Macerata, MOF 2025
“LA VEDOVA ALLEGRA”
Operetta in tre atti su libretto di Victor Léon e Leo Stein, dalla commedia “L’Attaché d’ambassade” di Henri Meilhac
Musica di Franz Lehár
Il barone Mirko Zeta ALBERTO PETRICCA
Valencienne CRISTIN ARSENOVA
Danilo Danilowitsch ALESSANDRO SCOTTO DI LUZIO
Hanna Glawari MIHAELA MARCU
Camille de Rossillon VALERIO BORGIONI
Cascada CRISTIANO OLIVIERI
Raul de Saint Brioche FRANCESCO PITTARI
Bogdanowitsch GIACOMO MEDICI
Sylviane LAURA ESPOSITO
Kromow STEFANO CONSOLINI
Olga FEDERICA SARDELLA
Pritschitsch DAVIDE PELISSERO
Praskowia ELENA SERRA
Njegus MARCO SIMEOLI
FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Marco Alibrando
Maestro del Coro Christian Starinieri
Regia Arnaud Bernard
Scene Riccardo Massironi
Allestimento dell’Associazione Arena Sferisterio
Macerata, 08 agosto 2025
Portare Die lustige Witwe allo Sferisterio significa compiere un atto teatrale tanto seducente quanto complesso: l’operetta di Franz Lehár, con la sua struttura ibrida e la scrittura orchestrale sofisticata, si inserisce per la prima volta nella cornice monumentale dell’arena maceratese con un impatto che è insieme visivo, acustico e drammaturgico.
L’allestimento firmato da Arnaud Bernard si dimostra perfettamente calibrato a un contesto come quello dello Sferisterio, dove la monumentalità non può mai essere mera scenografia, ma deve diventare paesaggio teatrale. Il regista francese sceglie di non spingere sul pedale del kitsch o della comicità slapstick, ma costruisce una narrazione per quadri plastici, ciascuno definito da un impianto cromatico e registico preciso: il primo atto, immerso in un’atmosfera bordeaux e crepuscolare, si svolge in un’ambasciata carica di riti mondani e formalismi asburgici; il secondo, traslato in una spiaggia bianca quasi atemporale, evoca una villeggiatura rarefatta, tra parasoli e costumi rétro; il terzo esplode in un trionfo di colori e movimento all’interno del giardino della Glawari, trasformato in un cabaret liberty dalle movenze lautreciane.
La regia è di un’eleganza cartesiana, geometrica, mai didascalica: Bernard evita il bozzetto folklorico e la tentazione del pastiche, optando per una grammatica teatrale costruita su prospettive frontali, ritmi visivi e una figurazione bidimensionale ottenuta grazie alle sagome stilizzate che costellano la scena. Le scene di Riccardo Massironi sono concepite come ambienti pittorici mobili, in cui l’azione scorre su più piani, mentre i costumi di Maria Carla Ricotti si muovono entro un preciso spettro storico, con tagli ispirati alla moda parigina di primo Novecento e un uso intelligente delle gamme tonali per delineare rapporti di classe, potere e seduzione. L’apparato coreografico curato da Gianni Santucci riesce a connettere il movimento di masse con una sintassi musicale sempre leggibile, evitando ogni congestione visiva o ridondanza narrativa.
Sul piano musicale, la direzione di Marco Alibrando privilegia un approccio filologico ed equilibrato, attento tanto alla verticalità armonica quanto alla fluidità fraseologica. La concertazione appare coerente fin dalle prime battute, con un trattamento cameristico delle introduzioni orchestrali e una gestione delle agogiche che evita ogni caricatura ritmica. Il valzer non è mai un semplice ornamento o un cliché ritmico, ma si dispiega con morbidezza, sostenuto da un tempo giusto che valorizza il canto ma non sacrifica la tensione interna della frase musicale. Il gesto direttoriale, sempre sorvegliato, trova una notevole efficacia nei passaggi orchestrali d’assieme e nei concertati, dove il lavoro di bilanciamento tra buca e palcoscenico – impresa tutt’altro che banale nello spazio aperto dello Sferisterio – viene risolto con misura e senso acustico. La FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana risponde con compattezza e precisione, anche se con qualche riserva sul versante della flessibilità timbrica: gli archi, pur precisi negli attacchi e omogenei nell’emissione, tendono talvolta a una pastosità eccessiva, che smorza il contrasto tra le sezioni e penalizza le trasparenze.
I legni, al contrario, risultano tra i protagonisti musicali della serata: il clarinetto solista nella Vilja cesella una linea di canto timbricamente ricca e fraseggiata con gusto, mentre flauti e oboi contribuiscono a definire il colore di insieme con interventi puntuali e ben articolati. Gli ottoni, specialmente corni e tromboni, appaiono accurati nell’intonazione e incisivi nei momenti solenni, pur mantenendo la necessaria leggerezza stilistica che l’operetta impone. Notevole anche l’equilibrio dinamico tra le sezioni: la concertazione riesce a evitare l’effetto “esplosivo” spesso presente nelle esecuzioni all’aperto, grazie a un controllo efficace della gamma sonora e a una calibratura attenta degli sfumati, in particolare nei finali d’atto. Il cast vocale si rivela ben selezionato, con punte di eccellenza nella protagonista Mihaela Marcu, interprete di una Hanna Glawari vocalmente solida e stilisticamente centrata. Il soprano rumeno possiede una linea di canto fluida, un’emissione regolare su tutta la gamma e una dizione italiana chiara e musicale. La Vilja, affrontata con morbidezza di legato e controllo delle mezzevoci, si rivela uno dei momenti più alti della serata per concentrazione interpretativa e qualità vocale.
La zona acuta è ben proiettata e squillante, mai forzata, mentre il registro medio presenta qualche opacità che tuttavia non compromette la coerenza del personaggio, costruito con eleganza e misura. Al suo fianco, Alessandro Scotto di Luzio offre un Danilo vocalmente generoso, dal timbro pieno e rotondo, ma ancora un po’ generico sul piano della caratterizzazione scenica. Il fraseggio è sempre curato, l’emissione sicura, ma la componente ironica del personaggio – la sua ambigua virilità, il suo disincanto affettivo – rimane in parte inespressa, appiattita in una linea interpretativa più lirica che brillante. Tra i comprimari, spicca la Valencienne di Kristin Arsenova, vocalmente brillante e incisiva. Valerio Borgioni, nei panni di Camille, canta con elegante controllo e timbro luminoso. Marco Simeoli, Njegus, si muove agilmente tra battuta e intercalare, senza eccedere nei toni farseschi, mentre Alberto Petricca dà al barone Zeta una vocalità salda e tempi comici ben dosati. Funzionale il resto del cast.
Il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, preparato da Christian Starinieri, mostra grande compattezza di insieme e intelligenza scenica, riuscendo a integrarsi con naturalezza nell’azione senza sacrificare precisione ritmica e chiarezza fonetica. Il terzo atto, tra can‑can e fuochi d’artificio, sancisce l’apoteosi scenica della serata: la regia si apre al gioco, la musica si fa corpo, e lo Sferisterio diventa festa. Una Vedova allegra che trasforma la leggerezza in stile, tra valzer e malinconia. Photocredit Simoncini
Macerata, MOF 2025: “La vedova allegra”