Roma, Teatro dell’Opera, Stagione 2024/2025
“BAUSCH / BÉJART / WHEELDON”
Within the Golden Hour
Coreografia Christopher Wheeldon
Musica Ezio Bosso, Antonio Vivaldi
Musiche su base registrata dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Carlo Donadio
Violino solista Vincenzo Bolognese
Viola solista Koram Jablonko
Costumi Anna Biagiotti
Luci Peter Mumford
Riprese da Stefano Laselva
Interpreti Federica Maine e Alessio Rezza (Waltz), Alessandra Amato e Walter Maimone (Slow), Sara Loro e Michele Satriano (Vivaldi), Simone Agrò e Giacomo Castellana (Duetto maschile)
Bolero
Coreografia Maurice Béjart
Ripresa da Piotr Nardelli
Musica Maurice Ravel
Luci Stefano Laselva
Artista ospite Friedemann Vogel
Solisti Michele Satriano, Giacomo Castellana, Simone Agrò, Walter Maimone
Le Sacre du Printemps
Coreografia e regia Pina Bausch
Musica Igor Stravinskij
Scene e Costumi Rolf Borzik
Direzione artistica Clémentine Deluy, Jorge Puerta Armenta
Direzione prove Eleonora Abbagnato, Damiano Ottavio Bigi, Tsai-Chin Yu
Adattamento scenografico Gerburg Stoffel, Martin Winterscheidt
Adattamento costumi Petra Leidner
Adattamento luci Fernando Jacon
Pina Bausch Foundation Gesa Linnéa Jacon
Coproduzione Teatro dell’Opera di Roma e Pina Bausch Foundation
Eletta Rebecca Bianchi
Orchestra, Étoiles, Primi ballerini, Solisti e Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, Terme di Caracalla, 31 luglio 2025
Non solo uno spettacolo quello a cui abbiamo assistito a fine luglio alle Terme di Caracalla. Dopo il lungo lavoro di perfezionamento tecnico, di confronto con i grandi lavori del repertorio classico e contemporaneo, la compagnia di balletto del Teatro dell’Opera di Roma guidata da Eleonora Abbagnato era pronta per un salto di qualità. E lo si è ampiamente visto durante tutto lo svolgimento della serata.
Ad apertura Within the Golden Hour, una serie di piccoli schizzi dipinti sulla musica di Ezio Bosso e di Antonio Vivaldi dal coreografo britannico Christopher Wheeldon. L’ispirazione principale è l’ora dorata, quella di passaggio tra il giorno e la sera, quando l’orizzonte si illumina di rosso. A Caracalla, naturalmente, il gioco di luci è meno percepibile di quanto lo si era notato a teatro nel settembre 2023. Tra le rovine romane a luccicare sono principalmente i colori della musica, le paillettes dei vestiti, nonché quell’etereo fluire di passi, che si presentano come attimi di fugace desiderio, di sprofondamento e risalita nelle curve del corpo e dell’anima, che ricordano al tempo stesso la fuggevolezza e l’eternità della vita. Ben diverso è il clima rovente del Bolero di Béjart, che dal 1951 rende memorabile la partitura di Ravel originariamente concepita per Ida Rubinštejn. Qui l’amore è desiderio, seduzione, ma anche e soprattutto raffinata sensualità che porta alla passione e al possesso.
Su un tavolo rosso si impone l’elegante maschilità dell’artista ospite Friedemann Vogel, che nel gioco di luci iniziale svela il movimento delle mani sul petto, per poi donarsi al movimento ritmico scandito dai pliés e dai particolari port de bras, fino ad arrivare allo slancio, a voli d’uccello, al metaforismo di una corrida. I figuranti sullo sfondo intensificano l’atmosfera, mentre i solisti fanno da cornice e contrappunto, guidandoci verso una dimensione pervasiva che dall’estetica arriva a risvegliare i sensi, lasciandoci travolti da quanto ammirato in scena. Ma poi bisogna ricordare che la danza è anche teatro, che come diceva Pina Bausch l’importante non è come si muovono i danzatori, ma cosa li muove nel profondo. Ed è tutto lì l’incontro con la grande coreografa polacco-tedesca, erede della danza d’espressione tedesca, di Laban e di Kurt Joss. Nei suoi stücke ella era solita presentare tra i corpi dei danzatori, elementi naturali quali l’acqua o i fiori, canzoni e musiche evocative, urla e gesti, tutto il variopinto mondo dei sentimenti umani che accompagnano lungo la vita. Il suo era un teatro dei sentimenti, un teatro vissuto e sentito, dove a fuoriuscire era una profonda autenticità e verità.
Eleonora Abbagnato lo comprende bene. Del resto, la rielaborazione bauschiana del Sacre du printemps di Stravinskij dopo la prima a Wuppertal nel 1975 è entrato anche nel repertorio del Balletto dell’Opéra di Parigi, con riprese per numerose stagioni. Il progetto di ripresa a Roma ha visto dunque la direzione artistica di Clémentine Deluy e Jorge Puerta Armenta, ma poi insieme con Damiano Ottavio Bigi e Tsai-Chin Yu è stata la stessa Abbagnato a dirigere le prove. Come nella versione di Vaclav Nižinskij del 1913, la dimensione rituale è ben presente. La si riscontra nello stesso spargimento di terra sulla scena durante l’intervallo, così come nei cerchi quasi magici formati dai danzatori nella coreografia. Ma Pina non parla della Russia pagana, parla dei conflitti sociali tra uomini e donne che dall’antichità dei tempi si sono rinnovati fino ai nostri giorni. In scena è il sudore, la lotta, la paura, l’orrore. Un vestito rosso guida l’azione scenica. Su di esso ci si stende per prefigurare la fine, chi lo avrà sarà destinato alla morte.
E allora si cerca di divincolarsi come fanno a più riprese le donne, una alla volta, cercando di scampare alla tragedia. Prevale però la predestinazione, la scelta ricade sull’Eletta, chiamata a sacrificarsi per rigenerare la terra. Rebecca Bianchi rivela tutta la sua potenza scenica. Non è più la danzatrice lirica cui siamo abituati, ma una danzatrice attrice capace di portare su di sé tutto il carico dei gesti che animano questa lotta all’ultimo sangue. Con la sua danza viscerale, amplificata dal corpo di ballo, ella richiama il pubblico verso un risveglio delle coscienze. Il teatro non è qui una piacevole visione. Tra i corpi svelati dagli abiti leggeri, ricoperti di terra e di sudore, si apre una diversa concezione del ruolo dello spettatore, che non può solo comodamente assistere ad un bello spettacolo, ma deve domandarsi come può reagire alla visione di ciò che lo inquieta, lo turba, lo rende finalmente scomodo, lacerandone la tranquillità interiore. Foto Fabrizio Sansoni – Teatro dell’Opera di Roma
Roma, Caracalla Festival 2025: “Baush / Bejart / Wheeldon”