Roma, Museo Civico di Zoologia
“STILL LIFE”
Direzione artistica e curatela Antonietta Campilongo
Organizzazione Associazione Neworld ETS
Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
Servizi museali Zètema Progetto Cultura
Catalogo Edizioni Associazione Neworld ETS
Roma, 14 novembre 2025
C’è, in Still Life, un’intenzione che trascende la dimensione estetica per farsi riflessione sul senso stesso del vivente. Al Museo Civico di Zoologia di Roma, l’arte contemporanea si insinua tra i reperti scientifici e li riattiva come presenze pulsanti, restituendo alla materia il suo respiro dimenticato. L’operazione, concepita e diretta da Antonietta Campilongo, si sviluppa come un attraversamento poetico di spazi e linguaggi, un esperimento che mette in discussione la neutralità del museo scientifico e, insieme, la nostra abitudine a osservare il mondo naturale come qualcosa di separato da noi.
Promossa da Roma Capitale e dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e organizzata dall’Associazione Neworld ETS, attiva da oltre vent’anni nel rapporto fra arte, paesaggio e trasformazioni ambientali, la mostra si articola come un dispositivo dialogico fra arte e scienza. In essa la natura morta, tradizionale esercizio di stile, torna a essere una meditazione sulla caducità e sul tempo, ma filtrata dalla consapevolezza ecologica del presente. Ciò che un tempo rappresentava la fine del ciclo vitale oggi si trasforma in avvertimento, in testimonianza di un equilibrio spezzato fra l’uomo e il suo ambiente. Lungo il percorso del museo, oltre quaranta artisti italiani e internazionali – tra cui Andrea Adany, Teresa Bianchi, Elena Bonuglia Bonuel, Antonella Catini, Antonio Ceccarelli, Giacomo Di Corato (Tuan), Antonella Laganà, Loredana Raciti, Loredana Salzano, Villő Steiner, Krisztina Szabó, Anna Tonelli, Ingrid van Woudenberg, Klara Várhelyi – propongono un racconto plurale sulla fragilità dell’esistente. Pittura, scultura, fotografia e installazione convivono in un paesaggio visivo che respira e muta come un organismo. Non c’è gerarchia di linguaggi, ma una coralità di presenze che agiscono come cellule di un corpo comune, in continuo movimento.
Il titolo Still Life gioca sull’ambiguità del termine: “vita immobile” o “vita che ancora persiste”. In questa duplicità risiede la chiave della mostra. L’arte non si limita a rappresentare il reale, ma lo riattiva. Ogni opera diventa un segno di sopravvivenza, un atto di resistenza estetica contro l’oblio. L’antico genere della natura morta, nato per immortalare il transitorio, si rinnova nel suo contrario: la vita che sopravvive proprio perché osservata, ricordata, ripensata. Il museo, con le sue collezioni zoologiche, diventa parte integrante dell’allestimento. Le opere di Loredana Raciti e Giacomo Di Corato (Tuan) dialogano con i reperti conservati nelle teche, generando cortocircuiti poetici e percettivi. Accanto a scheletri e modelli tassidermizzati, materiali contemporanei – vetro, cera, metallo, pigmenti – restituiscono ai resti una nuova forma di vitalità. La teca, simbolo di distanza e conservazione, si apre come un varco fra epoche, trasformandosi in un luogo di relazione e metamorfosi.
L’allestimento non impone un percorso lineare, ma suggerisce una circolazione di sguardi. Ogni opera è un nodo in una rete più ampia, in cui l’osservatore è chiamato a partecipare, a spostarsi, a lasciarsi toccare dal dubbio. L’arte si pone qui come una forma di conoscenza complementare a quella scientifica: se la scienza analizza e misura, l’arte ascolta e restituisce. Still Life mostra come entrambe, pur muovendosi in direzioni diverse, condividano lo stesso impulso a preservare la vita, a comprenderne la natura cangiante. La Sala della Balena, cuore simbolico della mostra, amplifica questa tensione. Il grande scheletro del cetaceo, disteso come un monumento al tempo, diventa catalizzatore di senso. Attorno a esso le opere contemporanee agiscono come onde: sculture leggere, luci, frammenti sonori che ne interrompono il silenzio millenario. È un dialogo fra il fossile e il presente, fra la vita che fu e quella che resta.
La balena, emblema della memoria oceanica e della perdita, si trasforma in una figura di rinascita, in una cattedrale organica dove l’arte sembra respirare con la materia. La regia curatoriale di Campilongo privilegia il pensiero associativo al rigore sistematico. Non costruisce un discorso didattico, ma un ambiente mentale, una geografia delle connessioni. Le opere non vengono separate dalle collezioni ma immerse in esse, come se l’arte potesse infiltrarsi nel tessuto stesso del sapere scientifico. In questo modo, Still Life diventa una forma di critica silenziosa alla presunta oggettività dello sguardo museale, alla tendenza dell’uomo a immobilizzare la vita per comprenderla. Ogni artista traduce questo pensiero in un linguaggio personale. Alcuni lavorano sulla dissolvenza dei materiali, altri sulla metamorfosi della forma; c’è chi esplora la dimensione etica della cura, chi quella simbolica dell’assenza. Tutti, tuttavia, condividono la consapevolezza che la materia non è mai inerte, che ogni oggetto è memoria in potenza.
Il risultato è un’installazione diffusa, in cui il museo stesso si comporta come un corpo vivente, attraversato da energie e da respiri. Il catalogo, pubblicato da Neworld ETS, approfondisce il pensiero curatoriale di Campilongo, tracciando un filo teorico che unisce estetica e biopolitica. La riflessione sul vivente si amplia fino a comprendere la condizione umana, l’idea che l’arte possa ancora essere una forma di resistenza alla perdita di senso, un gesto di restituzione simbolica verso ciò che non può più parlare. Still Life non è una mostra sulla natura morta, ma una meditazione sulla vita sospesa: sulla possibilità che l’arte abbia ancora il potere di generare empatia, di spostare lo sguardo dal possesso alla condivisione. Lì dove la scienza cataloga, l’arte respira. Lì dove il museo conserva, l’artista riattiva. Tra ossa e luci, pigmenti e reperti, prende forma un pensiero visivo che non rappresenta il mondo, ma lo reinventa, suggerendo che nulla è veramente immobile finché qualcuno continua a guardarlo. Nel silenzio delle sale, Still Life diventa allora un atto di riconciliazione fra uomo e natura: un modo per ritrovare, anche solo per un istante, la continuità del respiro che unisce tutte le cose. In quella sospensione fragile, dove arte e scienza si sfiorano, si comprende che la vita — pur ferma, pur esposta, pur osservata — resta la più grande forma di movimento.
Roma, Museo Civico di Zoologia: “Still Life”