Roma, Musei Capitolini: “Cartier ed il Mito”

Roma, Musei Capitolini – Palazzo Nuovo
“CARTIER ED IL MITO”
Curatori Bianca Cappello, Stéphane Verger, Claudio Parisi Presicce 
Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura
Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
In collaborazione con Maison Cartier
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Progetto di allestimento Sylvain Roca
Contributo creativo Dante Ferretti
Roma, 14 novembre 2025
C’è un momento, entrando a Palazzo Nuovo, in cui il tempo sembra arrestarsi come davanti a un’antica soglia. Le statue dei Musei Capitolini — Afrodite, Dioniso, Apollo, Eracle, Zeus, Demetra — paiono attendere da secoli un interlocutore capace non di restaurarne la voce, ma di ascoltarne il silenzio. Questo interlocutore, sorprendentemente, è Cartier. Non il Cartier delle réclame e della seduzione patinata, ma quello della forma: dell’ossessione per il dettaglio, della traduzione del mito in ornamento, della gemma intesa non come lusso ma come struttura. Cartier e il Mito non è una mostra nel senso comune del termine: è un saggio visivo sulla persistenza dell’antico nella cultura materiale contemporanea. La curano Bianca Cappello, specialista del gioiello, Stéphane Verger, archeologo, e Claudio Parisi Presicce, Sovrintendente Capitolino: tre competenze che, correttamente orchestrate, producono un risultato più complesso di quanto ci si attenderebbe da un’operazione di dialogo fra passato e maison di lusso. Il genio dell’impianto curatoriale risiede nella consapevolezza — elementare ma spesso ignorata — che il mito non è un fossile, bensì una sostanza viva, suscettibile di trasformazione. I gioielli provenienti dalla Cartier Collection — cammei, diademi, pendenti, collier — non sono semplicemente accostati alle sculture del cardinale Albani: entrano in una relazione strutturale con esse. Il marmo e l’oro non vengono contrapposti, ma riconosciuti come due esiti della medesima tensione formale. L’uno è immobilità che aspira alla vibrazione, l’altro è vibrazione che ricerca una forma stabile. Il percorso non segue una cronologia rigida, ma una geografia dello sguardo. Dai pastiches ottocenteschi dei Castellani si passa al Garland Style, fino alle geometrie del Novecento, toccate dall’immaginario di Jean Cocteau. Tuttavia, al di là delle etichette stilistiche, ciò che emerge è una continuità profonda: la bellezza come codice che attraversa i secoli con la stessa tenacia delle divinità che l’hanno generata. Cartier non copia l’antico: lo metabolizza, come facevano gli orafi etruschi, trasformando l’oggetto in simbolo e il simbolo in luce. Nella penombra calibrata delle sale, i miti riappaiono per allusioni: l’Afrodite capitolina trova un’eco pallida in un pendente di perle; Dioniso sembra riflettersi nella morbida ondulazione di una collana; Apollo ed Eracle risuonano nei volumi rigorosi di un bracciale. Non c’è imitazione, ma risonanza: l’antico non viene mostrato, ma evocato. È un merito raro, in un’epoca incline alla didascalia. A rafforzare questa percezione interviene il contributo del Maestro Dante Ferretti. Il suo intervento non è decorativo: è strutturale. Le sale diventano quinte teatrali, le teche piccoli templi. La luce — forse il vero protagonista — non illumina, ma incide. Obliga a guardare non solo l’oggetto, ma la sua presenza nello spazio. Le installazioni olfattive di Mathilde Laurent completano il dispositivo: un soffio di resina, ambra, polvere sacrale che restituisce al gioiello una dimensione cultuale, quasi liturgica. L’olfatto non accompagna: interpreta. In questo triangolo di competenze — Cappello, Verger, Parisi Presicce — la mostra assume un tono che è insieme estetico e antropologico. Da una parte, la bellezza come grammatica comune tra l’antico e il moderno; dall’altra, la memoria del mito come sistema di rappresentazione dell’umano. Il gioiello, per sua natura minuto, torna ad avere la stessa funzione che aveva nel mondo antico: non decorare, ma incarnare. Le gemme di Cartier non abbelliscono: dichiarano. Roma, del resto, ha insegnato al mondo che la bellezza non coincide con l’ostentazione, ma con la conoscenza. Il marmo del Campidoglio e il platino di Place Vendôme, al netto della distanza geografica, rispondono alla stessa esigenza: spiritualizzare la materia. Tuttavia — e qui occorre un’osservazione necessaria — l’allestimento non è esente da limiti. La mano di Sylvain Roca, che altrove ha saputo muoversi con misura, qui pare non aver colto la voce propria delle sale. Le vetrine, lucidissime, impeccabili nella loro grammatica commerciale, ricordano più gli ambienti di una boutique Cartier che non quelli di un museo. La loro brillantezza, invece di creare un contrappunto, tende a sovrastare. La sensazione, talvolta, è che un negozio di alta gioielleria abbia preso possesso degli spazi, rendendo il museo un semplice contenitore. La grande galleria è la più penalizzata. La luce naturale appare sacrificata, la spazialità compressa. Le installazioni verticali — troppo alte, troppo assertive — rompono l’armonia visiva delle statue laterali, che perdono la loro naturale centralità. Il colpo d’occhio, elemento fondamentale dell’architettura seicentesca, risulta compromesso: l’occhio vaga tra riflessi, luci accecanti, proiezioni ed  ostacoli sensoriali che sottraggono presenza all’antico. È un peccato, perché basta poco per alterare il respiro di uno spazio concepito per equilibrio e proporzione. E tuttavia, al di là di queste ombre, la mostra mantiene una sua forza intrinseca. La relazione fra mito e contemporaneità, fra materia e simbolo, fra marmo e gemma, esiste e si percepisce. Non tutto funziona — e sarebbe strano il contrario — ma ciò che funziona lo fa con una lucidità concettuale rara. È questa, forse, la lezione più solida: il mito non è morto; ha solo cambiato tono di voce. E Cartier, con i suoi limiti e le sue intuizioni, contribuisce a farlo risuonare ancora.