Bolzano, Centro Trevi: “Artifices. I creatori dell’arte”

Bolzano, Centro Trevi
“ARTIFICES. I CREATORI DELL’ARTE”
organizzata dall’Ufficio Cultura della Provincia autonoma di Bolzano – Alto Adige

in collaborazione e a cura del Museo Nazionale Romano in Roma
Bolzano, 21 novembre 2025
Nel cuore di Bolzano, negli spazi del Centro Trevi, la mostra Artifices invita a rileggere la civiltà romana attraverso la sua materia più concreta: gli oggetti, i gesti, le tecniche, i manufatti che per secoli hanno alimentato la vita della città antica. Terzo capitolo del progetto “Storie dell’arte con i grandi musei”, l’esposizione affida al Museo Nazionale Romano il compito di narrare Roma non attraverso la retorica dei capolavori, ma tramite quel tessuto minuto di materiali che giace nei depositi, popolato da opere che, pur prive di fama, possiedono un valore documentario essenziale. È un’archeologia della mano, uno sguardo rivolto al punto in cui la materia grezza si trasforma in forma, dove la città diventa laboratorio e, insieme, specchio del proprio sistema produttivo. Il percorso prende avvio da un’evocazione letteraria che introduce il tema del passaggio e della soglia, richiamando il passo ciceroniano su Giano come custode dei transiti. È un’immagine che ben si accorda al ruolo dell’artigiano romano, figura liminare che media tra natura e cultura. Le epigrafi presentate in mostra recuperano i nomi di architetti, tintori, pittori, ricamatori e molte altre specializzazioni: frammenti di vite che non ambivano alla gloria, ma alla perizia del mestiere. Queste iscrizioni restituiscono un paesaggio antropologico in cui l’individuo è parte di una catena di saperi tramandati, dove la continuità del gesto costituisce la vera identità professionale. Gli oggetti esposti raccontano un universo produttivo eterogeneo. Terrecotte architettoniche, ceramiche sigillate italiche, lucerne, mosaici, affreschi, vetri, ossi e avori si susseguono come testimonianze di un’economia che intesseva insieme funzione, estetica e ripetizione. La mostra insiste infatti sulla compresenza di strumenti, semilavorati e prodotti finiti: un dispositivo narrativo che restituisce il ritmo delle officine, l’odore dei materiali lavorati, la logica seriale che stabilizzava forme destinate a circolare per l’intero bacino mediterraneo. Non si tratta di una mera esposizione di oggetti, ma della ricostruzione implicita dei loro ambienti originari, dove ogni utensile rivela un metodo, ogni scarto una scelta tecnica, ogni prodotto una destinazione sociale. Quando il discorso si sposta sull’ambito del lusso, la materia sembra farsi più ambiziosa. Le arti cosiddette minori — che di “minore” possiedono solo la scala, non la complessità — appaiono come il luogo privilegiato della sofisticazione romana. Avori scolpiti, vetri finemente soffiati, piccoli manufatti d’ornamento mostrano un linguaggio figurativo che guarda all’eredità classica ed ellenistica, rinnovandola attraverso una tecnica che, soprattutto in età tardoantica, diventa segno di distinzione. L’oggetto non è più soltanto ciò che appare: diventa dichiarazione di appartenenza, testimonianza di un’élite che si riconosce nella materia preziosa più ancora che nella forma. Particolarmente significativo risulta il capitolo dedicato ai marmi colorati, prelevati dalle cave più remote dell’impero e convogliati verso Roma come tributo politico e simbolico. Giallo antico, pavonazzetto, rosso antico, portasanta: materiali che, una volta giunti in città, venivano impiegati sia nei monumenti pubblici sia negli ambienti privati delle residenze aristocratiche. Tra la fine della repubblica e i primi secoli dell’impero, la luxuria penetrava nelle case e ne ridefiniva le estetiche, proponendo accostamenti cromatici audaci e codificando un linguaggio visivo dell’opulenza che gli autori morali stigmatizzavano senza successo. Dietro questi marmi non vi è solo ricchezza, ma la volontà di rappresentare un’identità sociale attraverso la materia stessa. Una riflessione imprescindibile riguarda poi il fenomeno della copia, spesso equivocato nella percezione moderna. La mostra chiarisce che nella cultura romana la copia non era una forma di imitazione impoverita, ma un dispositivo culturale capace di evocare l’eccezionalità dell’originale e di trasporla in nuovi contesti. Le centinaia di copie di opere greche sparse negli edifici pubblici e nelle ville private non testimoniano mancanza di invenzione, bensì la diffusione di un canone condiviso, che permetteva alla società romana di appropriarsi dei modelli estetici dell’Ellade e di inscriverli nel proprio paesaggio culturale. L’atto della copia diventa così un’operazione identitaria, non un esercizio tecnico. Nel cuore del percorso emerge la Crypta Balbi, uno dei rari luoghi in cui gli scavi hanno documentato con precisione attività artigianali tardoantiche. Qui, nell’area dell’esedra e nel quartiere orientale, la materia restituisce officine metallurgiche e vetrarie, testimonianza che la città, lungi dall’essere in declino, manteneva funzioni produttive vitali. Le tracce rinvenute mostrano una Roma ancora intrecciata alle rotte commerciali e alla domanda di beni di lusso e uso comune, smontando l’idea di una tardoantichità passiva e decadente. La città appare come un organismo che muta, ma non si spegne; che si adatta, ma non rinuncia alla propria complessità. Il percorso trova la sua conclusione nelle sculture della villa tardo repubblicana di Fianello Sabino, opere realizzate a Delo nel II secolo a.C., frutto di quelle commissioni collettive che animavano le ville suburbane. Sono statue che riflettono un immaginario cosmopolita: figure dionisiache, richiami all’atletismo greco, allusioni alla vita intellettuale e alla cultura classica. Accanto a queste, le grandi lucerne marmoree, finemente decorate e prive di reale funzione d’uso, incarnano un’idea di lusso che trascende l’utile per affermare una visione del mondo. La villa diventa così teatro privato di un’élite che riconosce nell’arte non solo un abbellimento, ma un’estensione della propria identità culturale. In questo intreccio di materiali, tecniche e simboli, Artifices mostra come Roma si lasci leggere soprattutto attraverso la concretezza dei suoi oggetti: non soltanto monumenti e opere celebri, ma quella trama silenziosa di gesti e saperi che forgia la forma stessa di una civiltà. È qui, nella manualità che plasma la materia, che Roma rivela il proprio volto più autentico, quello che sopravvive ai secoli senza aver bisogno di alcuna retorica.