Milano, Teatro Menotti: “La Tempesta”

Milano, Teatro Menotti, Stagione 2025/26
“LA TEMPESTA”
di William Shakespeare
Traduzione di Agostino Lombardo

Prospero GRAZIANO PIAZZA
Ariel GUIA JELO
Caliban RITA FUOCO SALONIA
Miranda ROSARIA SALVATICO
Ferdinando LORENZO PARROTTO
Alonso MARCELLO MONTALTO
Gonzalo FEDERICO FIORENZA
Antonio LUIGI NICOTRA
Sebastiano FABRIZIO INDAGATI
Trinculo ALESSANDRO ROMANO
Stefano FRANCO MIRABELLA

Adattamento e regia Alfredo Arias
Scene Giovanni Licheri e Alida Cappellini
Costumi Daniele Gelsi
Luci Gaetano La Mela
Produzione Teatro Stabile di Catania, Marche Teatro, TieffeTeatro Milano, TPE -Teatro Piemonte Europa in collaborazione con Estate Teatrale Veronese

Milano, 25 novembre 2025
Tra i testi di Shakespeare, i romance sono senz’altro i più complessi da riproporre al pubblico contemporaneo: la loro natura ibrida, di gusto già barocco, a cavallo tra commedia e tragedia, prosa e musica, gesto e parola, si radicava infatti nella cultura del tardo Cinquecento, tra classicismo e sperimentazione. “La Tempesta” in un certo senso ne è l’epitome, e infatti è un dramma lungo, articolato, ricco di sottotrame, un dramma in cui si sfiora di continuo il metateatro, e il gioco degli specchi si moltiplica in un caleidoscopio da cui a tratti è arduo ricavare il disegno più originale. Alfredo Arias, nella sua interpretazione, compie un certosino lavoro di spoliazione, per lasciare al pubblico solo i nuclei narrativi, quasi nudi, ma di sicura fruibilità – pochissimi momenti cantati, niente feste per il fidanzamento di Miranda e Ferdinando, niente cori, ridotte le scene grottesche del trio Caliban-Trinculo-Stefano – e decide di esprimere la tentacolare natura del dramma attraverso la scena, trasformata da Giovanni Licheri e Alida Cappellini in un labirinto dalle mura di pietra nuda, dentro il quale i naufraghi restano imprigionati. I molti effetti speciali che il testo richiede vengono anch’essi ridotti, ma messi in scena suggestivamente, con l’uso di immagini in silhouette e l’uso di veli, oltre che con le atmosfere, a volte più intense, altre più rarefatte, ricreate dalle efficaci luci di Gaetano La Mela. Gli attori recitano in maniera disomogenea, chi ultranaturalistico, chi declamatorio, chi addirittura antinaturalistico, in un mix forse non sempre piacevole, ma che può contribuire senza dubbio alla natura plurale dell’opera. Senz’altro apprezziamo Graziano Piazza come Prospero, un ruolo fra i più iconici nella carriera di un attore, che affronta con maestria restituendo al personaggio asciuttezza e icasticità, grazie soprattutto a una piena padronanza delle molte possibilità del suo mezzo vocale; riuscito anche il Caliban di Rita Fuoco Salonia: sebbene la regia non voglia percorrere la tradizionale interpretazione del bon sauvage corrotto dalla colonizzazione, l’interprete miscela molto bene istinti rabbiosi e slanci grotteschi, propendendo per un’amara comicità – soprattutto quand’è insieme ad Alessandro Romano (Trinculo) e Franco Mirabella, un irresistibile Stefano in drag. Sorprendente e anche un filo disturbante la scelta di assegnare a Guia Jelo (indimenticata interprete strepitosa e intensissima dei film di Aurelio Grimaldi, incarnazione di una meridionalità atavica ed essenziale allo stesso tempo) il ruolo di Ariel, sovente impersonato da attori giovani caratterizzati da eloquio sciolto e ritmo frizzante; tuttavia Arias coglie del personaggio alcuni aspetti in effetti marginalizzati dalla tradizione: è da molti anni al servizio di Prospero, è esperto ed esasperato, e la libertà che brama è molto più simile alla morte che a una scatenata vitalità – in questo senso la Jelo è perfetta, nel suo costume seicentesco, l’andatura cauta, l’aspetto più di una sacerdotessa che di una fatina, la vocalità spezzata e ruvida. Meno riuscita, invece, per quanto più rassicurante, ci è parsa la Miranda di Rosaria Salvatico, che, sia fisicamente, sia soprattutto vocalmente, sembra restare sul generico, l’interpretazione in parte inficiata da un declamato alla lunga tedioso; molto apprezzabile, al contrario, è il Ferdinando di Lorenzo Parrotto, elegante e al contempo vigoroso, bello nei suoi trent’anni, ma anche autorevole nel conferire al personaggio una nota eroica che spesso gli viene negata; il gruppo dei naufraghi, infine, vede quattro interpreti (Marcello Montalto, Federico Fiorenza, Luigi Nicotra, Federico Indagati) piuttosto omogenei nella recitazione e calati nel ruolo, quasi un unico corpo, un quadrato semiotico che si articola sugli assi bene/male, restituzione/perdita. In conclusione, quello che emerge è senza dubbio uno spettacolo che sa farsi ricordare, il cui indiscutibile valore artistico si esplicita nella globalità della proposta teatrale e drammaturgica, piuttosto che nell’incisività delle singole interpretazioni – com’è naturale (e forse giusto) che sia, quando si affronta il teatro elisabettiano e, più nello specifico, Shakespeare. Foto Tommaso Le Pera