Pesaro, Rossini Opera Festival 2025: Concerto del tenore Sergey Romanovsky

Pesaro, Teatro Rossini, Rossini Opera Festival 2025, XLVI Edizione
Orchestra Sinfonica G. Rossini
Direttore Asier Eguskitza
Tenore Sergey Romanovsky
Juan Crisóstomo de Arriaga: Ouverture “Pastorale” da “Los esclavos felices”; Wolfgang Amadeus Mozart: Aria di Tito “Del più sublime soglio” da “La clemenza di Tito”; Giacomo Meyeerber: Aria di Vasco “O Paradis sorti de l’onde” da “L’Africaine”; Gioachino Rossini: Sinfonia da “Otello”; Gioachino Rossini: Cavatina di Otello “Ah sì, per voi già sento” da “Otello”; Giuseppe Verdi: Aria di Rodolfo “Quando le sere, al placido” da “Luisa Miller”; Petr Ilic Cajkovskij: Polonaise da “Evgenij Onegin”; Nikolaj Rimskij-Korsakov: Canzone dell’ospite indiano “Pesnia indiskogo gostia” da “Sadko”; Petr Ilic Cajkovskij: Aria di Lenskij “Kuda, kuda, kuda vi udalilis” da “Evgenij Onegin”; canzone tradizionale russa “Ah ty dushechka”.
Pesaro, 21 agosto 2025
Il terzo e ultimo concerto lirico-sinfonico del Rossini Opera Festival 2025, tenutosi nel pomeriggio di giovedì 21 agosto al Teatro Rossini di Pesaro, ha avuto per protagonista il celebre tenore russo Sergey Romanovsky, accompagnato dall’Orchestra Sinfonica G. Rossini diretta dal giovane Asier Eguskitza originario di Bilbao. Il ricco programma presentato, che prevedeva brani eterogenei appartenenti a diversi periodi storici, ha senz’altro incuriosito il pubblico e ne ha tenuta viva l’attenzione durante l’intero concerto durato quasi un’ora e mezzo. Dall’eleganza mozartiana alla forza espressiva di Rossini e Verdi, fino alla profondità del repertorio russo e alla leggerezza brillante dei bis concessi, ogni esecuzione ha aggiunto un tassello prezioso e significativo a un mosaico vario ma coerente. Il concerto si è aperto con una composizione rara e raffinata: la prima esecuzione assoluta dell’Ouverture “Pastorale” attribuita all’opera perduta “Los esclavos felices” di Juan Crisóstomo de Arriaga, conosciuto come il “Mozart basco”. Il brano, rivisto dal direttore Eguskitza, ha offerto un ascolto di interesse e non di repertorio, in linea con lo spirito filologico del Festival. Le altre due pagine orchestrali – la sinfonia dell’“Otello” di Rossini e la “Polonaise” dall’“Evgenij Onegin”- hanno messo in risalto i bei colori e le potenti sonorità dell’orchestra, nonostante i risultati non sempre impeccabili di alcuni soli. Si elogia la direzione di Eguskitza, che ha mantenuto una coerenza di approccio, curando il fraseggio strumentale e guidando i musicisti con equilibrio, sia nei brani sinfonici che in quelli di accompagnamento al canto. Romanovsky ha mostrato le sue doti di interprete tecnicamente solido e vocalmente autorevole. Il timbro brunito, la proiezione sicura e una linea di canto ben controllata gli hanno permesso di affrontare con disinvoltura un programma impegnativo. Dal Tito mozartiano (“Del più sublime soglio”) al Vasco de Gama meyerbeeriano (“O Paradis sorti de l’onde”), passando per l’Otello rossiniano (“Ah sì, per voi già sento”) e il Rodolfo verdiano (“Quando le sere al placido”), il tenore ha mostrato una vocalità vigorosa e risonante, sostenuta da un legato maestoso e avvalorata dalla dall’attenzione costante alla parola cantata. L’interprete ha mostrato omogeneità nei registri, dalle note gravi baritenorili fino agli acuti svettanti, fraseggiando espressivamente nelle tessiture centrali e risolvendo efficacemente la salita agli acuti. Il pubblico ha così apprezzato le sue interpretazioni generose, corroborate da uno squillo brillante sempre ricco di armonici. I brani in lingua italiana e francese sono stati caratterizzati da perizia tecnica e accortezza interpretativa, sebbene Romanovsky abbia rivelato il lato più autentico della propria arte nel repertorio russo. La Canzone dell’ospite indiano da “Sadko” di Rimskij-Korsakov è stata eseguita con eleganza e padronanza idiomatica, ma è stato “Kuda, kuda, kuda vi udalilis” da “Evgenij Onegin” a rappresentare il vero culmine emotivo del concerto. Qui il canto si è fatto intimo, sospeso, profondamente partecipato, facendo risaltare grazie all’interprete la stretta connessione fra musica e testo poetico. A seguire, la canzone tradizionale russa “Ah mia cara”, in cui Romanovsky ha mostrato una vena più leggera e teatrale, ha fatto da ponte perfetto ai tre bis conclusivi. E proprio in questi brani – “Granada” di Lara, “Tu ca nun chiagne” di De Curtis e come ultimo omaggio a Rossini “La danza” – Romanovsky ha liberato tutto il suo estro interpretativo. Le tre esecuzioni, di forte impatto per il pubblico, sono state affrontate con leggiadra disinvoltura e pieno controllo tecnico: la canzone spagnola dagli slanci passionali, quella napoletana dal pathos popolare e infine l’incalzante tarantella rossiniana, eseguita con piglio giocoso, hanno scatenato l’entusiasmo della sala, tra applausi calorosi e autentica partecipazione. Il concerto ha complessivamente unito rigore musicale e coinvolgimento emotivo, lasciando un segno tangibile non solo per la bravura del tenore, ma per l’insieme ben riuscito di repertorio, interpretazione e atmosfera. Asier Eguskitza, già valido direttore con margini di crescita sul piano tecnico, ha mostrato intelligenza musicale e gusto nella scelta del repertorio; Sergey Romanovsky, da parte sua, ha confermato di essere un artista completo dalla comprovata tecnica e dalla spiccata capacità comunicativa. L’unico rammarico per questo evento di alto livello sono stati i posti vuoti in sala, forse giustificabili per l’orario pomeridiano in prossimità dell’ultima recita de “L’italiana in Algeri”. Foto Amati Bacciardi