Como, Teatro Sociale: “Carmen”

Como, Teatro Sociale, Stagione d’Opera 2025/26
CARMEN”
Opéra comique su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, tratto dall’omonima novella di Prosper Mérimée
Musica di Georges Bizet
Carmen EMANUELA PASCU
Don José JOSEPH DAHDAH
Escamillo PABLO RUIZ
Micaëla ROCÍO RAUS
Moralès MATTEO TORCASO
Zuniga NICOLA CIANCIO
Mercédès AOXUE ZHU
Frasquita SORAYA MENCID
Dancairo WILLIAM ALLIONE
Remendado GIANLUCA MORO
Orchesta I Pomeriggi Musicali
Coro OperaLombardia
Coro di Voci Bianche “I piccoli musici” di Casazza
Direttore Sergio Alapont
Maestro del Coro Diego Maccagnola
Maestro delle Voci Bianche Mario Mora
Regia Stefano Vizioli
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Annamaria Heinrich
Luci Vincenzo Raponi
Progetto di videomapping e visual art Imaginarium Studio
Nuovo allestimento in coproduzione Teatri di OperaLombardia, Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Municipale di Piacenza, Teatro Alighieri di Ravenna
Como, 10 ottobre 2025
Intercettiamo la nuova produzione di “Carmen“ di OperaLombardia presso il Teatro Sociale di Como, dove, vuoi per l’innegabile e immarcescibile perfezione di quest’opera, vuoi per l’accurata scelta di interpreti e creativi, assistiamo al primo (e speriamo non l’ultimo) meritato trionfo di questa stagione lombarda. La bacchetta è quella di Sergio Alapont, e già per questo possiamo stare tranquilli: il maestro spagnolo non ha solo l’esperienza e l’assoluta competenza per assicurare una buona direzione di quest’opera, ma anche lo specifico piglio e la sensibilità scenica indispensabili per la piena riuscita di una “Carmen“; capiamo in pochi minuti che la sua autorità è fuori discussione: tutti sanno esattamente cosa fare, eppure tutti dipendono chiaramente dal podio, dal quale, non senza una certa dose di divertimento, si alza discreto anche il canto del direttore, specialmente nei più complessi momenti di insieme. Il mezzosoprano romeno Emanuela Pascu regala un’interpretazione tanto coinvolta sul piano non semplicemente scenico, ma anche fisico, che le si può perdonare di tanto in tanto qualche tentennamento sulle tempistiche, o qualche nota meno a fuoco delle altre: la sua Carmen è viva, non conosce pudore, né teme giudizi; la vocalità è scura e pastosa, naturalissima anche nella zona più grave, ma anche sicura nel registro acuto: bene la habanera, molto bene “Près des remparts de Seville“ e la chanson bohème, ma è in “En vain pour éviter les réponses amères” forse la prova più difficile, che la Pascu supera giocando proprio sulla naturale dolente tragicità del suo colore vocale. Accanto a lei il Don José di Joseph Dahdah, una vera scoperta: voce chiara quanto omogenea, luminosa e solida in tutti i registri; l’altrettanto bella presenza scenica del tenore libanese, poi, accanto alla conturbante prorompenza di Carmen, ricrea quella coppia di “belli e dannati” che già Mérimée tratteggiava nella sua novella, conferendo assoluta credibilità alle dinamiche malate di questi innamorati. Pure la Micaëla di Rocío Faus si rivela particolarmente riuscita, con chiaro picco interpretativo nella sua aria del terzo atto: il colore è quello del soprano lirico puro, dalle belle inflessioni, morbidissimo nell’emissione e capace di sfoggiare un fraseggio accurato e sensibile. Purtroppo, l’Escamillo di Pablo Ruiz ci è parso sottotono in questa recita, un’emissione non a fuoco alla quale si aggiunge una presenza scenica piuttosto compassata. Positive, invece, le prove dei ruoli di lato, l’intenso Zuniga di Nicola Ciancio, le frizzanti, ben curate tecnicamente, Frasquita (Soraya Mencid) e Mercedes (Aoxue Zhu), e i sonori ed efficaci Dancairo e Remendado (William Allione e Gianluca Moro); è bello, pure, ritrovare in ottima forma Matteo Torcaso, un Moralès gustoso e ben caratterizzato. Infine, sia il Coro di OperaLombardia diretto da Diego Maccagnola, sia le Voci Bianche “I Piccoli Musici” di Casazza, istruite da Mario Mora, forniscono prove molto convincenti, sia sul piano vocale che su quello scenico. Questo cast ben assortito trova nella messa ain scena di Stefano Vizioli una misura espressiva particolarmente riuscita: le atmosfere rimandano a una Spagna novecentesca che sembra uscita dalle pellicole di Carlos Saura, Costa Gavras, Bigas Luna, a cavallo tra l’aspro grigiore del franchismo e la torbida passionalità del folklore; la scena sovente divisa in due per il largo da una parete di tulle nero, poi, aiuta la rappresentazione metaforizzata dei rapporti e dei sentimenti, mentre il ricorso a proiezioni (curate dall’Imaginarium Studio) durante gli intermezzi implementa senza disturbare l’oneroso lavoro scenico. A questo successo contribuiscono, dunque, chiaramente sia lo scenografo Emanuele Sinisi, sia, soprattutto, il progetto luci di Vincenzo Raponi, che sfodera tutta una gamma di luci fredde e taglienti chiaroscuri di ispirazione giustamente cinematografica, ma anche che riprendono (specie nel terzo atto) gli studi di Appiah. Forse l’unica pecca di questa produzione è, nei primi due atti, una tendenza un po’ troppo da musical, facendo ballare coro e protagonisti molto spesso; tuttavia è una leggerezza che, invece, il pubblico ha gradito con applausi a scena aperta – oltre che con lunghe e appassionate chiamate alla fine dell’opera. Questa volta ne condividiamo le ragioni. Foto newreporter©favretto