Torino: MiTo, Settembre Musica 2025: Antonio Pappano e la London Symphony Orchestra

Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto di Torino
London Symphony Orchestra
Direttore Antonio Pappano
Pianoforte
Seong-Jin Cho
Gioachino Rossini: Ouverture da “Semiramide”; Fryderyk Chopin: Concerto n.2 in fa min. per pianoforte e orchestra op.21; Dmitrij Šostakovič: Sinfonia n.9 in Mi bemolle Mag. Op.70; Victor de Sabata: “Juventus”, poema sinfonico per orchestra.
Torino, 5 settembre 2025.
Seconda serata del MITO torinese, sul palco la prestigiosa London Symphony Orchestra che guidata da Antonio Pappano è in tour nelle nostre contrade. La compagine londinese ha tali forze da permettersi di proporre 3 programmi differenti in 3 serate consecutive, rispettivamente a Milano e Torino per MITO e a Stresa per il Festival sul Lago Maggiore. In questa edizione di MITO, la London rappresenta l’unica apertura extra-moenia per le orchestre, tutte le altre formazioni proposte sono più che nazionali, strettamente cittadine, milanesi o torinesi. L’occasione si presenta quindi assai ghiotta, l’assenza da Torino della formazione londinese data, se la memoria non falla, dagli anni 90 del ‘900 quando con Claudio Abbado, sempre al Lingotto, per i primi Lingottomusica, si esibì nella quasi mitica creazione del Lontano di Ligeti. Pappano, dopo gli anni romani alla testa dell’Orchestra di Santa Cecilia, da lui portata agli attuali livelli strepitosi di qualità, è rientrato a Londra. Qui, a Torino, in passato, si è visto pochissimo, rappresentava quindi un forte richiamo e, tra gli appassionati, la curiosità e l’attesa erano vive. Le doti e il virtuosismo di Seong-Jim Cho, il pianista della serata, già vincitore dello Chopin di Varsavia del 2015, si erano già fatte apprezzare in Ravel e Schumann con l’orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, per cui l’attesa era per una verifica di riconferma. Che fosse un concerto eccezionale, forse il più spettacolarmente appetibile di MITO 2025, veniva confermato dall’esaurimento rapido di tutti i posti disponibili. Gran sala e gran pienone. Si conferma così che, solo col prestigio e la notorietà dei protagonisti, i botteghini esultano.

L’avvio, con la rossiniana Ouverture di Semiramide, evidenzia l’approccio pragmatico e scevro da esaltazioni latine di Pappano, che avrà pure un cognome peninsulare, ma che ha conservato, anche dopo la Roma di Santa Cecilia, l’allure british. L’orchestra ben compatta negli archi, brillante nei legni, sconta solo qualche leggera incertezza nell’intonazione degli ottoni. L’interpretazione premia più i temi della regina svagata e pasticciona, che non le rapinose strappate riferite al sulfureo e diabolico Assur, vero protagonista dell’opera. Gli inglesi non si smentiscono mai, anche a dispetto di Rossini mantengono affezione e devozione alla regina e alla monarchia. Il concerto n.2 di Chopin richiede all’orchestra di non invadere il terreno di gioco e di non disturbare il solista. Pappano, dopo le battute d’avvio, che la vedono protagonista, mantiene la sua armata ben allineata e coperta; non fa mancare il giusto sostegno, quando necessario, per rinforzare la quadratura armonica e ritmica e per garantire l’atmosfera cordiale che anima l’opera. I movimenti estremi, con tempi più serrati e obbligati, trovano un perfetto accordo tra la capricciosa tastiera e la compagine schierata alle sue spalle. Il larghetto centrale, risolto come una grande patetica ed appassionata romanza d’opera, richiede gran destrezza orchestrale per raccordarsi ai rubati e ai cambi di intensità a cui dà sfogo la tastiera di Cho. Con timbro calibratissimo, per cautissimi attacchi del tasto e sfioramenti del pedale, si materializzano frasi da antologia. La prestazione maiuscola del pianista, molto apprezzata dal pubblico e quindi a lungo applaudita, si è replicata nello Chopin del Valzer op.64.2 in do#minore, offerto come encore.
Inevitabile l’omaggio a Šostakovič, qui con la Sinfonia n.9, la più corta tra le 15 che conta il catalogo dell’autore. Pappano e l’orchestra trovano qui il loro terreno di sfogo e di battaglia. La massa orchestrale si dispiega sicura e sonora in tutta la sua magnificenza. Stupendi gli archi che seguono le parsimoniose indicazioni del podio che, con gesti calibrati e risoluti, impone con chiarezza le linee da seguire e la loro gerarchia. Una buona dose di libertà espressiva è lasciata ai legni che, con solisti di rango, mettono in evidenza bellezza di suono e profonda espressività. Anche il più minuto degli interventi risulta perfettamente calibrato e appassionante. Confrontata all’oggi, quantomai penoso ed incerto, la sinfonia sconcerta. La sequenza che dall’Allegro iniziale, attraverso i cinque movimenti, approda finalmente al festoso Allegretto finale è immagine di un’interpretazione positiva della Storia, quanto mai anacronistica rispetto alla cruda realtà in cui si vive. Šostakovič mantiene, in gran parte della sua opera, questa visione che ne ha anche promosso diffusione e successo. Sorge qualche dubbio che anche in futuro si possa ancora comprendere e condividere questa impostazione. Juventus poema sinfonico per orchestra di Victor de Sabata, il già grande direttore d’orchestra, antagonista e stimato collega di Toscanini. Triestino, mitteleuropeo, di nascita, dirigeva Verdi e Puccini ma adorava Wagner e Richard Strauss. Sulle tracce, ben identificabili e udibili, di quest’ultimo si pone anche il poema sinfonico Juventus. L’inizio alla Heldenleben , vero inno al vitalismo giovanile, è palestra per una scrittura acrobatica dalle mille voci orchestrali, come solo a un grande direttore d’orchestra, dominatore ed animatore di imponenti masse foniche, poteva riuscire. Il racconto, dopo due potenti colpi di mazza sui timpani, si ripiega in zone più meditative e, forse, affettuose, per poi concludersi, con un breve ripescaggio dell’abbrivio iniziale, con una chiusa serena e cordiale. Il pezzo, praticato da pochissimi direttori, fa parte, da tempo, del repertorio di Pappano che ne dà un’interpretazione strumentalmente folgorante, carica di molta innocente vigoria non scevra da una certa ingenuità. Il pezzo, del 2019, cerca di agganciarsi, seppur in ritardo, al filone del tardo romanticismo mitteleuropeo, quando ormai la musica stava già tastando percorsi ben più impervi e avanzati. L’orchestra e Pappano risultano portentosi e il pubblico apprezza tanto da costringerli ad esibirsi, fuori programma, in una Danza Ungherese di Brahms, anch’essa di tale magnificenza sonora da suscitare ineluttabilmente l’entusiasmo generale.