Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2024/25
“UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma, basato sul libretto di Eugène Scribe per l’opera di Daniel Auber “Gustave III, ou Le bal masqué”
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo VINCENZO COSTANZO
Renato ERNESTO PETTI
Amelia OKSANA DYKA
Ulrica ELIZABETH DESHONG
Oscar CASSANDRE BERTHON
Silvano MAURIZIO BOVE
Samuel ROMANO DAL ZOVO
Tom ADRIANO GRAMIGNI
Un Giudice / Un servo d’Amelia MASSIMO SIRIGU
Orchestra, Coro e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Regia e Luci Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Scene e Costumi Pierluigi Samaritani e Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Direttore della Scuola di Ballo Clotilde Vayer
Coreografia Gino Potente
Produzione del Teatro Regio di Parma
Napoli, 5 ottobre 2025
Al Teatro San Carlo, va in scena Un ballo in maschera in un celebre e storico allestimento, quello di Pierluigi Samaritani, ravvivato da modificazioni apportate da Massimo Pizzi Gasparon Contarini, regista-scenografo-costumista e ideatore delle luci. Questo riallestimento reca in sé un raffinato e particolareggiante «estetismo», che riesce ad assumere, anche grazie alle modificazioni apportate, un’ulteriore importanza drammatica. Il carattere marcatamente «pittorico», che lo caratterizza, conferisce al melodramma un’atmosfera favolisticamente tragica. La risoluzione visiva del dramma avviene, pertanto, attraverso un impianto scenografico costituito da fondali di carattere pittorico-architettonico. Ed
ecco: la «sala nel palazzo del Governatore» di Boston, il conte Riccardo, determinata da un elegante scalone; «l’abituro dell’indovina», Ulrica, trasformato in un antro stregonico, teatro di un momento danzato di carattere «orgiastico»; il «campo solitario», trasformato in un suggestivo camposanto; l’«abitazione di Renato», determinata da un gruppetto di oggetti posto al centro della scena: una baroccheggiante «natura morta»; il «gabinetto del Conte» e la «sala da ballo»: scene formalmente rispettose della struttura librettistica – cosa sottolineata, peraltro, dal regista medesimo in uno scritto, inserito nel programma di sala –, e accuratamente illuminate. Il ventaglio cromatico dei costumi, di Samaritani e Pizzi Gasparon Contarini, riesce ad assumere anche un’essenziale funzione scenografica. Il disegno registico è caratterizzato da una poetica eleganza, che accarezza e sollecita l’occhio dello spettatore-melomane: un disegno di regia felicemente «tradizionale», anche determinato da momenti di danza collettiva (ottimi gli allievi della Scuola di Ballo del San Carlo, diretta da Clotilde Vayer,
nell’eseguire le eleganti coreografie di Gino Potente). Alla testa dell’Orchestra del San Carlo, Pinchas Steinberg. Egli offre una lettura avveduta e ponderata dell’opera verdiana; una lettura appagante, al servizio delle necessità drammaturgiche delle vicende sceniche: il risultato che ne consegue è un vasto e modernissimo affresco narrativo-musicale, ottenuto attraverso un attento controllo dei vari elementi che compongono strutturalmente il melodramma: un «gioco dei contrasti», come ottimamente scriveva Pierluigi Petrobelli in riferimento all’opera, qui perfettamente ravvisabile. Gli strumenti a fiato riescono ad assumere quella funzione drammatica assegnatagli dal compositore; come non ricordare, inoltre, la commovente bellezza del Preludio dell’atto primo e la validità del dialogo attori-cantanti e tessuto orchestrale. A interpretare Riccardo è Vincenzo Costanzo. Il tenore garantisce al Conte un opportuno atteggiamento teatrale: una fascinosa nonchalance di Governatore e un comportamento scenico di innamorato perfetto consentono all’attore-cantante di
ritrarre opportunamente il personaggio – garantendogli, altresì: ottima padronanza del registro acuto; morbidezza del colore vocale; ricchezza di fraseggio, pregno di affettività e sempre attentamente governato. L’appropriata condotta dell’elegante linea di canto è, inoltre, ravvisabile in ogni momento del ruolo: dalla Sortita «La rivedrà nell’estasi» alla Canzone «Di’ tu se fedele / il flutto m’aspetta», nell’atto primo. «È scherzo od è follia», nel Quintetto dell’atto primo, viene correttamente affrontato. Nel ruolo di Amelia, Oksana Dyka. L’interpretazione del soprano appare, purtroppo, compromessa da una gestione non perfetta dello strumento vocale, e ciò – pertanto – non le consente di proporre una caratterizzazione effettivamente drammatica del personaggio: le zone acute della scrittura vocale sono interessate da suoni fissi, un po’ opachi e striduli – e il registro grave avrebbe necessitato di maggior saldezza. I momenti di intimistico tormento interiore – come «Consentimi, o Signore», nel Terzetto dell’atto primo o come l’Aria,
nell’atto secondo, «Ma dall’arido stelo divulsa» – avrebbero necessitato di maggior partecipazione emotiva. Le cose vanno un po’ meglio quando l’attrice-cantante deve affrontare il Duetto, nell’atto secondo, con il Conte, «Non sai tu che se l’anima mia». Occorre precisare, però: sono ravvisabili un appropriato comportamento scenico e una certa espressività di fraseggio – che, dopotutto, consentono al soprano la risoluzione del ruolo; risoluzione che ha ricevuto qualche «buu». Renato è interpretato da Ernesto Petti. Avevamo apprezzato, qualche mese fa – sempre al San Carlo, ma in Attila –, le notevoli qualità attoriali e vocali del baritono, che, nel ruolo del segretario del Conte e dello sposo di Amelia, conferma di essere un ottimo interprete verdiano; propone un’interpretazione caratterizzata da: gradevolezza del colore timbrico e precisione nel fraseggio, che – all’occorrenza – conosce anche momenti di marcata, ma appropriata, espressività. I sentimenti del segretario devoto e del consorte rancoroso sono, per esempio, ravvisabili nell’atto primo, nel
Cantabile «Alla vita che t’arride», e nell’atto terzo, nell’Aria «Eri tu che macchiavi quell’anima», la cui interpretazione è caratterizzata anche da profonda, disperata, nostalgica introspezione. Emergono, inoltre, un ottimo dominio della tessitura acuta e un drammatico atteggiamento scenico. Nel ruolo di Ulrica, Elizabeth DeShong. Il mezzosoprano garantisce all’indovina una vocalità scurissima e profonda, che le consente di poter contribuire alla determinazione della tetra atmosfera entro cui il suo «Re dell’abisso, affrettati» è fatalmente innestato. Cassandre Berthon interpreta, invece, Oscar e offre un ottimo ritratto del paggio: con un’opportuna condotta vocale e con un parimenti opportuno atteggiamento scenico, affronta agilmente le pagine del ruolo – come «Volta la terrea / fronte alle stelle», la Ballata nell’atto primo, e «Saper vorreste», la Canzone nell’atto terzo. Completano appropriatamente il cast: Romano Dal Zovo e Adriano Gramigni, che affrontano con estrema correttezza i rispettivi ruoli di Samuel e Tom, nemici del Conte; Maurizio Bove (Silvano), Massimo Sirigu (Un Giudice / Un Servo d’Amelia). Ottimo anche il Coro, opportunatamente preparato da Fabrizio Cassi. Pubblico numerosissimo per quest’interessante allestimento del Ballo verdiano. Foto Luciano Romano
Napoli, Teatro di San Carlo: “Un ballo in maschera”