Venezia, Teatro La Fenice: La “Quarta” di Mahler secondo Daniele Rustioni

Venezia, Teatro La Fenice, Stagione Sinfonica 2024-2025
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Rustioni
Soprano Rosa Feola
Gustav Mahler: Sinfonia n. 4 in sol maggiore per soprano e orchestra

Venezia, 5 settembre 2025
Composta tra il 1899 e il 1901, la Sinfonia n. 4 in sol maggiore è l’ultima della trilogia delle Wunderhorn-Symphonien – così definite perché si trovano inseriti al loro interno alcuni Lieder del ciclo Des Knaben Wunderhorn (Il corno magico del fanciullo) – e al tempo stesso tempo conclude la prima fase della produzione sinfonica del compositore boemo: la sua “Tetralogia”, come ironicamente egli la definì, a suggerire che le sue prime quattro Sinfonie sono condizionate da Wagner, in particolare – a parte l’influenza sul piano musicale – dalla concezione wagneriana, che assegna all’artista, pur isolato e destinato alla sconfitta, una missione redentrice della società. Fondamentale, per comprendere il sinfonismo di Mahler, è l’analisi di Adorno, che vi coglie un procedimento ricorrente: quello dell’irruzione, una sorta di tumulto improvviso, che scompagina gli equilibri classici della forma-sonata, a simboleggiare l’opposizione all’idea hegeliana di un “corso del mondo” ordinato. L’irruzione contribuisce a formare una nuova morfologia musicale, per cui le categorie formali si definiscono in funzione del significato che esprimono all’interno della composizione: il linguaggio si frantuma e le parti non concordano più con il tutto. La musica incorpora, stilizzandoli, i materiali più disparati, cosicché il retaggio dell’arte e della tradizione popolare convive con suoni attinti dal mondo esterno: quel caos sonoro – definito dall’autore stesso come schauerlich (orribile, orrendo) –, cui nondimeno egli sente il bisogno di ispirarsi, filtrandolo – al pari degli altri elementi concomitanti – attraverso la lente della propria interiorità. Il mondo interiore che viene alla luce nelle tre Wunderhorn-Symphonien è quello fantastico, ingenuamente popolaresco e nostalgicamente infantile della raccolta Alte deutsche Lieder: Des Knaben Wunderhorn, l’antologia di poesie e antiche canzoni popolari tedesche, raccolte e rivisitate dai due poeti romantici Achim von Armin e Clemens Brentano – pubblicate ai primi dell’Ottocento –, di cui Mahler intonò 24 testi poetici, tra cui il Lied per soprano Das himmlische Leben (La vita celestiale), scritto nel 1892, che inizialmente doveva far parte della Terza Sinfonia, ma fu poi inserito nell’ultimo movimento di un nuovo lavoro sinfonico – il quarto appunto –, iniziato nell’estate del 1899 e terminato in quella successiva.

Affascinante – venendo al concerto feniceo – l’interpretazione della Quarta Sinfonia offerta da Daniele Rustioni che, aldilà della competenza tecnica, si è confermato un interprete dotato di sensibilità e spessore culturale. In base all’approfondita lettura proposta dal direttore milanese, la Sinfonia in sol maggiore – generalmente ritenuta più accessibile al grande pubblico, in quanto può apparire meno complessa rispetto alle altre e con una drammaticità contemperata da un certa grazia settecentesca – si è rivelata un lavoro di grande impatto emotivo che rappresenta, al pari degli altri titoli del catalogo sinfonico dell’autore, un percorso graduale dalle tenebre alla luce, dal disagio esistenziale al suo superamento, pur senza trionfalismi o certezze incrollabili. Se il secondo movimento era proposto come un movimento sinistro, una Danza macabra – secondo la definizione l’autore stesso – pervasa da un senso di angoscia, a rappresentare la Vita Terrena, il quarto ci ha schiuso le gioie della Vita Celestiale. Il movimento iniziale – aperto da un impertinente tintinnare di campanelli: quasi un avvertimento a non prendere troppo sul serio il settecentesco ‘profumo, il senso di innocenza, che sarebbero stati diffusamente ostentati – ha assunto nello Sviluppo un carattere spettrale, determinato dalle sonorità stridenti dei legni e, al culmine di un climax, dall’intervento della tromba, che preannunciava la marcia funebre della Quinta. Un clima inquietante, che – come abbiamo accennato – si è colto anche il secondo movimento, dove il violino solista, accordato un tono sopra per rendere la sua ‘voce’ più aspra, ha efficacemente evocato la morte con il suo sinistro inciso: “Freund Hein spielt auf” (Sta suonando l’amico Hein), aveva annotato Mahler a margine di una prima stesura della partitura, riferendosi al mitico menestrello che, al suono del suo violino, conduce i bambini nell’Aldilà. Il terzo movimento – un Adagio, tra i più ispirati dell’intera produzione mahleriana – ha fatto ridere e piangere, secondo le intenzioni dell’autore, essendo costituito da un seguito di variazioni su due temi: il primo, estatico e appena sussurrato, esposto dagli archi, ad evocare il Paradiso; il secondo carico di dolore, intonato dall’oboe, ad esprimere la drammatica condizione umana (tra le variazioni di quest’ultimo compare anche una citazione dai Kindertotenlieder). Verso la fine, nell’ambito di un improvviso fortissimo di tutta l’orchestra, i corni e le trombe hanno preannunciato lietamente il tema della ‘musica celeste’ del movimento successivo, prima che l’Adagio si concludesse con una coda di rarefatta leggerezza strumentale. Impareggiabile, nell’ultimo movimento, Rosa Feola, che ha cantato, puntando più all’introiezione che all’esternazione, le gioie – peraltro alquanto prosaiche – della Vita Celestiale: la freschezza vocale con cui ha espresso l’innocenza del mondo infantile sarebbe probabilmente piaciuta all’autore, che pensava inizialmente ad una voce bianca. Fascinosa l’esecuzione di questa sorta di Rondò, in cui ognuna delle quattro strofe del Lied si concludeva con un verso finale intonato a mo’ di ritornello, mentre la musica – a parte la strofa iniziale, dove assumeva un carattere contemplativo, estatico – appariva abbastanza dissacrante: lo attestavano gli intrecci dei fiati, l’armonia, gli impertinenti campanelli dell’inizio della Sinfonia, che tintinnavano di nuovo, a sancire l’ambiguità del lieto fine. Quell’ambiguità che ha consentito a Mahler di apparire ‘moderno’, nonché il cantore della crisi di un’epoca. Applausi interminabili a fine serata al direttore, alla cantante e all’Orchestra, dimostratasi ancora una volta in gran forma.