Roma, Basement Roma in Viale Mazzini 128
BAAB – Basement Art Assembly Biennial
Curatori Ilaria Marotta e Andrea Baccin
Roma, 10 settembre 2025
Roma è da sempre città di strati, sovrapposizioni, giaciture che parlano più del tempo che dell’architettura. Nulla si cancella, tutto si deposita. È perciò inevitabile che una nuova biennale d’arte nasca non in un palazzo celebrativo, ma in un seminterrato: BAAB – Basement Art Assembly Biennial. La scelta non è ornamentale, bensì strutturale. In un luogo tradizionalmente destinato a ciò che non deve apparire – caldaie, archivi, botti di vino – si colloca oggi un esperimento che assume proprio la marginalità come principio operativo.
L’intuizione dei curatori, Ilaria Marotta e Andrea Baccin, non è priva di precedenti: gli spazi sotterranei hanno spesso offerto rifugio alle avanguardie, quando non trovavano spazio nei circuiti ufficiali. A Roma stessa, già negli anni Sessanta, molte esperienze radicali nascevano in luoghi dismessi, teatrini, sotterranei. La novità di BAAB consiste nell’istituzionalizzare questa condizione liminare, trasformando il seminterrato in paradigma critico. Non un incidente di percorso, ma una scelta deliberata. La struttura della biennale è mobile, volutamente instabile. Non un allestimento definito, ma un organismo che si arricchisce progressivamente: opere e azioni vengono aggiunte nel corso delle settimane, come accadeva un tempo nelle grandi officine artistiche, dove i cantieri rimanevano aperti e in continua trasformazione. Il visitatore non trova dunque un quadro statico, ma un processo, una stratificazione in corso. Gli artisti convocati appartengono a generazioni e aree diverse, e il criterio sembra essere quello di comporre una comunità temporanea più che una rassegna di eccellenze individuali.
Jeremy Deller, Mark Leckey, Carsten Höller offrono la misura di un’esperienza consolidata; Claudia Comte e Michele Rizzo portano l’accento su materia e corporeità; Hannah Black e Puppies Puppies introducono un tono critico, talora ironico, nei confronti del presente. La varietà non è casuale: l’obiettivo è che le opere convivano, si contraddicano, dialoghino, componendo un’assemblea piuttosto che un museo ideale. Questo impianto trova un parallelo nelle pratiche comunitarie dell’antichità. Nelle assemblee cittadine greche, il valore non stava nella coerenza dei discorsi, ma nella loro compresenza, nella possibilità di ascoltare voci diverse nello stesso spazio. Così BAAB: più che rappresentare, mette in presenza. In un’epoca che tende a isolare e frammentare, il seminterrato si offre come luogo di contatto. La sezione sonora Sonorama, curata da Ruggero Pietromarchi, conferma questa impostazione. Il suono non accompagna, ma costituisce parte integrante della mostra: occupa lo spazio con la sua fisicità, diventa strumento di connessione.
La vibrazione sonora è per sua natura collettiva, non si possiede individualmente, si condivide. L’effetto è di trasformare la mostra in esperienza immersiva, non nel senso abusato del termine, ma come percezione realmente plurale. BAAB si dirama anche oltre Basement Roma, in cinema, teatri, manifesti pubblici. Non si chiude dunque nel seminterrato, ma da esso parte per disseminarsi nella città. Anche qui il parallelo con la storia romana è evidente: il sottosuolo non è mai stato un luogo chiuso, ma un punto di partenza. Dalle catacombe il cristianesimo è risalito in superficie, dai sotterranei medievali si è costruita la città barocca. Il seminterrato è sempre stato soglia. Il progetto assume così una valenza politica, anche senza proclamarlo. Rifiutare la monumentalità per privilegiare il provvisorio significa sottrarsi alla logica della spettacolarizzazione che domina oggi il sistema dell’arte. Non c’è la retorica delle grandi esposizioni universali, ma la paziente costruzione di un laboratorio. È una scelta che può apparire minoritaria, ma che in realtà risponde a un’esigenza concreta: restituire all’arte la sua dimensione di processo, non di prodotto. La cena collettiva che conclude simbolicamente la biennale non è un dettaglio folclorico. È piuttosto il segno di una comunità che non si limita a riunirsi attorno alle opere, ma si riconosce anche in un gesto quotidiano come il cucinare insieme. Qui l’arte torna a confondersi con la vita, non per annullarsi, ma per affermare che la sua funzione non è separare, bensì connettere. Il seminterrato di BAAB si configura così come un dispositivo critico. Mostra che la marginalità può farsi istituzione, che lo spazio destinato all’invisibile può diventare laboratorio di possibilità.
In una città come Roma, che tende a guardarsi come museo a cielo aperto, l’esperienza è tanto più significativa: dimostra che il futuro non nasce dalle facciate illuminate, ma dalle pieghe, dagli interstizi, dai luoghi apparentemente secondari. Non è privo di rischi. Un modello tanto fluido e processuale può facilmente disperdersi, perdere compattezza. Ma il rischio fa parte del progetto stesso: senza rischio non c’è sperimentazione. BAAB non offre dunque certezze, ma apre domande. E in questo si colloca nella migliore tradizione romana, che non consiste nell’offrire risposte definitive, ma nel tenere insieme contraddizioni, stratificazioni, frammenti. Il valore di BAAB non sta solo nelle opere, ma nella sua stessa configurazione: una biennale che rifiuta la monumentalità, che sceglie il sottosuolo, che si presenta come processo. È un gesto che invita a ripensare non tanto cosa sia l’arte oggi, ma dove essa possa accadere. E Roma, con la sua lunga storia di spazi sotterranei, sembra il luogo più adatto a ospitare questo esperimento. BAAB non è una rivoluzione, né pretende di esserlo. È piuttosto un’operazione di scavo: toglie terra, fa emergere ciò che è nascosto, lascia che l’arte si mostri nella sua fragilità. In un panorama dominato dall’effimero scintillante, questa fragilità è forse la sua forza. E il seminterrato, ancora una volta, si rivela non come luogo marginale, ma come soglia da cui ripartire.
Roma, Basement Roma: “BAAB – Basement Art Assembly Biennial”