Maria Callas: “Il mio dramma d’artista e di donna”

Ricordando Maria Callas  a 48 anni dalla morte.
Da “Oggi” – 16 gennaio 1958.
Di Maria Meneghini Callas
La più triste serata della mia carriera artistica fu preceduta da lietissimi auspici: e questo vaga per tutti i “superstiziosi” ( ce ne sono tanti, nell’ambiente del teatro) che sogliono sempre scorgere presagi fausti o infausti in ogni piccola cosa. E tutta via anche se fossi stata avvezza da tempo a dar retta ai cosiddetti “avvertimenti della sorte”, e ne avessi scorti, questa volta, di sfavorevoli, mai e poi mai avrei potuto prevedere l’ondata di violenza e di crudeltà che mi è stata rovesciata addosso, dopo dopo quella recita del 2 gennaio, così dolorosamente troncata. Sono stata letteralmente linciata. i giornali non soltanto di Roma in Italia, ma d’Europa è di America – tranne eccezioni, che per essere stati così rare mi hanno ancora più commosso –  hanno messo da parte, per due, tre, giorni, gli avvenimenti di politica internazionale  e hanno dedicato le loro prime pagine al mio povero nome. Era il momento buono per trascinarlo nel fango. Era l’occasione favorevole per farmi pagare caro il successo di tanti anni. Ah, dunque questa donna era riuscita ad affermarsi tanto fortemente nel mondo della musica col solo aiuto della sua voce ? Ebbene, che cosa c’era, che cosa poteva esserci di più divertenti, dello schiacciarla e calpestarla ben bene, proprio nel momento in cui di voce non ne aveva più, per potersi far sentire e difendere; per cosa che cosa poteva esserci di più spiritoso del darle il colpo di grazia,  come si fa con un essere, nocivo ormai ferito a morte?

Un’amara esperienza
Non ce l’ho con i giornalisti, i quali fanno come meglio sanno un mestiere che spesso esige durezza; e comunque ora scrivo per un giornale che mi è stato messo generosamente a disposizione. Non ce l’ho nemmeno con quel gruppo di persone che, per un paio di giorni, ha sostato davanti all’ingresso del mio albergo romano, fischiando non una una artista che aveva cantato male (piuttosto avrei preferito non cantare) ma una donna ammalata: chiedendo a gran voce la facoltà di indicarle la via di guarigione al suon di offese. No; ce l’ho soprattutto con me stessa, perché mi sono amareggiata e infinitamente di tutto ciò. Perché non ho imparato che i più preferiscono all’arte l’artificio e alla sincerità la furberia. Ce l’ho con me stessa, perché mi sono sempre ostinata – e mi ostinerò, con l’aiuto di Dio – a considerare il teatro musicale non solo come un “mestiere” ma come un’arte degna del più alto rispetto, e come la ragione della mia vita. Ce l’ho con me stessa, ma ormai è troppo tardi per cambiare il mio carattere. Continuerò ad essere l’identica Callas di prima: con una amara esperienza in più, s’intende.
Tutto, dunque, era incominciato bene, addirittura splendidamente. Ero giunta Roma la sera di Santo Stefano, e l’indomani, a mezzogiorno, ero andata in teatro avevo iniziato le prove. Ero felice di tornare, dopo qualche tempo, a cantare a Roma. Questo voglio affermarlo ben chiaramente, sarà perché fra le tante assurdità che si sono scritte nei giorni scorsi, ho letto anche quelle a seconda in cui io avrei considerato il presentarmi all’opera romana come una “diminuzione” . Ma come? Io all’Opera ho cantato fin da lontano 1950, guidata spesso da quel grande musicista e grande amico mio che è Tullio Serafin., ho cantato, da allora e negli anni successivi, Norma (in due edizioni), Parsifal, Turandot, Puritani, Tristano e Isotta, Lucia, Traviata, Medea, Trovatore, Aida, per almeno una sessantina di spettacoli complessivamente., e molte fra le mie serate al Teatro Romano restano, nel il mio ricordo, per le più belle soddisfazioni della mia carriera artistica. Come avrei potuto, dunque, considerare la Norma annunziata per il 2 gennaio se non come una lieta occasione per ripresentarmi a un pubblico che mi aveva dato tanta gioia? Continuammo le prove per tutto il giorno  28 ero abbastanza contenta di me., anche se, nella tarda serata, avvertii un lieve dolore di gola. Nel frattempo Fedora Barbieri, che doveva sostenere la parte di Adalgisa, si era messa a letto con l’influenza, ed era stata sostituita da Miriam Pirazzini. Conveniva essere prudenti: passai gran parte di Domenica 29 Dicembre  nella mia camera d’albergo a riposare. Il giorno dopo stavo bene: la sera ci fu l’antiprova generale, che cantai nelle mie migliori condizioni di voce. Tutti i presagi volgevano al meglio.
L’ultimo dell’anno, prova generale. Cantai la parte a piena voce, tanto che il maestro Santini mi suggerì bonariamente di non impegnarmi a quel modo; ma non gli diedi retta: prima di tutto perché non ho mai accettato di fare la prova generale se non con lo stesso impegno che metto nella recita; e  poi perché amo troppo Norma, sento troppo il suo dramma, per non incominciare a “viverlo”, con ogni mia risorsa vocale tutte le volte che l’opera viene eseguita atto per atto, decima fondo. La prova generale finì tra le soddisfazioni di tutti. Andai nel mio camerino, un camerino gelido e mi struccai. Giravano correnti d’aria, s da molte fessure. Improvvisamente senti un brivido, avverti i sintomi di un principio di raucedine. Erano le 8:30 di sera, corsi all’Auditorium della Televisione, dove avevo l’impegno di cantare “Casta Diva”, per una trasmissione in collegamento con tutta l’Europa. E poi, no, cari amici, non andai a ballare tutta la notte, come molti giornali hanno scritto: mi limitai a stappare una bottiglia in compagnia di mio marito e di pochi amici, in onore dell’anno nuovo: la stessa cosa, credo che in quel momento stava facendo la maggioranza dei comuni mortali. All’una di notte ero a letto; dormii tranquillamente fino alle 11 del mattino. Mi destai, aprii la bocca: ma non un suono, non una parola riuscii d emetterne. Ero completamente afona, muta. La mia voce se ne era andata. e la Norma era l’indomani sera, e il Teatro esauritissimo: la gente si preparava a venire a “sentire la Callas”. Mi sentii invadere dal terrore.   (Continua)