costringe a misurarsi con tele che non possono essere ridotte a un passaggio rapido di sguardo. Il grande formato diventa così una soglia, un invito a entrare in uno spazio di osservazione dilatata, quasi inattuale, e proprio per questo necessaria. La selezione, curata da Cesare Biasini Selvaggi, è rigorosa. Dieci artisti – da Nicola Verlato a Fulvio Di Piazza, da Emanuele Giuffrida a Ruth Beraha – non sono qui per comporre un catalogo eterogeneo, ma per restituire alla pittura una coralità fondata sulla differenza. Il percorso non indulge in effetti spettacolari: preferisce una disposizione che valorizza la forza intrinseca delle opere, lasciando che siano le loro tensioni interne a guidare la lettura.
Nicola Verlato apre con un linguaggio in cui la solidità del disegno e la prospettiva rinascimentale non diventano pretesto antiquario, ma strumenti di indagine sul presente. Le sue composizioni, sorrette da un impianto rigoroso, trattano la pittura come costruzione logica, senza mai smarrire il gusto del racconto. L’effetto è quello di una classicità rovesciata, che usa le armi del passato per parlare una lingua contemporanea. Accanto a lui, Fulvio Di Piazza propone un universo pittorico diametralmente opposto: paesaggi visionari, intrisi di un senso organico e quasi barocco della forma, dove le figure sembrano nascere spontaneamente dalla materia del colore. La sua monumentalità non è decorativa, ma vitale: avvolge e trascina, imponendo allo spettatore una percezione immersiva, quasi fisica. Di segno radicalmente diverso è la pittura di Emanuele Giuffrida, che riduce ogni elemento all’essenziale. Ambienti spogli, corridoi illuminati da una luce crudele, figure isolate: tutto è calibrato per sospendere il tempo e generare un senso di attesa che si dilata davanti alla superficie.
Qui il grande formato amplifica il vuoto, facendone non assenza ma sostanza. La stessa tensione analitica percorre le opere di Ariel Cabrera Montejo, che smonta e rilegge l’iconografia patriottica cubana. La sua pittura non è mai illustrativa: lavora per stratificazioni, trasformando la storia in un campo di forze contraddittorie, in cui memoria e ironia si confrontano senza mai annullarsi. Ruth Beraha, con le sue moltitudini di volti, riflette sulla perdita d’identità, restituendo immagini che oscillano tra serialità e inquietudine. Al contrario, Chiara Calore esplora le metamorfosi del corpo: figure ibride, sospese tra umano e animale, che sfidano ogni definizione stabile e aprono la pittura a una dimensione quasi mitologica. Il percorso prosegue con i frottage di Andrea Mastrovito, che trasformano un gesto elementare – il contatto fisico con la superficie – in un’operazione concettuale sulla memoria economica e politica del nostro tempo. Pete Wheeler rompe ogni linearità con una pittura che alterna registri figurativi e astrazioni improvvise, mentre Santiago Ydáñez concentra tutto sulla brutalità espressiva del volto, deformato fino a diventare simbolo di una condizione universale.
Chiude Federico Guida, le cui figure, sospese in una luce irreale, restituiscono alla pittura un’intensità che sfiora il sacro senza mai scivolare nella retorica. La forza di Giganti risiede proprio in questa orchestrazione: un allestimento che non si impone, ma lascia respirare le opere, permettendo ai contrasti di emergere senza forzature. È una lezione di metodo: mostrare senza ingombrare, articolare senza frammentare, dare spazio alla pittura perché ritrovi il suo peso specifico. Tutto questo è reso possibile dal patrimonio della Fondazione THE BANK ETS – Istituto per gli Studi sulla Pittura Contemporanea, creata da Antonio Menon nel 2023. Con oltre 1.200 opere, la Fondazione non è una semplice raccolta, ma un archivio critico, una piattaforma in cui la pittura è trattata come oggetto di studio e di confronto, non come reliquia da contemplare.
In questo senso, Giganti è una mostra esemplare perché non cerca l’applauso immediato. Non ricorre a dispositivi spettacolari per mascherare un vuoto di idee: al contrario, chiede al pubblico uno sforzo di attenzione e, proprio per questo, restituisce qualcosa che altre esposizioni sembrano avere dimenticato. Qui non si viene per intrattenersi: si viene per guardare davvero. Ed è in questo invito alla lentezza – severo, ma mai pedante – che la mostra trova la sua qualità più rara. Giganti non predica, non indulge in dichiarazioni teoriche ridondanti: semplicemente, costringe le opere a parlare con la loro voce, e al pubblico non resta che ascoltarle. In un’epoca che sembra avere smarrito il senso del vedere, non è poco.
Gualdo Tadino (Perugia), Chiesa monumentale di San Francesco: “Giganti”