Napoli, Teatro Bellini, Stagione 2025/26
“FINALE DI PARTITA”
Di Samuel Beckett
Traduzione Carlo Fruttero
Hamm MICHELE DI MAURO
Clov GIUSEPPE SARTORI
Nagg ALESSIO PIAZZA
Nell ANNA RITA VITOLO
Regia Gabriele Russo
Scene Roberto Crea
Costumi Enzo Pirozzi
Disegno luci Roberto Crea e Giuseppe Di Lorenzo
Musiche e progetto sonoro Antonio della Ragione
Produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Biondo Palermo
Napoli, 16 novembre 2025
Al Teatro Bellini, si è «giocato» il Finale di partita, quello di Samuel Beckett. Il lavoro teatrale beckettiano viene proposto nell’efficace e ottima traduzione di Carlo Fruttero. La regia è, invece, affidata a Gabriele Russo: attraverso un disegno registico estremamente interessante, egli riesce a «liberare Beckett dalla cornice dell’Assurdo […] per restituirlo a una realtà che ci appartiene», come afferma il regista medesimo in uno scritto, inserito nel numero 47 del Belliner, magazine del teatro
napoletano. Quello di Beckett-Russo è, dunque, un teatro che propone «quesiti», senza risolverli; è un teatro che non commuove – che non vuole commuovere, forse –, ma che incanta, e che incastra lo spettatore in una condizione di estrema e irrisolvibile perplessità. Si tratta, dunque, di un’operazione attraverso cui il regista sottrae al teatro beckettiano il carattere dell’«assurdo»: riconoscere e consegnare un senso «realistico», al materiale testuale e al soggetto teatrale, è possibile soltanto innestando il testo in uno spazio scenico di estremo realismo, benché sintetico e «minimalista»: un’abitazione, ideata da Roberto Crea, determinata da un aspetto «malandato» così poeticamente drammatico da apparire come paradigmatica di una disperata e irreparabile situazione familiare; uno spazio che riesce a colloquiare con
il mondo «esterno» soltanto attraverso un cannocchiale, sovente adoperato da Clov, il «figlio». La poetica drammaticità dell’ambiente scenico è, inoltre, sottolineata dalle appropriate composizioni, musicali e sonore, di Antonio della Ragione; un ambiente sapientemente e accuratamente illuminato da Crea medesimo e da Giuseppe Di Lorenzo. In questo spazio scenico, i non-dialoghi assumono un senso «simbolico» o, se vogliamo, metaforico: ciò consente allo spettatore di osservare i personaggi con estremo «distacco». Un senso di irreparabile «follia» sembra determinare la vicenda familiare; la costruzione scenica della pièce avviene, pertanto, attraverso una parziale sostituzione dell’elemento dell’«assurdo» con quello della «follia»: il materiale testuale si ritrova a essere investito di un significato effettivo, benché «simbolico»: un senso riesce a essere ravvisabile, nonostante l’«assurdo» di fondo: una
vicenda familiare complessa e drammaticamente «alienante». Il testo continua a recare in sé una «vaghezza» linguistica, un’«incongruenza» poetica e strutturale – pur tendendo a offrire, però, una concezione realistica del soggetto teatrale: quello di un «figlio», costretto a occuparsi del papà malato. Un teatro, dunque, fatto di costrizioni – sceniche e verbali – non risolte: il papà, Hamm – perfettamente interpretato da Michele Di Mauro –, costretto alla cecità e su una sedia a rotelle; il figlio, Clov – ottimamente impersonato da Giuseppe Sartori –, metaforicamente «zoppo» e condannato a indossare un tutore alla coscia, costretto a occuparsi del papà; in una vasca da bagno, costretti a sopravvivere Nagg e Nell, il padre e la madre di Hamm – rispettivamente interpretati
da Alessio Piazza e Anna Rita Vitolo (parimenti ottimi) –, che, non mostrando un aspetto «anziano», assumono un’inconscia funzione di personaggi non effettivi: sembrano, pertanto, apparizioni «allucinatorie», e ciò si avverte anche nella «trasognata» esposizione del testo. La pièce appare, dunque, determinata da sentimenti drammaticamente contrastanti: all’«odio» del figlio per la figura paterna – o, meglio, all’astio nutrito nei confronti del sentimento paterno: indifferenza mista a egoismo –, si contrappone un’asfissiante impossibilità del figlio di imporre i suoi «no» al perenne soddisfacimento delle capricciose e reiterate richieste paterne: una rigidità emotiva, che, però, lascia trasparire o che sottende un sentimento «filiale» pressoché inespresso, nervosamente soffocato, severamente tenuto a bada; un sentimento inespresso, ma «ravvisabile» grazie alla notevole interpretazione di Sartori. Se, dunque, la rappresentazione reca in sé un certo
«realismo» – dall’altro lato, però una totale «immedesimazione» dello spettatore nelle vicende familiari resta praticamente o immediatamente impossibile; ciò dipende dalle modalità attraverso cui avviene l’esposizione del materiale testuale, determinata da una severa «espressività», drammaticamente «irrealistica»: i sentimenti, dunque, sono autentici, profondamente umani, ma la pièce resta caratterizzata da un’irrealtà di fondo: il disegno registico, pertanto, procede in modo pressoché «statico», in metaforico ossequio alle «fissità» – mentali e «fisiche» – entro cui i personaggi sembrano drammaticamente costretti. I personaggi, dunque, operano una soffocante repressione dei sentimenti «positivi»; i sentimenti «negativi», però, vengono risolti attraverso improvvisi e brevi scatti d’ira; il solo sentimento «amoroso», vagamente
espresso, sembrerebbe essere quello esistente tra i due genitori. Il «contrasto» padre-figlio è, invece, ravvisabile nella condotta teatrale degli attori: le notevoli abilità attoriali di Sartori – attraverso cui egli riesce a dare forma all’«isterismo» e al nervosismo, verbali e gestuali, di Clov – si pongono, pertanto, in metaforico contrasto con l’ostentata, ma «finta», nonchalance paterna: perfetto, dunque, anche Di Mauro nel ritrarre una figura così drammaticamente «complessa», scenicamente restituita attraverso l’impiego sapiente della voce – sempre così attentamente governata –, e un «avveduto», ma espressivo, linguaggio gestuale. Le «manie» del personaggio riescono a emergere totalmente, e riescono ad assumere anche un tono simpaticamente ironico, nonostante una «drammaticità» di fondo. Ottimi, dunque, tutti gli attori – avvolti, peraltro, negli appropriati costumi di Enzo Pirozzi. Lo spettacolo, applaudito e apprezzato dal pubblico napoletano, è in scena fino al 29 novembre. Foto Flavia Tartaglia
Napoli, Teatro Bellini: “Finale di partita”