Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: “Lucrezia Borgia”

Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Stagione d’opera 2025
LUCREZIA BORGIA
Melodramma in un prologo a due atti su libretto di Felice Romani, dall’omonimo dramma di Victor Hugo.
Musica di Gaetano Donizetti
Alfonso I d’Este MIRCO PALAZZI
Lucrezia Borgia JESSICA PRATT
Gennaro RENÉ BARBERA
Maffio Orsini LAURA VERRECCHIA
Jeppo Liverotto DANIELE FALCONE
Don Apostolo Gazella GONZALO GODOY SEPÚLVEDA
Ascanio Petrucci DAVIDE SODINI
Oloferno Vitellozzo YAOZHOU HOU
Gubetta MATTIA DENTI
Rustighello ANTONIO MANDRILLO
Astolfo HUIGANG LIU
Un coppiere DIELLI HOXHA
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Giampaolo Bisanti
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Andrea Bernard
Scene Alberto Beltrame
Costumi Elena Beccaro
Luci Marco Alba
Nuovo allestimento in coproduzione col teatro lirico di Cagliari
Firenze, 14 novembre 2025
Assente dal 1979, al tempo delle interpretazioni di Katia Ricciarelli e Leyla Gencer, “Lucrezia Borgia” torna al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, in un nuovo allestimento coprodotto col teatro lirico di Cagliari, dove andrà in scena a gennaio con un cast sensibilmente differente. Quasi in continuità con la passata produzione di “Macbeth”, le scene di Alberto Beltrame ci conducono perlopiù dentro una trappola mentale, nota caratteristica del contrastato stato d’animo della protagonista, divisa tra autenticità e maschera, tra la negata possibilità di amare liberamente un figlio e la sete di vendetta. Lo sfondo veneziano e ferrarese è traslato a Roma, in un evidente dopoguerra, e si fa più dettagliato al momento delle scene d’insieme, che descrivono una società dai moti contrastanti, atta a restituire la veste “esteriore” dei vari caratteri, a cui aderiscono i costumi di Elena Beccaro. Se, dunque, l’ambientazione si discosta dall’originario Rinascimento, è la regia di Andrea Bernard a riportarci alla veridicità storica dei personaggi, con la complicità della magnificente piattaforma girevole del teatro del Maggio, inaugurata proprio in occasione di questo titolo. Di frequente, infatti, le scene ruotano svelando uno spazio più intimo, immerso nella sacrale aura delle luci di Marco Alba, dove si susseguono richiami alla vita della Borgia: dai periodi in convento, ai matrimoni combinati, dalla strappata maternità, alla prevaricazione paterna. Singolare, in questo, l’idea di far entrare Lucrezia nell’ultimo atto in vesti papali, a ricordo del breve periodo in cui resse il governo della Chiesa in vece del padre, papa Alessandro VI, che con una certa ridondanza appare in scena a monito dell’eterna dicotomia tra papato e impero. All’interno di questa impostazione, la regia perde alle volte di accuratezza, lasciando un certo margine ai vari interpreti, tra cui emergono le schiere di clerici e cardinali del coro di Lorenzo Fratini, divertito e partecipe nei frequenti interventi moralisti. Sul piano musicale, non era sicuramente semplice il compito di Giampaolo Bisanti, alle prese con una partitura più volte rimaneggiata dallo stesso Donizetti, sulla base anche degli interpreti a disposizione. Il direttore abbraccia una restituzione quasi prolissa e tagliata sulle doti del soprano, che nel prologo vede il ripristino del “da capo” del cantabile (“Com’è bello”) e della conseguente cabaletta scritta per la versione del 1840 a Parigi, il recupero del duetto tra Lucrezia e Alfonso del primo atto dalla versione del 1836 a Firenze e l’esecuzione con ripresa della cabaletta “Era desso il figlio di mio” nel finale. Ne esce un po’ in disparte il tenore, il cui momento lirico di maggiore protagonismo si riduce al “Madre, se ognor lontano”, immediatamente precedente alla sua morte. Il direttore supporta queste scelte con saldo piglio della bacchetta, ma entro un’esecuzione tendenzialmente monocromatica, dall’incedere concitato e talora prevaricante, che stenta ad attenuarsi anche al momento delle sospensive parentesi intimiste. Dopo il debutto di “Norma”, Jessica Pratt affronta questo ulteriore ruolo da soprano lirico (esteso) con agilità, confermando il proposito di cimentarsi con ruoli progressivamente meno leggeri. Riesce, in questo, sugli affondi, ma ancor più che in Norma la Borgia richiederebbe centri più corposi, per superare con pregnanza le frasi di centro su sostenuto sostrato orchestrale, qualità non troppo conforme al suo strumento, che rimane prettamente quello di un lirico-leggero dalla mirabile estensione acuta. L’ineccepibile tenuta dei legati su suoni di fine limpidezza è oramai una certezza e non stupisce che la sua sia una Lucrezia di notevole estro interpretativo: pirotecnica nei solidi virtuosismi a sbalzo, squillante sui picchettati e folgorante sui generosi re e mib sovracuti, su cui il soprano è talmente a suo agio da concedere più volte attacchi in pianissimo e stacchi in forte, che corrono luminosamente per la sala con ipnotico fascino. Di pari livello anche lo scavo psicologico emerso dall’introspezione del personaggio, con cui la Pratt sembra mostrare particolare empatia. Il tanto sospirato figlio aveva la voce di René Barbera, caratterizzata da un timbro omogeneo, suadente e nitido, ma dal peso piuttosto contenuto per la parte. Il tenore si riscatta di ciò sul piano interpretativo, restituendo un carattere convincente, i cui accenti sono costantemente intrisi di mesta disillusione e di pensieri ambivalenti, come rivela una linea di canto sensibile al dinamismo cromatico. Il suo compare (e amante secondo questa regia) era il Maffio Orsini di Laura Verrecchia, che ha messo in luce il vellutato timbro mezzosopranile sulle incisive puntature acute, fraseggiato con determinazione ed eseguito con gusto i frequenti passi virtuosistici, mostrando uno strumento vocale esteso, ma un po’ più ovattato al discendere della tessitura. Meno memorabile l’Alfonso di Mirco Palazzi, ben disinvolto in scena (la cavatina è cantata durante la vestizione), austero e temibile come si confà al ruolo, ma dal canto alquanto monocorde e dall’emissione non sempre a fuoco, ad eccezione della vibrante esecuzione delle note gravi. Variegata la compagine delle parti secondarie, tra cui risaltavano gli squillanti apporti del Liverotto di Daniele Falcone e il limpido timbro del credibile Antonio Mandrillo (Rustighello), mentre più nella media sono stati i contributi di Mattia Denti (Gubetta), Gonzalo Godoy Sepúlveda (Gazella), Davide Sodini (Petrucci), Yaozhou Hou (Vitellozzo), Huigang Liu (Astolfo) e Dielli Hoxha (coppiere). Esplosivo l’entusiasmo finale di un pubblico non troppo gremito, soprattutto verso la protagonista e gli interpreti principali. Foto Michele Monasta