Intervista ad Annalaura di Luggo

Oculus Spei, l’installazione multimediale interattiva di Annalaura di Luggo, torna a Napoli — al Museo del Tesoro di San Gennaro dall’11 novembre 2025 al 2 febbraio 2026 — dopo le tappe a Roma, Firenze e Torino. Curata da Ivan D’Alberto e parte delle celebrazioni del Comitato Nazionale Neapolis 2500, l’opera unisce spiritualità e tecnologia, trasformando l’occhio — tema centrale nella ricerca dell’artista — in simbolo di conoscenza, compassione e speranza. Il percorso include le cinque porte sante del Giubileo e una tappa simbolica al carcere di Rebibbia, dove il riflesso del visitatore dietro le sbarre si dissolve in un raggio di libertà interiore. Con la sua visione potente e socialmente impegnata, Di Luggo rinnova il dialogo tra arte contemporanea e dignità umana, offrendo un’esperienza condivisa tra fede e futuro.
Le tue installazioni attirano milioni di visitatori provenienti da tutto il mondo. Come riesce il tuo messaggio ad ‘arrivare’ in modo così universale?
L’impegno creativo che mi prefiggo è quello di rendere il messaggio accessibile a tutti affinché, nella semplicità di un gesto comprensibile universalmente, si possa aprire una prospettiva di comprensione su più livelli. Mi interessa che chiunque, anche un bambino, possa cogliere dall’opera un significato adeguato al proprio livello di sviluppo cognitivo ed emotivo. Per me questo è lo sforzo fondamentale: creare un linguaggio aperto, che non imponga barriere e che permetta una fruizione libera. Con Oculus-Spei sono stata felice di vedere che questo intento si è realizzato. La mia installazione multimediale interattiva, esposta al Pantheon da dicembre 2024 a marzo 2025, è stata vissuta da 2 milioni di persone con differenti religioni in maniera totalmente indistinta. Egualmente nel Museo de’ Medici di Firenze, nella Cappella della Sindone di Torino e nel Museo del Tesoro di San Gennaro a Napoli l’installazione ha avuto modo di rapportarsi con visitatori provenienti da tutti i posti del mondo.  La cosa più gratificante è stata percepire come il messaggio potesse arrivare a tutti senza alcuna categorizzazione, grazie all’uso di un linguaggio universale come quello della “Luce” simbolo di speranza che si incarna nell’uomo.

Una vita d’ artista tanto intensa richiede molta energia. Hai un tuo luogo di ‘ricarica’? Che cosa ti regala, come ti fa sentire?
Il mio luogo di ricarica è Medjugorje. Ci vado due o tre volte l’anno per ritrovare un contatto profondo con la fede e con la natura. Ma, più ancora di un luogo fisico, la mia vera ricarica quotidiana è il tempo della preghiera. È lì che ritrovo equilibrio, ispirazione e lucidità. Medjugorje mi regala il dono dell’ascolto interiore, una pausa del rumore e dal caos in cui viviamo per ritrovare uno spazio spirituale dove tutto trova il suo senso. Oculus-Spei non sarebbe mai potuto nascere senza questo spazio interiore. È nella preghiera che ho cercato e ricevuto l’ispirazione per raccontare la Speranza.

Il tuo grande successo e la relazione con il mondo comportano forse anche molto ‘rumore’. Qual è il tuo rapporto con il silenzio? Che cos’è per te?
Il silenzio è difficilissimo da trovare, spesso il silenzio spaventa.
Nell’ultima installazione, Oculus-Spei, ho voluto che fosse il silenzio a creare un dirompente rumore interiore. Quando le Porte Sante si aprono e incontriamo persone con disabilità dai quattro angoli del mondo, è nel silenzio che si lasciano trasfigurare dalla luce, restituendo quella bellezza interiore che nessuna parola potrebbe comunicare. Circa 20 anni fa ho scelto l’occhio come simbolo della mia ricerca artistica e ho brevettato un sistema fotografico per poter catturare l’iride in formato macroscopico. È stato quell’occhio a trasferirmi una potenza che era molto più significativa di mille parole.

