Macerata, Mof 2025
“MACBETH”
Opera in quattro atti su Libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, dalla tragedia di William Shakespeare
Macbeth FRANCO VASSALLO
Banco SIMON ORFILA
Lady Macbeth MARTA TORBIDONI
Dama di Lady Macbeth FEDERICA SARDELLA
Macduff ANTONIO POLI
Malcolm ORONZO D’URSO
Domestico/ Sicario / Araldo STEFANO GENNARI
Medico LUCA PARK
FORM- Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Maestro del Coro Christian Starinieri
Regia Emma Dante
Scene Carmine Maringola
Costumi Vanessa Sannino
Luci Christian Zucaro
Coreografie Manuela Lo Sicco
Cooproduzione dell’Associazione Arena Sferisterio con il Teatro Massimo di Palermo e il Teatro Regio di Torino
Macerata, 10 agosto 2025
«La vita è solo un’ombra che cammina; un povero attore che si pavoneggia e si agita sulla scena per la sua ora, e poi non se ne sente più nulla». Il celebre passo shakespeariano trova corpo e sangue nell’allestimento di Macbeth firmato da Emma Dante, in scena allo Sferisterio per il Macerata Opera Festival 2025. Non si tratta di una semplice trasposizione scenica, ma di una vera anatomia del potere e del delirio, scolpita con mano rituale e visione ferina.
La regia – sorretta dalle scene di Carmine Maringola e dai costumi evocativi di Vanessa Sannino – ci consegna un universo visivo dominato da oggetti e corpi, dove ogni elemento assume la forza simbolica di una maledizione antica. I letti mobili che attraversano la scena – d’ospedale, di morte, di concepimento – non sono arredi: sono soglie, luoghi di passaggio tra umano e disumano, tra coscienza e rovina. È lì che nascono le streghe, non evocate ma partorite, letteralmente, da un grembo che si fa scena. La loro prima apparizione – viscere contorte, carne che geme – è uno dei momenti più disturbanti dello spettacolo: non magia, ma biologia della profezia. Tutta la regia si muove su questa faglia: il corpo come linguaggio, come limite e destino. Il paesaggio scenico evoca una Sicilia arcaica, dove i fichi d’India sostituiscono la foresta di Birnam. Il fico d’India, pianta che resiste al fuoco e alla morte, diventa emblema di una natura che si ribella, che sopravvive ai carnefici. In questa vegetazione spinosa e sacrale, Macbeth e la sua Lady si muovono come relitti di una nobiltà che ha perso ogni centro, ogni dio. La scena è attraversata da una costante tensione tra sacro e profano: croci, abluzioni, gesti liturgici deformati.
Le luci di Christian Zucaro – dure, spietate – tagliano lo spazio come lame, mentre i costumi rivelano un mondo impolverato di riti dimenticati. Lady Macbeth, nella lettura registica, è una Madonna rovesciata. I suoi movimenti – coreografati da Manuela Lo Sicco – sono spasmi da invasata, ma sempre dentro un codice teatrale millimetrico. L’universo scenico non è narrativo, ma mitopoietico. La scena non illustra, trasfigura. Ogni gesto, ogni corpo, ogni oggetto porta un significato che precede la parola. Non si racconta una storia: si partecipa a una liturgia, al disfacimento del mondo da dentro, come se lo spettatore fosse uno dei letti che scorrono, uno dei corpi che assorbe sangue e profezia. Sul versante vocale, la produzione si distingue per una coerenza interpretativa che, pur con qualche discontinuità, si armonizza con l’impianto drammaturgico.
A emergere con forza è Franco Vassallo, il cui Macbeth si regge su un’emissione autorevole, sorretta da un timbro baritonale ampio e brunito. Nei recitativi la sua linea è nitida e controllata, mentre nelle arie il fraseggio si dispiega con scolpitezza e misura. Vassallo privilegia una compostezza drammatica intrisa di dignità tragica: il suo Macbeth è un uomo già segnato dal presagio, tragico nella consapevolezza più che nell’enfasi. Marta Torbidoni offre una Lady Macbeth di notevole tensione espressiva. La sua vocalità, tagliente e nervosa, si adatta bene a un ruolo che esige un continuo attraversamento tra dominio e collasso. Il controllo del pianissimo le consente di evocare una forza occulta e terribile, capace di assediare lo spazio anche nel silenzio. Non c’è compiacimento nel suo canto, ma un rigore ieratico che restituisce la dimensione perturbante della protagonista. Un memorabile debutto.
Simón Orfila, nel ruolo di Banco, convince per autorevolezza naturale e pastosità timbrica. La sua emissione è salda, il fraseggio levigato, e l’aria del primo atto (“Come dal ciel precipita”) è affrontata con eleganza e raccoglimento. Antonio Poli disegna un Macduff di slancio lirico, grazie a un timbro luminoso e a una proiezione efficace che, nel momento della vendetta, si accende di sincerità drammatica senza mai forzare l’emissione. Federica Sardella, nei panni della Dama, si ritaglia un breve spazio sonoro per chiarezza espositiva e sobrietà. Oronzo D’Urso (Malcolm), Stefano Gennari e Luca Park completano l’ensemble con prove funzionali. La direzione di Fabrizio Maria Carminati si distingue per l’equilibrio fra chiarezza formale e tensione drammatica. Il maestro costruisce un impianto sonoro solido e sorvegliato, in cui la partitura verdiana emerge con nitidezza analitica.
I tempi risultano calibrati con attenzione: il dramma procede con andatura narrativa fluida, sempre sorretta da una lucidissima articolazione temporale. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, sotto la sua guida, si conferma duttilissima: archi precisi, legni raffinati, ottoni misurati. Carminati mostra grande attenzione al rapporto con il palcoscenico, accompagnando le voci con discrezione e intelligenza teatrale. Mai invasiva, la buca diventa un corpo unico con l’azione. Il suo Macbeth non indulge nel pittoresco, ma si impone come un affresco lucido e psicologicamente coerente. Gli applausi finali, prolungati ma misurati, hanno chiuso un’esecuzione di coerenza formale e rigore espressivo. Con questo Macbeth, il Macerata Opera Festival 2025 si conclude nel segno di una tragedia asciutta e spietata, dove la scena si fa riflessione sul potere, sul corpo e sulla fine. Nessuna concessione all’enfasi, ma un teatro che continua a interrogare, senza compiacimento, la materia oscura del nostro tempo. Con questa ultima opera si chiude la stagione 2025 del Macerata Opera Festival, che ha registrato oltre 25.000 presenze e un riempimento medio dell’80%. Tre titoli di repertorio, allestimenti di qualità e un’offerta artistica che ha confermato lo Sferisterio come punto di riferimento nel panorama lirico estivo italiano. Photocredit Simoncini