Pompei, Parco Archeologico
Pompei dopo l’apocalisse: la favela nella cenere
Note archeologiche sull’Insula Meridionalis e il ritorno dell’informe urbano
Che cosa accade a una città dopo la sua morte? Se la distruzione è improvvisa e totalizzante, come nel caso dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., si potrebbe pensare a una cesura netta, a una fine senza ritorno. Eppure, l’archeologia – quando non piegata a un’ideologia del pittoresco e del conservato – ci insegna che la città, anche nel suo disfarsi, può conoscere una seconda vita, fatta non di monumentalità e ordine, ma di precarietà e sopravvivenza.
È il caso della cosiddetta rioccupazione di Pompei, un fenomeno a lungo ignorato o, peggio, deliberatamente cancellato dal racconto archeologico dominante. A riaprire la questione, con risonanze che travalicano la cronaca dello scavo, è l’intervento in corso nell’Insula meridionalis, ovvero quel quadrante meridionale dell’urbe antica compreso tra la Villa Imperiale e il Quadriportico dei Teatri. Questo settore, risparmiato solo marginalmente dal cosiddetto Grande Progetto Pompei (2012–2023), è ora oggetto di un importante progetto di messa in sicurezza, restauro e consolidamento strutturale, accompagnato da indagini stratigrafiche puntuali. Proprio queste indagini – compiute con metodo stratigrafico rigoroso – hanno consentito di intercettare testimonianze di riuso e riabitazione successive alla catastrofe, smentendo definitivamente l’idea che Pompei fosse rimasta immobile e silente dopo l’eruzione. Anzi, la città, o ciò che ne rimaneva, si rianimò come corpo ferito, popolato da presenze nuove, ibride, sopravvissute o migranti.
Si tratta di un’informazione archeologica tanto preziosa quanto scomoda. Perché non parla più di decorazioni affrescate miracolosamente intatte o di suppellettili abbandonati nel momento esatto della tragedia, ma racconta di una Pompei altra, disfatta, riorganizzata con logiche periferiche, simile piuttosto a una baraccopoli che a una colonia latina. Il direttore del sito archeologico, Gabriel Zuchtriegel, ha evocato un’espressione potente e quanto mai opportuna: favela tra le rovine. Nel quadro delle nuove scoperte, appare chiaro come la fase post-eruttiva non possa più essere considerata una mera appendice alla storia ufficiale di Pompei. Gli strati superiori della cenere, infatti, custodiscono non solo materiali di crollo e detrito, ma anche tracce puntuali di insediamenti: focolari, forni, macine, segni inequivocabili di una ripresa, per quanto sommaria, della vita quotidiana. Abitazioni che erano al piano terra ora diventano seminterrati; i piani alti, riaffioranti dal manto piroclastico, si trasformano in rifugi. Non si trattò, con ogni probabilità, di una semplice occupazione disorganizzata da parte dei superstiti – anche se è lecito pensare che tra questi vi fossero pompeiani che non avevano i mezzi per ricominciare altrove. Piuttosto, si assiste a un fenomeno complesso di riappropriazione dello spazio urbano da parte di popolazioni residuali e mobili, forse migranti provenienti da altri centri campani.
Lo scopo? Sopravvivere, e al tempo stesso scavare nel ventre della città morta per cercare oggetti di valore, metalli, materiali riutilizzabili. Ma anche, per chi credeva ancora nel genius loci, una speranza di rinascita. Il fatto che si incontrassero – secondo le fonti – anche cadaveri in decomposizione durante queste operazioni, restituisce il carattere brutale, quasi tanatopolitico, della Pompei del IV secolo. La città diventa un campo di tensione tra il tempo della morte e il tempo della necessità. È noto che l’imperatore Tito, resosi conto della situazione, inviò sul posto due curatores Campaniae restituendae, due ex consoli con mandato speciale. Dovevano tentare una rifondazione, amministrare i beni dei defunti senza eredi e – forse – riorganizzare i nuclei abitativi sorti nel caos. Tuttavia, questo disegno politico fallì. Pompei non fu più rifondata secondo i canoni della civitas romana. Rimase un agglomerato irregolare, privo di infrastrutture pubbliche, con case abitate solo in parte e senza alcuna rete urbana coerente. Eppure, questa vita larvale si protrasse per secoli. Fino al V secolo, epoca nella quale un’ulteriore eruzione, forse quella cosiddetta di Pollena (databile tra il 472 e il 512 d.C.), sancì l’abbandono definitivo del sito. Ma se i dati archeologici parlano chiaro, come mai questo lungo periodo è stato rimosso dalla narrazione storiografica e museale? La risposta, come suggerisce Zuchtriegel, risiede in un rimosso profondo dell’archeologia stessa. L’entusiasmo per la bellezza conservata, per gli affreschi del 79 ancora intatti, ha spinto generazioni di scavatori a penetrare oltre gli strati più recenti con zelo quasi iconoclasta.
In nome del passato aureo, si è sacrificato il presente frammentario. In questa prospettiva, l’Insula Meridionalis diventa un luogo-limite, una soglia critica da cui osservare il trauma archeologico del post-79. Perché è proprio la metodologia di scavo, quella che privilegia il piano pavimentale coevo all’eruzione, che ha prodotto il fenomeno dell’“inconscio archeologico”. Tutto ciò che veniva dopo è stato, nella maggior parte dei casi, distrutto senza documentazione. Ma oggi, alla luce delle nuove indagini, occorre ribaltare il paradigma. Pompei non è solo la città congelata nel tempo, la capsula dell’anno 79, ma anche il sito di un lungo tempo della resilienza. Laddove la classicità si spezza, si annida un’altra storia, più dolente, più vera: la storia degli sconfitti, dei poveri, dei resti. Lo scavo, in quanto gesto di anamnesi, ha il dovere di restituire anche queste tracce minime. Perché solo comprendendo la città nella sua interezza, anche nei suoi esiti più dimessi, possiamo restituirle la sua dignità storica. Come insegna l’archeologia stratigrafica – che non è tecnica, ma etica del tempo – ogni strato è degno di memoria. E Pompei, se vuole davvero parlare al presente, deve accettare anche la propria rovina più profonda: quella dell’essere stata, per secoli, una città di fantasmi vivi, di sopravvissuti nell’ombra, in attesa di essere ritrovati.
Pompei, Parco Archeologico: ” La rioccupazione nell’Insula meridionalis di Pompei dopo il 79 d.C.”
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