Roma, Musei di Villa Torlonia
Casino dei Principi
ANTONIO SCORDIA. LA REALTA’ CHE DIVENTA VISIONE
cura di Giovanna Caterina de Feo
Roma, 25 novembre 2025
Nel tragitto che dal reale conduce alla visione si apre una fenditura: una soglia percorsa da Antonio Scordia come un funambolo che trattiene nella mano un filo sottile, l’ultimo legame con il mondo, e nell’altra una tavolozza che scompone quel legame fino a renderlo irriconoscibile. La mostra Antonio Scordia. La realtà che diventa Visione, ospitata al Casino dei Principi dei Musei di Villa Torlonia, si muove esattamente dentro questa soglia, proponendo al pubblico non soltanto un’antologica, ma una cartografia critica del processo trasformativo che attraversa l’intera opera dell’artista.
È un percorso che procede a slancio, tra scarti laterali e improvvise verticalizzazioni, come se l’immagine fosse un corpo in transito, sempre pronto a diventare altro. L’antologica raduna circa ottanta opere, un corpus che riattiva il profilo di un artista fin troppo silenziato dalla memoria recente, eppure saldamente radicato nei nodi decisivi della pittura italiana del secondo Novecento. Scordia, nato a Santa Fè e cresciuto a Roma, è stato un irregolare disciplinato: fedele alla necessità del proprio linguaggio, indifferente alle mode ma non cieco di fronte ai sommovimenti del proprio tempo. Il suo viaggio transnazionale — Parigi, New York, Londra — non lo allontana dal centro della sua ricerca, che resta sempre un corpo a corpo con la percezione. Roma è il suo epicentro poetico, la culla dove la realtà è una materia da modellare, un pretesto, una provocazione. Il percorso espositivo, articolato sui due piani del museo, procede come una stratigrafia. Nei primi ambienti emerge il giovane Scordia, ancora imbevuto del clima figurativo della Scuola Romana. Appaiono gli oli degli anni Quaranta e Cinquanta: l’Autoritratto, i ritratti della moglie Valentina, il Ritratto del Poeta Sinisgalli, La seggiola e il gatto acquisita da Palma Bucarelli nel 1952. Sono opere ancora radicate nell’osservazione, ma già inclini a una sorta di scarto lirico, una figura che tende alla perdita dei propri confini.
È come se Scordia praticasse una figurazione filtrata, respirata, non mimetica, una figurazione consapevole che la realtà non è un deposito di forme, ma un impulso. Poco oltre si incontrano i segni del passaggio: opere post-cubiste come Innaffiatoio in giardino e Donna in poltrona. Qui l’artista comincia a trasformare gli oggetti in frammenti, a sottoporli a una sorta di smontaggio poetico. La forma non si dissolve ancora, ma vibra, si incrina, come se l’immagine oscillasse tra la fedeltà e la fuga. Si percepisce quel disagio fecondo che anticipa l’astrazione: una pittura che non vuole più descrivere, ma assediare il reale, stanarlo. La sezione dedicata agli anni Cinquanta è il cuore pulsante della mostra. È qui che Scordia, sostenuto criticamente da Maurizio Calvesi e circondato dalle energie della Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, avanza verso l’astrazione con determinazione. Opere come Ruderi nel parco, Siesta in campagna, Annuncio e Figura bianca (1959) segnano questo attraversamento. La forma comincia a disfarsi, la realtà non è più rappresentata ma evocata: è un lampo, un residuo, un sogno che affiora da un fondo di colore compatto.
Calvesi parlerà di una pittura “assediata dalla realtà”, e l’espressione coglie il punto: Scordia è un artista che non abbandona il mondo, ma lo faceva esplodere dall’interno. L’astrazione non è fuga, ma intensificazione, una visione della realtà a un grado più acceso, una temperatura più alta. Questo è il suo contributo alla modernità: non la rinuncia, ma il superamento. Un realismo senza figura, un attraversamento del visibile fino a raggiungerne la controfaccia. Gli anni Sessanta e Settanta mostrano l’artista ormai padrone del proprio vocabolario. Gorgone, Grande frammento, Grande interno (1968) sono opere in cui la superficie pittorica diventa un teatro di tensioni: linee curvilinee, forme sbavate, spessori cromatici che costruiscono uno spazio respirante. È qui che la pittura di Scordia si fa epica senza essere monumentale: un’epica delle piccole deviazioni, degli interstizi, dei margini. Il colore diventa architettura, non più semplice epidermide della tela.
Negli anni Settanta e Ottanta — Specchio blu, Specchio rosa, Pietra lavica — emerge la maturità lirica del pittore. Le tele si fanno più rarefatte, più contemplative, e insieme più radicali. La realtà torna come riflesso, come traccia, come eco. Non è più un oggetto da rompere, ma un interlocutore silenzioso, una presenza che si manifesta attraverso la vibrazione cromatica. Qui Scordia raggiunge un equilibrio alto, una pittura dove la visione diventa un campo magnetico, un territorio in cui il linguaggio si chiarisce perché ha rinunciato alla necessità di spiegare. Il percorso si chiude con una rivelazione: l’attività dell’artista nelle arti decorative. Le ceramiche degli anni Quaranta e l’arazzo per la Turbonave Raffaello del 1962 mostrano un altro volto di Scordia, capace di trasferire la propria sensibilità anche nelle tecniche meno attese. L’arazzo della Farnesina, oggi conservato nella Sala dei Trattati Europei “David Sassoli”, è il segno di un artista che non ha mai temuto la monumentalità ma l’ha affrontata con discrezione, come se la misura fosse un principio etico prima che estetico.
La mostra di Villa Torlonia non restituisce soltanto un artista ingiustamente relegato ai margini della narrazione attuale, ma lo riconsegna come figura necessaria per comprendere il transito dalla figurazione postbellica all’astrazione lirica dei decenni successivi. Scordia incarna una modernità quieta ma tenace, capace di tenere insieme l’intimità del gesto e la vastità della visione. Il “privato che diventa sociale”, come dichiarava lui stesso, è forse la sua più radicale intuizione: un’arte che nasce dal sé e si riversa nel mondo senza clamore, affidandosi soltanto alla forma, al colore, alla chiarezza del linguaggio. E oggi, come ricorda Giuseppe Appella, la storia della pittura italiana si regge anche sulle sue rovine. È proprio da queste rovine che Scordia riemerge, più necessario che mai: un artista che non ha mai fatto un passo più lungo della gamba, ma ha sempre camminato in avanti. E la sua visione, ancora una volta, ci precede. Photocredit Valerio Polici
Roma, Musei di Villa Torlonia: “Antonio Scordia. La realtà che diventa visione”