Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: “Poesia”

Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
“POESIA” di
Marcello Maloberti
Curatrice Cristiana Perrella

progetto di BAM
con il sostegno del Main Partner Istituto Gentili e del Partner Aspesi
con il supporto tecnico di Baioni 
Roma, 06 novembre 2025
Poesia è una parola antica come il vento. Deriva dal greco poiein, “fare”, “creare”, ma nella sua radice si nasconde qualcosa di più segreto: l’idea che ogni creazione sia un atto di resistenza contro la scomparsa. Quando Marcello Maloberti accende la sua parola di luce nel cortile di Villa Giulia, non cerca di aggiungere bellezza al mondo. Cerca di difenderla. Nel cuore di Roma, nel luogo che fu voluto da Papa Giulio III e disegnato da Vignola, Vasari e Ammannati, la scritta “POESIA” si accende in bianco, rovesciata, sospesa. Non proclama nulla, non pretende nulla. Cade dal cielo come una rivelazione, ma resta in bilico tra il dire e il tacere. Non è una parola da leggere: è una parola da attraversare. Capovolta, essa interroga il nostro modo di guardare. Per un istante, lo sguardo vacilla. Il cervello cerca di raddrizzare le lettere, ma la mente capisce che non serve. È la lingua del disorientamento, quella che ci obbliga a cambiare punto di vista. Maloberti non ci chiede di comprendere: ci chiede di accettare la vertigine. Là dove un tempo risuonavano le voci degli umanisti e l’eco delle fontane del Ninfeo, oggi vibra la luce. La parola diventa materia e la materia diventa domanda. Villa Giulia, tempio del Rinascimento e custode della memoria etrusca, si trasforma in un organismo che respira. L’antico e il contemporaneo non si fronteggiano: si specchiano. La pietra e il neon dialogano come due epoche che si riconoscono nella stessa urgenza di dire l’indicibile. Maloberti non costruisce oggetti, costruisce situazioni. La sua scrittura di luce è fragile, retta da un’armatura di tubi metallici che ricordano un cantiere. È la precarietà a sostenerla, non la solidità. Come se la poesia stessa avesse bisogno di stare in bilico per non essere catturata. È un gesto che rovescia la logica del monumento: non celebra, ma svela. Il suo “fare” è politico, anche quando parla di bellezza. Perché oggi accendere una parola che non serve a vendere, spiegare o persuadere è già un atto di resistenza. La poesia di Maloberti non è fatta di versi, ma di silenzi. Non racconta, interroga. Non chiude, apre. In un tempo che confonde il linguaggio con la comunicazione, POESIA restituisce alla parola la sua vulnerabilità, la sua capacità di essere mistero. Nel buio della sera romana, la scritta bianca sembra un pensiero che non vuole finire. È un mormorio luminoso che chiama a raccolta chi ancora crede che il linguaggio possa salvare qualcosa. E quando la si guarda, si comprende che non è soltanto una parola: è un luogo. Uno spazio mentale, un altare laico, una soglia tra visibile e invisibile. La stessa idea attraversa il libro che accompagna l’opera, edito da Treccani, dove Maloberti riunisce le sue “Martellate”: brevi frasi scritte a mano, apparentemente semplici, ma dense come mantra. In quelle parole c’è la stessa tensione del neon di Villa Giulia: un movimento tra il basso e l’alto, tra la materia e la preghiera. Le sue frasi sono fenditure, aperture improvvise nella superficie del linguaggio. “Le poesie – scrive – sono frasi oscure in cerca di senso.” Ma non è la chiarezza ciò che le salva. È la loro oscurità. La parola capovolta, allora, è anche un modo per restituire dignità al dubbio. Tutto ciò che è rovesciato costringe a scegliere se credere ancora o voltarsi dall’altra parte. POESIA è un invito a non voltarsi. A restare nel disagio del non capire. Perché comprendere troppo in fretta è la forma più elegante della rinuncia. In fondo, anche Villa Giulia è un rovesciamento. Un museo che nasce da una villa papale, costruita per il piacere e la contemplazione, diventata poi tempio della memoria etrusca. È un luogo che porta in sé il passaggio del tempo, la metamorfosi dell’uso e del senso. Nel cortile dove un tempo si discuteva di filosofia e di giardini, ora una parola rovesciata parla a nome di tutti. È un segno che ricuce le epoche: gli antichi oggetti votivi etruschi e il neon contemporaneo, la pietra e la luce, il rito e il dubbio. Maloberti non cerca la coerenza ma la comunione. Nelle sue opere, il sacro convive con il quotidiano, la fede con l’ironia, l’amore con la precarietà. La poesia non è mai una certezza: è una ferita che continua a brillare. E in questa ferita si riconosce l’umano. Guardare la parola “POESIA” rovesciata in uno spazio così carico di memoria non è un’esperienza estetica, ma etica. È un promemoria: anche ciò che crediamo immutabile — la lingua, la storia, la bellezza — può cambiare direzione. Può ribaltarsi, e nel farlo tornare a vivere. Quando il giorno finisce e la luce artificiale del neon si confonde con quella del crepuscolo, Villa Giulia sembra respirare. Non è più un museo, non è più un giardino: è un pensiero in forma di luogo. Quella parola bianca sospesa nel buio diventa un segno di continuità tra ciò che eravamo e ciò che potremmo ancora essere. POESIA non offre consolazione, ma una domanda: che cosa rimane di noi, se togliamo al linguaggio la capacità di sognare? Forse niente. O forse proprio quello che resta è ciò che vale la pena di chiamare ancora arte. Alla fine, quando la scritta si spegne, non resta il buio ma una scia: un residuo di luce che continua dentro chi ha guardato. Ed è lì che la poesia accade davvero — non nel neon, non nel marmo, ma nello spazio fragile che si apre tra lo sguardo e il pensiero. E in quella soglia, per un istante, sembra che la parola “poesia” non sia più un suono antico, ma una promessa ancora possibile.