Ricordi quando cercavi ispirazione per Oculus Spei? Come ti sei sentita in quel momento? Dove hai trovato la risposta?
Con Oculus-Spei avevo davanti una serie di elementi: il tema del Giubileo e delle sue Porte Sante, la presenza e la valorizzazione delle persone con diverse abilità, il racconto della loro bellezza interiore senza bisogno di parole, la luce del Pantheon come simbolo di speranza, e infine il ruolo del fruitore, che desideravo non fosse un osservatore distante ma un protagonista attivo. La preghiera profonda mi ha permesso di unire questi ingredienti in un’unica visione e trasformarla in un’opera che potesse aprire, accogliere e includere.  Quando un visitatore bussa alle cinque Porte Sante virtuali un fascio luminoso che arriva dall’alto illumina una persona con disabilità proveniente da Asia, Africa, Americhe ed Europa, rivelando al posto del cuore un occhio, simbolo della visione interiore e della capacità di guardare oltre i limiti e le apparenze. Nella quinta porta, dedicata al carcere di Rebibbia e aperta da Papa Francesco come ulteriore Porta Santa lo spettatore si riflette sulla scena attraverso un innovativo sistema di telecamere gesture recognition in real time: le sbarre, simbolo delle prigionie interiori, vengono dissolte da un raggio di luce, trasformando l’esperienza in un percorso di liberazione e consapevolezza.

Napoli è luogo, soggetto e cuore del tuo fare arte. Che cosa ti insegna la tua città, come solo Napoli sa fare?
Napoli mi insegna la capacità di aprire il cuore e accogliere le diversità, e di trasformare le vite e le storie delle persone in opere d’arte. Nella mia opera multimediale Colloculi – We Are Art sono state proprio le storie di giovani residenti a Napoli, con disagi fisici come la cecità e difficoltà di inserimento sociale dovute a bullismo, alcolismo o discriminazione sociale, a mostrarmi il valore dell’accettazione, della resilienza e del coraggio di andare avanti nonostante le prove della vita. Sono stati i giovani che ho incontrato che mi hanno ispirato nel dare il titolo all’opera e al film lungometraggio che ho diretto: We Are Art nasce dalla consapevolezza che tutti siamo opere d’arte perché siamo tutte creature di Dio. Anche Oculus-Spei nasce a Napoli e vede la partecipazione di quattro cittadini stranieri residenti in città. Le loro riflessioni sulla speranza sono parte dell’omonimo documentario da me diretto, entrato “in consideration” per gli Oscar 2026. Il cortometraggio è arricchito dalla fotografia di Cesare Accetta e dalla musica composta da Ricky Borselli con la voce di Ekaterina Shelehova.

Qual è la spes, la speranza più grande e più difficile che il tuo messaggio artistico veicola?
Nell’ultima mia opera Oculus-Spei la speranza più difficile da comprendere è l’incipit del Giubileo 2025: “Spes non confundit” la speranza non delude. Ma per capire davvero che la speranza non delude bisogna lasciarsi accogliere tra le braccia del Signore, lasciarsi avvolgere e abbandonarsi alla Sua volontà. La mia opera vuole veicolare un messaggio molto importante nel gesto di bussare alle Porte Sante: “chiedete e vi sarà dato; bussate, vi sarà aperto”: un invito a bussare alle porte della misericordia del Signore.
Quale fra i temi da te affrontati e quelli ancora a venire senti con maggior urgenza oggi?
Nel corso della mia carriera artistica ho sempre scelto molti temi legati al sociale. Ho lavorato sui problemi della carcerazione giovanile con Never Give Up, un’installazione multimediale oggi permanente nel Museo Carcerario di Nisida, ho affrontato i temi della cecità con l’opera multimediale Blind Vision, esposta alle Nazioni Unite durante la conferenza mondiale delle persone con disabilità, ho sviluppato la natura e sulla biodiversità alla 58ª Biennale di Venezia, nel Padiglione della Repubblica Dominicana e ho affrontato il tema dei diritti umani per la Fondazione Kennedy di New York con Human Rights Vision e la violenza sulle donne con l’opera multimediale Apollo e Dafne presentata al Museo Nazionale Romano, Terme di Diocleziano. Oltre alle grandi opere museali, porto la mia visione anche nella produzione per collezioni private, in particolare nella serie Intro-Spectio, dove spesso prendo figure del passato e le faccio rivivere attraverso occhi statici o dinamici (video), posizionati in zona pericardica, per raccontare un’interiorità e andare oltre lo sguardo superficiale. Nell’ultima opera dedicata a Narciso, appena esposta ad Arte in Nuvola, l’occhio simbolo di vita si trasforma in un fiore, rappresentando la vita che passa in un soffio. Anche nella serie Fractalis sviluppo il dialogo tra il dentro e il fuori, mettendo in relazione la frattalità dell’occhio umano o animale con oggetti naturali o elementi del mondo circostante, come il mare o le foglie. Il prossimo tema che sento l’urgenza di elaborare è un nuovo progetto dal titolo “La Melodia degli Invisibili”, che vorrei portare alla prossima Biennale di Venezia. È un tema scottante: parla della guerra e dei disastri della cattiveria umana, che però non riescono a spegnere le melodie dell’anima. Melodie che emergono da corpi infangati e mutilati, ma che riescono comunque a risuonare e innalzare canti di gloria.

