Milano, MTM – Teatro Litta, Stagione 2025/26
“DITTICO DELLA BUFERA/2 – IL GABBIANO”
di Anton Cechov riscritto da Livia Rossi con il contributo di Giacomo Albites Coen
Konstantin Gavrilovič Treplëv ALESSANDRO BANDINI
Irina Nikolaevna Arkadina MARTA MALVESTITI
Nina Michajlovna Zarečnaja MATILDE BERNARDI
Boris Alekseevič Trigorin GIACOMO ALBITES COEN
Pëtr Nikolaevič Sorin JONATHAN LAZZINI
Evgenij Sergeevič Dorn ALBERTO MARCELLO
Marija (Maša) Ilična Šamraeva FRANCESCA OSSO
Polina Andreevna Šamraeva SILVIA DI CESARE
Ilja Afanas’evič Šamraev BENEDETTO PATRUNO
Semën Semënovič Medvedenko ALBERTO PIRAZZINI
Regia Carmelo Rifici
Scene Daniele Spanò
Luci Giulia Pastore
Suono Brian Brugan, Federica Furlani
Nuova coproduzione LAC Lugano Arte e Cultura con Manifatture Teatrali Milanesi
Milano, 08 novembre 2025
Il secondo e ultimo capitolo del “Dittico della bufera” di Carmelo Rifici prevede una riscrittura del “Gabbiano” da parte della giovane drammaturga Livia Rossi, a sua volta adiuvata dall’attore Giacomo Albites Coen e ispirata dall’attrice italo-russa Alessandra Giuntini, testimone diretta della repressione del regime putiniano sugli artisti. Va detto subito che non si tratta di una vera e propria riscrittura: la Rossi semplicemente implementa di alcuni riferimenti contemporanei il dramma cechoviano, senza in realtà cambiare praticamente nulla delle dinamiche tra personaggi – l’odio di Kostja per gli intellettuali e la madre si muta in odio per la cultura di regime e per i collaborazionisti, l’angoscia di Sorin per il suo fallimento diventa senso di colpa per aver preso parte alla polizia di regime, la pedanteria di Medvedenko denuncia le condizioni invivibili degli
insegnanti. Lo fa con molta cura, interpolando alcuni testi di Svetlana Aleksjievič e Anna Politkovskaja, e fornendo al pubblico un ricco apparato di “note a pie’ di pagina” ad ogni singola scelta testuale, a cavallo tra l’autorevolmente filologico e lo squisitamente paravento – giacché, non ce ne vogliano Rifici o Livia Rossi, ma il teatro si fa sulla scena, la letteratura si fa sulla carta: le note torneranno senz’altro utili al momento della pubblicazione della versione, ma non ci si può (deve) aspettare che lo spettatore vi si dedichi. Anche perché, a conti fatti, tutto questo non è necessario: questo “Gabbiano” funziona alla perfezione anche senza questi riferimenti, perché il testo, la regia e il cast mescolano freschezza e talento, comunicativa e valore artistico già per quello che sono. Rispetto alla sua “gemella della bufera”, “Tre Sorelle”, questo “Gabbiano” presenta in primo luogo una più complessa organizzazione scenica, che si snoda tra l’alternanza di chiusi e aperti, pieni e vuoti, e in questo la curata scena di Daniele Spanò viene decisamente esaltata e implementata dal disegno luci di Giulia Pastore, che gioca con schermi di tulle, arditi chiaroscuri, controcampi inquietanti. La regia di Carmelo Rifici qui si fa più presente, sia nell’organizzazione del cast, sia nella sua caratterizzazione, probabilmente a causa della natura del testo, ma si mantiene su un naturalismo appropriato al testo. Marta Malvestiti è una Arkadina volitiva e
sprezzante, scevra da quei vezzi da diva di periferia che sovente attanagliano il personaggio: ella emerge chiaramente come la vincente della pièce, all’ombra del qualunquismo di regime, ma anche della tempra che le consente di sopportarlo; le si oppone il Kostja isterico di Alessandro Bandini, senza dubbio aderente agli intenti originali, ma probabilmente affrontato con eccessiva esteriorità, sia nei momenti di rabbia che in quelli di dolore; credibile lungo tutta la vasta parabola del suo personaggio è Matilde Bernardi come Nina, sia essa la ragazza incantata dal mondo dello spettacolo che interpreta il rap nella performance di Konstantin, o la giovane attrice scostante e disillusa nei suoi affetti che si presenta conciata da Arkadina sul finale; Francesca Osso e la sua Maša disperata e cinica sono senz’altro la rivelazione della recita, sia per l’intensità con cui l’interprete affronta il ruolo, sia per la sua capacità di pianista; Silvia Di Cesare caratterizza in maniera quasi comica il personaggio di Polina, ma ne apprezziamo specialmente la bellissima vocalità contraltile; riuscitissimo, per quanto confinato su una sedia a rotelle, il Sorin di Jonathan Lazzini: caricato anche del suo ruolo nel regime che l’adattamento gli assegna, riesce a commuovere quasi alle lacrime; così come molto intensi sono Benedetto Patruno (Šamraev) – sia nell’intento grottesco, sia nella citazione della regia di Dodin de “I
demoni”, per la quale divora a mani nude un pollo arrosto in scena – e Alberto Pirazzini nel ruolo di Medvedenko. Meno convincente è il Trigorin di Giacomo Albites Coen, che si pone come l’esatto antipode di Kostja, anche nell’interpretazione indefinita, tanto introiettata da sembrare epidermica, poco metabolizzata. Un caso a parte è il Dorn di Alberto Marcello: l’attore è troppo giovane per l’unico vero ruolo paterno e “saggio” del dramma, quindi per quanto sia indiscutibilmente calato nel ruolo, è la sua stessa prestanza fisica a minarne la credibilità – ad esempio, nel momento in cui Maša confessa il suo amore per Konstantin, che dovrebbe essere il momento in cui il pubblico dubita dell’effettiva paternità della giovane, il loro abbraccio sembra più quello di due innamorati che quello tra un padre e una figlia; parimenti, quando Polina gli dice che potrebbero avere una vita insieme nonostante la vecchiaia, non riusciamo a non vedere il bel trentenne in scena. A parte tutto, tuttavia, lo spettacolo gode di un alto livello artistico e di una capacità non indifferente di far presa sul pubblico, grazie all’armonia che raggiungono l’impatto visuale e le belle interpretazioni degli attori, segnando (sia di per sé, che accompagnato a “Tre sorelle”) uno dei più chiari successi delle Manifatture Teatrali Milanesi degli ultimi anni. Foto Masiar Pasquali
Milano, MTM – Teatro Litta: “Dittico della bufera/2 – Il gabbiano”