Macerata, Mof 2025: “Rigoletto”

Macerata, MOF 2025
“RIGOLETTO”
Dramma per musica in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave

Musica di Giuseppe Verdi
Rigoletto DAMIANO SALERNO

Gilda RUTH INIESTA
Il Duca di Mantova IVAN MAGRI’
Sparafucile LUCA PARK
Maddalena CARLOTTA VICHI
Giovanna ALEKSANDRA METELEVA
Il Conte di Monterone ALBERTO COMES
Marullo GIACOMO MEDICI
Matteo Borsa FRANCESCO PITTARI
Il Conte di Ceprano TONG LIU
La Contessa di Ceprano ALEKSANDRA METELEVA
Il Paggio della Duchessa LAURA ESPOSITO
FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Jordi Bernacer
Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Complesso di palcoscenico Banda Salvadei
Maestro del coro Christian Starinieri
Regia Federico Grazzini
Scene Andrea Belli
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Alessandro Verazzi
Produzione dell’Associazione Arena Sferisterio per il Macerata Opera Festival 2015
Macerata, 09 agosto 2025
Nel silenzio minerale dello Sferisterio, Rigoletto si apre come un incubo deformato, immerso in un luna park in rovina che diventa metafora visiva della mente del protagonista. La regia di Federico Grazzini per il Macerata Opera Festival non si limita a narrare una tragedia, ma la trasfigura in paesaggio psichico: tutto è già collassato, privo di salvezza, e la vicenda si consuma in uno spazio che è insieme esterno e interiore. Al centro campeggia una maschera grottesca, cuore scenico ideato da Andrea Belli, che non celebra il carnevale ma ne mostra la decomposizione. Da quella bocca spalancata i personaggi vengono inghiottiti o espulsi, come residui di un mondo marcio. Rigoletto è prigioniero di un sistema che lo respinge: gira in tondo, come un animale chiuso nella propria ossessione. Ogni tentativo di salvezza si rovescia in distruzione. Il luna park fatiscente è più di un fondale: è lo specchio del disfacimento morale e affettivo. I personaggi emergono e si dissolvono; il Duca è puro feticcio narcisistico, Gilda un’emanazione luminosa che si consuma troppo in fretta. Il coro pulsa come un organismo molteplice, massa oscura e giudicante. Grazzini dirige con rigore: nessun gesto superfluo, nessun orpello. La scena è ridotta all’essenziale, e proprio per questo risulta claustrofobica e inevitabile. Le luci di Alessandro Verazzi scolpiscono lo spazio con precisione chirurgica: non proteggono, ma smascherano. I costumi di Valeria Donata Bettella, sobri e simbolici, trasformano ogni figura in segno, incarnazione visiva di un destino. La tragedia si chiude nel cerchio del non ritorno. Questo Rigoletto non si guarda da fuori: lo si attraversa. E quando si esce, addosso non si ha solo il suono di Verdi, ma il peso intero di un uomo che urla nel vuoto della propria rovina. Già presentato nel 2015, lo spettacolo oggi perde parte del suo clamore iniziale, come se il tempo ne avesse limato gli spigoli più disturbanti, restituendone una lettura più profonda e stratificata. Ciò che allora appariva eccesso, ora suona come linguaggio necessario: la rovina estetica si fa linguaggio della rovina morale. In questa rilettura disincantata, la regia guadagna in densità ciò che ha perduto in sorpresa. Jordi Bernàcer articola una direzione solida e ben strutturata alla guida della FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, che si distingue per compattezza timbrica e rigore esecutivo. L’approccio interpretativo rivela consapevolezza della sintassi verdiana, con scelte metronomiche serrate ma proporzionate, dinamiche cesellate e un controllo scrupoloso dell’equilibrio fonico tra buca e palcoscenico. Nei grandi numeri d’assieme, l’orchestra mostra coesione ritmica, precisione negli attacchi e buona tenuta drammaturgica. Nei passaggi più lirici, Bernàcer predilige un tracciato direttoriale analitico, volto a esaltare la chiarezza costruttiva più che la libertà espressiva. Il risultato è una concertazione salda, ben calibrata e rispettosa della partitura, che solo a tratti si accende di quella cantabilità fluente e mobile che costituisce uno degli assi portanti dell’estetica verdiana. Le voci principali, tutte ben proiettate e funzionali alla spazialità dello Sferisterio, privilegiano l’efficacia scenica alla rifinitura del fraseggio e alla profondità interpretativa. Damiano Salerno offre un Rigoletto vocalmente solido, sorretto da un centro timbrico compatto, acuti ben sostenuti e fraseggio curato. L’emissione è sicura, l’interpretazione coerente nella sua cupezza, sebbene manchi una vera escursione espressiva tra cinismo e disperazione. Il personaggio resta sempre controllato, più ossessivo che emotivo. Ruth Iniesta è una Gilda di eccellente tenuta tecnica e raffinata musicalità. Il timbro, luminoso e ben proiettato, si accompagna a una coloratura scolpita e ad acuti ampi e brillanti. Il mi bemolle di tradizione è centrato con slancio. Scenicamente incisiva, disegna una figura viva, fragile ma mai leziosa. Ivan Magrì, scenicamente efficace, canta un Duca di buon impatto timbrico e fraseggio vario. Qualche rigidità negli acuti estremi non compromette una prova convincente, culminata in una “Donna è mobile” ben sfumata. Tra i comprimari, Luca Park è uno Sparafucile sonoro e ben emesso; Carlotta Vichi una Maddalena scenicamente centrata, dal timbro caldo e rotondo. Solide anche le parti di fianco: Comes, Medici, Pittari, Meteleva ed Esposito completano un ensemble vocalmente compatto e stilisticamente pertinente. Il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, guidato con precisione da Christian Starinieri, contribuisce con rigore e densità sonora all’equilibrio drammaturgico dell’opera. La compattezza del suono, la chiarezza della dizione e il controllo dinamico ne fanno un elemento organico della messa in scena, in piena sintonia con la regia e l’orchestrazione scenica. Non è solo massa vocale, ma coscienza collettiva, riflesso anonimo e spietato del mondo che condanna. Gli applausi finali hanno sigillato una rappresentazione che si distingue per rigore visivo, coerenza musicale e tensione morale. Più che raccontare una storia, questo Rigoletto ha messo in scena un mondo svuotato, dove l’illusione della protezione implode in un sistema di colpe incrociate. La regia di Grazzini non concede vie d’uscita, ma imprime allo spettacolo un respiro tragico compatto e privo di retorica. «L’uomo è la creatura che non può volere il nulla, ma non può nemmeno volere se stesso senza dolore», scriveva Georges Bataille. In questa messinscena tutto sembra ruotare attorno a questa impossibilità: proteggere, redimere, amare, salvare. Ogni gesto finisce per tradirsi. Ogni parola – persino l’ultima – risuona nel vuoto. È in questo vuoto che, infine, si compie la tragedia. Photocredit Simoncini MOF 2025