Roma, Museo dell’Arte Salvata: “Nuove opere in mostra dai depositi del Museo”

Roma, Museo Nazionale Romano – Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, Museo dell’Arte Salvata
NUOVE OPERE IN MOSTRA DAI DEPOSITI DEL MUSEO
Mostra aperta dall’11 novembre 2025 all’11 gennaio 2026
Promossa da Museo Nazionale Romano – Istituto autonomo del Ministero della Cultura

Direzione Federica Rinaldi
Roma, 11 novembre 2025
L’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, oggi Museo dell’Arte Salvata, accoglie undici nuove sculture riemerse dai depositi del Museo Nazionale Romano. E come ogni volta che un frammento del passato ritorna alla luce, non si ha l’impressione di assistere a un semplice evento espositivo, ma a un processo di riconnessione: la materia che cerca di ricongiungersi con la propria storia. Il tempo, che tutto consuma, a volte restituisce, e lo fa con la lentezza di una memoria geologica. In questo spazio circolare, che fu termale, poi spoglio e ora di nuovo abitato da forme antiche, il visitatore è chiamato a fare un esercizio non di meraviglia, ma di ascolto. Queste statue non parlano a voce alta; bisbigliano. Sono oggetti di culto, d’arredo sacro e privato, provenienti da villa Grandi, a Porta Latina, ritrovate fra il 1937 e il 1945 e rimaste a lungo nei depositi. La loro emersione odierna non è un atto spettacolare, ma un gesto di responsabilità: il museo che si fa custode, non vetrina; che espone per ricordare, non per stupire. Le sculture raccontano una religiosità domestica e raffinata. Appartenevano alla famiglia degli Aradii, originaria dell’Africa, che nel III secolo d.C. visse a Roma una stagione di prosperità e di culto sincretico. Nei due ambienti rinvenuti — uno dedicato a Iside, l’altro identificato come larario — il mondo mediterraneo sembra riassumersi in una piccola geografia spirituale: l’Egitto, la Grecia e Roma convivono nella pietra. Le figure di Iside, Dioniso, Demetra e Tyche Fortuna non sono isolate, ma parti di un medesimo discorso: quello della vita che si rigenera, delle stagioni che ritornano, dell’anima che chiede protezione. C’è un pensiero coerente dietro queste immagini, una logica della devozione che la modernità fatica a comprendere. Ogni culto antico era anche un linguaggio politico, una forma di appartenenza. Gli Aradii, famiglia senatoria d’origine africana, adottarono il culto isiaco come segno di apertura al mondo, ma anche come difesa dall’incertezza del presente. È lo stesso impulso che muove ogni civiltà sul crinale del proprio tramonto: la ricerca di senso dentro la dissoluzione. La distruzione della domus, avvenuta nel V secolo, dopo il sacco di Roma, chiude quella parabola. Le statue furono spezzate, disperse, poi inghiottite dal terreno. Ma la loro sopravvivenza, parziale e mutila, è più eloquente di qualunque integrità. I corpi acefali, i volti cancellati, le mani spezzate non sono segni di perdita: sono testimonianze del tempo come forza costruttiva, che non distrugge ma trasforma. Ogni frammento è un frammento di pensiero. Il Museo dell’Arte Salvata nasce su questo principio: mostrare l’arte non come ornamento, ma come risultato di una catena di fragilità e salvezze. Qui nulla è definitivo; tutto è provvisorio, eppure necessario. L’allestimento, sobrio e quasi austero, mette le statue in dialogo con lo spazio, non con lo spettatore. Le luci scorrono sulle superfici marmoree come un’acqua che leviga. Il nero delle pedane riflette le figure, amplificandone la solitudine. È una composizione che invita al raccoglimento, non alla contemplazione estetica. Il museo, in questo senso, diventa un organismo archeologico vivente. Non conserva soltanto le opere, ma la traccia del loro destino. Il gesto di esporle oggi non è un ritorno, ma un passaggio ulteriore nel loro viaggio: dal sottosuolo alla vetrina, dal culto privato al silenzio pubblico. Ogni scultura è un testimone che non parla più il linguaggio degli uomini, ma quello della materia. Fra tutte, la figura del fanciullo che si incorona è la più enigmatica. Con il gesto di porsi la corona sul capo, sembra ripetere il rito dell’autoinvestitura, l’atto attraverso il quale l’uomo antico cercava di confermare se stesso davanti agli dei. È il simbolo di un potere fragile, perché fondato sulla fede, non sulla forza. Accanto, il piccolo cane acefalo, privato della sua identità, custodisce un’altra forma di fedeltà, quella che non ha più volto ma resta presenza. Chi osserva queste sculture, oggi, è chiamato a una forma di pietas archeologica. Non si tratta di commuoversi, ma di capire. Il passato non è un repertorio di bellezze da collezionare: è una struttura complessa di gesti, di usi, di significati che solo la lente della tutela può mantenere leggibile. In questo senso, il lavoro del Museo dell’Arte Salvata non è quello di un antiquario, ma di un archeologo del presente: qualcuno che decifra il nostro rapporto con ciò che è stato e che, in fondo, continua a interrogarci. Il pubblico cammina tra queste figure come in un dialogo interrotto. Ogni scultura è un interlocutore muto che chiede tempo, distanza, rispetto. Non c’è retorica nel loro ritorno, ma un senso di inevitabilità. Roma, che da secoli convive con le sue rovine, sembra ritrovare qui la propria essenza: città che non dimentica, ma stratifica. Ogni ritrovamento, ogni recupero, è una pagina che si aggiunge al suo libro infinito. Quando si esce dall’Aula Ottagona, resta negli occhi un’impressione di compostezza. Non si è visto uno spettacolo, ma un principio: che il passato, quando lo si ascolta con metodo e silenzio, restituisce sempre qualcosa di più di ciò che si cerca. In fondo, non si salva l’arte per conservarla; la si salva per comprendere il modo in cui la vita, anche nella sua rovina, continua a produrre significato. Photocredit MNR