Di cosa è fatta la tua spiritualità, come ti abita e dove ti porta?
La mia spiritualità nasce e si nutre della relazione con Dio. È un cammino che mi porta a incontrare me stessa in profondità e, attraverso questo incontro, ad aprirmi agli altri. Mi spalanca gli occhi su un’urgenza di solidarietà, che nasce dalla consapevolezza che siamo tutti pellegrini della stessa strada, diretti verso un’unica meta. E il Signore ci vuole uniti, solidali, sorelle e fratelli nello stesso viaggio. La dimensione artigianale ha trovato nel corso del tuo lavoro una sorprendente armonia con la tecnologia. C’è un nuovo medium o una nuova tecnologia che ti interesserebbe sperimentare nel prossimo futuro? Nel mio lavoro do molta importanza ai contenitori mediali che accolgono le mie opere video. Lo dimostra Colloculi, un’iride di quattro metri realizzata in alluminio riciclato, simbolo di rinascita e di salvaguardia ambientale, al cui interno – attraverso un video posizionato nella pupilla – prendono vita diverse opere multimediali. Allo stesso modo, Pluribus, installazione permanente allo Jus Museum di Napoli, è un cubo di specchi sospeso al cui interno quattro monitors creano un’esperienza immersiva, multiscreen. Sono sempre proiettata verso nuove sperimentazioni tecnologiche, e oggi sto studiando tecnologie 4D per permettere al fruitore di vivere sensazioni percettive e fisiche dell’opera.

Puoi raccontare un momento del tuo processo creativo che ti ha toccato in senso positivo, di rivelazione o di trasformazione o altro? E un momento che ti ha messo alla prova?
Credo che si cresca attraverso le difficoltà. Anche io ho affrontato momenti molto duri di malattia che mi hanno permesso di guardare oltre il buio, scoprendo che la luce nasce prima di tutto dentro di noi. In quel passaggio è stato il Signore a darmi la forza per affrontare la prova e a guidare la mia trasformazione verso nuovi orizzonti creativi.

Cosa vorresti che, in futuro, i giovani artisti che lavorano con te riconoscano come il tuo lascito più prezioso e importante?
Quando incontro giovani artisti cerco di aiutarli a sviluppare fiducia e consapevolezza nella loro diversità. Per questo, ho aperto loro la mia installazione multimediale Pluribus e ho creato il Pluribus Multimedia Fest, un festival giunto alla sua IV edizione, in cui accolgo tramite la piattaforma Filmfreeway le opere di altri artisti multimediali che sono chiamati a sviluppare cortometraggi su quattro schermi per una visione immersiva. Ciò permette al mio cubo di vivere anche le visioni di altri e aprendo spazi di interconnessione e collaborazione tra artisti. Il mio lascito più prezioso vorrei fosse proprio questo: incoraggiare ogni artista a credere nella propria unicità.