Auditorium Giovanni Agnelli del Lingotto di Torino.
Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore Myung-Whun Chung
Pianoforte Mao Fujita
Dmitrij Šostakovič: Valzer n.2 dalla Suite per Orchestra di Varietà; Sergej Rachmaninov: Concerto n.2 in do min. per pianoforte e orchestra; Pëtr Il’ič Čajkovskij: Sinfonia n.6 in si minore op.74 “Patetica”
Torino, 3 settembre 2025.
La quarantottesima edizione di Settembre Musica, manifestazione trasformatasi, diciannove anni fa, nel festival MIlano-TOrino, si è inaugurata con uno splendido concerto dell’Orchestra Filarmonica della Scala, nell’Auditorio torinese del Lingotto. Quest’edizione si fregia del titolo “Rivoluzioni” che Giorgio Battistelli, Direttore Artistico della manifestazione, cerca di giustificare come una pacifica battaglia al troppo
convenzionale e consueto. Nobile intento, che però, sfogliando il programma, non si rende compiutamente percepibile. Ci sono cartelloni totalmente tradizionali, come quello di questo concerto inaugurale, e alcuni richiami a ricorrenze centenarie e a quella, ampiamente illustrata, del cinquantesimo dalla morte di Dmitrij Šostakovič. La musica di Šostakovič è così consueta che, con Mahler, risulta tra le più eseguite del repertorio. È una gara ingaggiata con lo Strauss Riccardo, per l’occupazione costante delle sale da concerto, sopravanzando, ormai ridotti a rincalzi, i classici Beethoven, Brahms e Dvorak, per non citare i “codini” Haydn e Mozart. Di “rivoluzione” non si può quindi assolutamente parlare visto che anche i “modi” interpretativi proposti sono rassicuranti, consueti e convenzionali. Ne sono una conferma i quattro minuti scarsi del Valzer n.2 dalla Suite per Orchestra di Varietà. Quello di Šostakovič è un Valzer straniato e fuori tempo, lascia definitivamente Vienna e sorpassa indifferente i mortiferi approcci di Ravel, per approdare al popolano e post-bellico ballo a palchetto, ammesso
che nella staliniana URSS si praticasse. Certamente, nelle fiere di paese koreane, il Valzer né si ballava, né si balla, è quindi comprensibile che Myung-Whun Chung con la fantastica Orchestra Filarmonica della Scala l’abbia trasformato in elegantissimo e preziosissimo esempio di formidabile orchestrazione. È stata un’esecuzione che ne centellinava, con raffinatissimo dosaggio, suoni e colori. Il successo c’è stato, ma pure il rammarico che non si sia optato per l’intera suite, mai ascoltata alle nostre longitudini. Il Concerto n.2 di Rachmaninov e la Sinfonia Patetica di Čaikovskij sono paradigmi del contradditorio collegamento tra vita vissuta e l’ipotetica atarassia dell’arte musicale. Ambedue gli autori scontano, in queste due opere, situazioni personali di tale gravità da condizionarne fortemente sostanza e forma. Rachmaninov, all’epoca, 1898-1900, era preda di una crisi nervosa così violenta da soffocarne l’esuberante creatività
giovanile e costringerlo al quasi mutismo compositivo ed esecutivo. Il supporto di Nikolai Dahl, violinista medico e psicologo, lo aiutò a riemergere e a ritrovare la fiducia e la vena creativa. Il concerto, composto parallelamente alle cure di Dahl, è l’immagine del travaglio e ne è, in concreto, il prodotto finale. Tormentati tempi estremi che però accolgono la classicità della forma; tempo centrale che sfoga il lirismo della passione, prodromo del futuro Rachmaninov Holliwoodiano, dileggiato ed emarginato, con supponenza, da troppa critica, soprattutto europea. In America gli arrise invece un gran successo e un altrettanto abbondante fortuna. Sedeva alla tastiera in concerti in cui si esibiva sia come autore che come virtuoso, ottenendone dal pubblico grandissimi apprezzamenti. L’impostazione dei suoi quattro concerti per pianoforte tiene ben conto di come debba essere chi siede alla tastiera a dover emergere. Bella scrittura orchestrale che, di solito, fa da supporto e commento di quanto il pianoforte annuncia, espande e ricama. Il sottofondo orchestrale è discreto, un vero prezioso prato fiorito che accogliere i ricami dei tasti. Chung e Mao Fujita ne sortiscono come interpreti idiomatici. Il
direttore Koreano stende, con il gruppo degli archi dell’orchestra scaligera, un tessuto, al contempo soffice e nervoso, ideale per accogliere il suono traslucido del giovano pianista giapponese. Questi poi cura, con precisione millimetrica la linea sinuosa della sua interpretazione, quasi un’ornamentazione monocromatica, ma dalle infinite sfumature, di preziose pergamene. Il suono non è grande, ma la maestria esercitata nell’attacco del tasto è tale da renderlo di un timbro che corre, netto e ben udibile per tutta la sala. Brillantissimo e composto nell’esposizione, si confronta, senza timore, nei dialoghi con i formidabili legni dell’orchestra milanese. Certamente Rachmaninov con la sua arte d’orchestratore e la furbizia del pianista lo soccorrono e Fujita ne sfrutta appieno il sostegno. La sala, stracolma da “tutto esaurito”, gli tributa tali consensi da costringerlo a risedersi e a concedere, sempre di Rachmaninov, il preziosissimo Momento Musicale (op.16 n.1) in sibemolle minore. La linea interpretativa, discretissima, elegante, conferma quella già illustrata nel concerto: una linea di ineffabile discrezione giapponese. Myung-Whun Chung esercita una stringente sorveglianza
emotiva anche nell’affrontare la Sinfonia Patetica. La cura, se non dei particolari, dell’insieme è estrema. Forse non si è mai sentito, dal vivo, un dominio più consapevole e meno forzato delle dinamiche. L’esperienza dell’orchestra ci ha messo sicuramente del suo; poi la sicurezza e il controllo di Chung, che si muove con gesti pochi ed essenziali, sono stati determinanti all’ottima riuscita. Il dosaggio dei timbri, delle progressioni sonore, del legato cantabile, rappresentano certamente una grande lezione di direzione. Nel panorama attuale dei grandi direttori, quasi tutti russi, Chung è comunque una presenza di portata eccezionale. La componente Koreana, si rivela in una maggior concretezza della linea, nell’assenza di compiacimenti estetizzanti e nella forza con cui il direttore si immerge negli impasti fonici più scabrosi e sonori. Ne paga lo scotto la scarsa attenzione all’ eleganza complessiva del porgere, vengono premiate l’immediatezza e la nettezza d’ascolto. Molti ancora si scandalizzano per gli applausi, forse inopportuni, che sempre scoppiano alla fine dello strombazzante terzo movimento, non si può escludere che Čajkovskij, ben consapevole delle reazioni del pubblico, li abbia però intenzionalmente favoriti per lasciare sfumare e ammutolire il disperato finale, del quarto movimento, in un assoluto silenzio. A Chung l’impresa è riuscita: senza alcun gesto evidente, dopo aver fatto sussurrare all’orchestra le ultime note, ha provocato-promosso una lunga coda di silenzio. Il pubblico si è poi scatenato in lunghissimi e sonori ringraziamenti.
Torino: Myung-Whun Chung inaugura MiTo Settembre Musica 2025