Tagliacozzo (AQ), Palazzo Ducale
CONTEMPORANEA 25: ARCHIVI DELLA MEMORIA SOSPESA
a cura di Cesare Biasini Selvaggi
Si ha spesso l’impressione che le mostre d’arte contemporanea tendano a reiterare le stesse formule: un tema forte, due o tre artisti dissimili, una sede suggestiva e un lessico critico imbastito su parole ormai opache. Tuttavia, quando un’esposizione riesce a rimettere in discussione i propri presupposti e a produrre conoscenza reale, allora vale la pena soffermarsi.
Questo avviene, con rara coerenza, a Tagliacozzo, dove il Palazzo ducale Orsini-Colonna ospita, dal 3 agosto al 21 settembre 2025, la dodicesima edizione di “Contemporanea”, intitolata quest’anno “Archivi della memoria sospesa“. La formula, sulla carta, è semplice: due personali, quella della pittrice abruzzese Concetta Baldassarre (1924-1981) e della fotografa anglo-indiana Annu Palakunnathu Matthew (1964), poste in dialogo sulla questione della memoria storica. Ma ciò che rende questa mostra degna di attenzione è la radicalità con cui entrambe le artiste affrontano non tanto la memoria in sé, quanto la sua rimozione e le sue scorie. Concetta Baldassarre, allieva di Toti Scialoja e vicina a figure come Bice Lazzari e Piero Dorazio, rappresenta il caso, raro e emblematico, di un’artista rimasta ai margini non per assenza di qualità, ma per un’eccessiva discrezione. La retrospettiva a lei dedicata, “Il ritratto svelato di una vita nell’arte“, offre oltre sessanta opere tra dipinti, disegni e arte applicata.
Emerge qui una pittura che non ha mai cercato il clamore, ma ha saputo mantenere un rigore e una coerenza interna notevoli: dal figurativo postbellico, sobrio ma mai accademico, all’astrazione lirica degli anni Settanta, la Baldassarre si mostra come una delle rare pittrici italiane del secondo Novecento capaci di pensare il quadro come luogo di pensiero e non come superficie espressiva. La mostra, organizzata in collaborazione con l’Archivio Concetta Baldassarre e con i figli dell’artista, ha il merito di restituire una figura non certo da riscoprire per moda o quota rosa, ma per reale interesse storico-artistico. La sua vicenda si inserisce in quella linea laterale della pittura italiana che non ha avuto scuola, ma ha fatto scuola: una linea fatta di individualità inattuali, di presenze che tornano quando lo sguardo critico si affina. Il lavoro di Annu Palakunnathu Matthew, invece, ha tutt’altra genealogia e intenzione. La sua mostra “Storie nascoste. Gli italiani d’Abruzzo e i soldati indiani nella Seconda guerra mondiale” affronta un episodio marginale ma emblematico: l’internamento dei soldati indiani nel campo di Avezzano e l’accoglienza loro riservata da alcune famiglie locali. È una storia che non trova spazio nei manuali, ma che qui viene ricostruita con rigore filologico e tensione visiva.
Matthew usa la fotografia e l’installazione come strumenti per rivelare l’invisibile. Le sue immagini non si limitano a documentare: pongono domande. Non c’è estetismo né retorica, ma una ricerca sullo statuto dell’immagine come residuo, come traccia materiale di un racconto che si è tentato di cancellare. Le proiezioni, i ritratti, le voci che animano l’installazione restituiscono dignità a soggetti mai nominati, mai inclusi nel canone della memoria pubblica. Ciò che unisce le due mostre è la capacità di non cedere alle scorciatoie del discorso artistico contemporaneo. Non c’è estetizzazione della testimonianza, né patetismo dell’intimità. In entrambi i casi, il lavoro artistico è un processo di sottrazione, di scavo, di confronto con ciò che resiste all’oblio.
La curatela di Cesare Biasini Selvaggi si distingue per sobrietà e precisione: non impone una lettura univoca, ma lascia emergere le opere secondo il loro passo. Nessun allestimento urlato, nessuna pretesa teorica ridondante: solo il desiderio di mettere in relazione linguaggi, storie e sguardi che, pur distanti, trovano nella memoria un terreno comune. In tempi in cui l’arte sembra spesso funzionale alla comunicazione e alla celebrazione, “Contemporanea 25” rappresenta un raro esempio di mostra che torna a pensare. E a far pensare. Non perché vi sia una tesi da dimostrare, ma perché vi è un silenzio da ascoltare. Ed è in quel silenzio che l’arte, se ancora ne è capace, può dire qualcosa.
Tagliacozzo, Palazzo Ducale: “Contemporanea 25: Archivi della memoria sospesa”