Bassano del Grappa, Fondazione THE BANK ETS: Le nuove acquisizioni della Fondazione

Bassano del Grappa, Fondazione THE BANK ETS
Le nuove acquisizioni della Fondazione THE BANK ETS
Curatore Cesare Biasini Selvaggi

Organizzazione Fondazione THE BANK ETS
Artisti in mostra:
Riccardo Albiero, Luca Andreatta, Alessandro Bazan, Alessandro Bellucco, Giovanni Bongiovanni, Gonzalo Borondo, Ariel Cabrera Montejo, Chiara Calore, Nicola Caredda, Alberto Castelli, Guglielmo Castelli, Grazia Cucco, Paolo De Biasi, José Victor De Castro Negreiros, Nebojša Despotović, Marco Fantini, Andrea Fontanari, Rachele Frison, Emanuele Giuffrida, Federico Guida, Laika, Israel Larios, Iva Lulashi, Marco Luzi, Andrea Martinelli, Matteo Massagrande, Silvia Mei, Michele Moro, Laura Omacini, Manuel Pablo Pace, Sergio Padovani, Luca Pignatelli, Davide Quartucci, Leo Ragno, Agostino Rocco, Paul Rog, Raffaele Santillo, Chiara Sorgato, Nazar Strelyaev-Nazarko, Cristiano Tassinari, Lorenzo Tonda, Giuseppe Vassallo, Nicola Verlato, Daniele Vezzani, He Wei, Pete Wheeler, Liu Xuanzhu, Jacopo Zambello, Gahel Zesi
Bassano del Grappa, 15 novembre 2025
Alla Fondazione THE BANK ETS di Bassano del Grappa la pittura non entra in punta di piedi: sfonda la soglia. Si manifesta come un’energia diretta, un linguaggio che non chiede di essere interpretato ma attraversato. Le nuove acquisizioni presentate dall’istituzione costruiscono un paesaggio nervoso, una cartografia di tensioni che non vuole ordinare la scena contemporanea, ma restituirne la vibrazione instabile.
Oltre sessanta opere di quarantanove artisti compongono un organismo collettivo che non cerca di dare una definizione univoca della pittura oggi. Anzi, la mostra si regge sulla molteplicità, sull’urto tra forme, sull’incontro talvolta feroce tra poetiche distanti. Il curatore Cesare Biasini Selvaggi sceglie una via opposta alla pacificazione museale: non organizza un percorso lineare, ma un campo di forze. Dispone le opere come punti magnetici, lasciando che siano le loro traiettorie interne a generare direzione. Il fatto che questa selezione rappresenti le nuove acquisizioni della Fondazione non è un dettaglio, ma una dichiarazione. Come sottolinea il presidente Antonio Menon, la collezione non cresce per accumulo, ma per scelta: è un gesto di mecenatismo rivolto tanto agli artisti già affermati quanto a chi sta muovendo i primi passi. La vicinanza tra queste due polarità produce un ambiente senza gerarchie, in cui la maturità non schiaccia l’esordio, e l’esordio non compete con la maturità. Il dialogo è immediato, quasi fisico. La pittura che emerge da questa costellazione non è mai pacificata. Alcuni artisti operano con una figurazione precisa, iterata, che mette in tensione forma e narrazione; altri lavorano sulla deformazione del corpo, riportando la figura a un campo instabile di frammenti, allungamenti, doppi; altri ancora spingono la rappresentazione verso la rarefazione, fino a toccare l’astrazione. È un panorama affollato, ma non confuso: ogni opera ha la propria voce, e ciascuna costruisce una deviazione dal linguaggio comune. Biasini Selvaggi, nel suo approccio curatoriale, sottolinea come molti degli autori presenti pratichino un “d’après” non nostalgico ma critico. L’uso della citazione, del prestito iconografico, della memoria visiva non mira a ricostruire un passato, ma a metterlo in crisi. Qui la tradizione non è recuperata: è interrogata. La storia dell’arte diventa materiale su cui intervenire, non un’autorità da rispettare. E questo genera un cortocircuito fertile: la pittura non si limita a ripensare se stessa, ma ripensa il proprio rapporto col tempo. La mostra si costruisce così come un laboratorio del vedere. Non un’esposizione da attraversare in sequenza, ma un territorio in cui il visitatore deve imparare a cambiare passo, a entrare e uscire dalle immagini con la stessa mobilità che caratterizza il gesto degli artisti. Le opere non offrono punti di riposo: sono superfici abitate da un movimento sottile, fatto di ripensamenti, correzioni, strappi visibili. In queste tele si legge la vita concreta della pittura: il colore che si appoggia e si ritira, la forma che si definisce e si sfalda, la materia che decide da sola. Gli artisti coinvolti — da Riccardo Albiero a Gonzalo Borondo, da Nicola Verlato a Guglielmo Castelli, da Silvia Mei a Iva Lulashi, da Israel Larios a He Wei — definiscono un panorama che non ha centro. Ogni autore rappresenta una direzione possibile, una variante della stessa domanda: come può oggi la pittura rispondere al mondo senza esserne travolta? Le risposte non coincidono, ma proprio questa divergenza permette alla mostra di respirare. La figurazione è spesso un campo instabile. In molti dipinti il corpo umano non è un dato, ma un enigma. La figura si tende, si contorce, si duplica, diventa diagramma di forze più che personaggio. Altre opere, invece, recuperano un controllo più rigoroso: la composizione diventa una griglia disciplinata, la luce un meccanismo di ordine, la forma una struttura mentale prima che visiva. Non c’è mai un cedimento al pittoresco: ogni immagine sembra lavorare contro la propria immediatezza. Accanto a questa tensione formale si sviluppa una dimensione simbolica che non cerca il mistero, ma la densità. Alcuni artisti costruiscono racconti allusivi, mai illustrativi, che lasciano zone d’ombra e invitano a un’interpretazione non lineare. Altri spingono verso la sottrazione, riducendo il quadro a un’apparizione essenziale, quasi un residuo di immagine. In tutti i casi la pittura si presenta come un linguaggio che non si esaurisce nella superficie: emana, eccede, insiste. Uno degli aspetti più interessanti del lavoro curatoriale di Biasini Selvaggi è la capacità di far emergere un dialogo obliquo tra le opere: un sistema di slittamenti, rimandi, contraddizioni. Una tela sembra rispondere a quella precedente per disaccordo; un’altra apre una possibilità che una terza richiude. La Fondazione THE BANK ETS assume una funzione precisa: non raccogliere soltanto, ma attivare. La collezione diventa un motore, un luogo in cui la pittura resta terreno di rischio e continua messa in discussione. Questa selezione di nuove acquisizioni dimostra che la pittura non è un residuo del passato, ma un dispositivo del presente. Non è una disciplina in difesa, è una forma attiva, capace di generare domande più che risposte. La mostra lo afferma con chiarezza: il quadro non è solo superficie, è spazio critico. Non è solo immagine, è esperienza. Non è solo colore, è tensione. E soprattutto: non smette di sorprendere. Anche ora. Anche qui. Anche adesso.