bocal – Pieux Établissements de la France à Rome
“PREZIOSA”
Alix Boillot – Mercedes Klausner
A cura di Isabella Vitale
Reggenza dell’istituzione Fra Renaud Escande, Régent dei Pieux Établissements
Presidenza dell’ente promotore Florence Mangin, Ambasciatrice di Francia presso la Santa Sede
Roma, 19 novembre 2025
Nasce a Roma bocal, e per comprenderlo bisogna guardarlo dall’alto, come si guardano i cortili segreti delle periferie o i campi spogliati dal vento al mattino. Da sopra si rivela una geometria rigida, precisa, quasi ostinata: un disegno nitido, contenuto, che ricorda la forma di un tempio soltanto nella pianta, nella regolarità delle sue ossa architettoniche.
Al centro, un incavo scavato, un cuore tenuto basso, quasi un pozzo urbano che aspetta di essere colmato da ogni sguardo. Nessun simbolismo, nessuna invocazione: è la forma stessa che, senza volerlo, si fa disciplinata e raccolta, come un pensiero che prende ordine. In questa cavità luminosa i Pieux Établissements de la France à Rome – guidati dall’Ambasciatrice di Francia presso la Santa Sede, Florence Mangin, e da Fra Renaud Escande – hanno creato uno spazio che non ha la rigidità dei luoghi istituzionali. bocal è più simile a un respiro, a un’intercapedine viva: non contiene, ma lascia passare. La direzione artistica di Isabella Vitale lo abita senza occuparlo, preferendo il silenzio alla dichiarazione, la trasparenza all’impianto museale. È un luogo dove la realtà contemporanea entra senza armature, nuda, con tutte le sue esitazioni. La parola stessa – bocal – ha un suono di vetro e aria. Sembra una bolla che si forma e si dissolve, un oggetto che trattiene la luce solo per intensificarla. Qui le opere non vengono protette, ma esposte nel senso più autentico: messe al centro di un passaggio, osservate come si osservano gli oggetti che sopravvivono al tempo.
La prima mostra, Preziosa, mette in dialogo due ricerche che lavorano dentro un unico elemento: l’acqua. Ma non come immagine, non come racconto. Qui l’acqua è una condizione, un modo di stare al mondo: mutabile, instabile, carica di tutto ciò che porta con sé. L’acqua che scorre lungo i muri delle case popolari dopo un temporale, l’acqua che invade le periferie, l’acqua che si raccoglie nelle pozzanghere dove i ragazzini giocano. Alix Boillot porta in questo luogo geometrico una morbidezza che sembra un soffio. Grace, il video girato durante una residenza romana, non è una performance ma un corpo che canta con tutto ciò che il corpo non dice: la voce che vibra, trema, che trasforma l’aria intorno. In L’Éternité (collier), invece, la lacrima prende una forma solida, come un gesto impossibile che diventa oggetto. La fragilità che si fa materia è una contraddizione che solo l’arte può permettersi senza vergogna: ciò che dovrebbe svanire si trattiene, si cristallizza, si offre al tatto. E poi c’è Mercedes Klausner, dove la mostra cambia densità, si addensa in un punto come se lì ci fosse un campo magnetico. Qui il linguaggio non basta più. Klausner lavora come lavorano le correnti sottili, quelle che non si vedono ma continuano a muovere la superficie delle cose. Lei non guarda la materia: ascolta le sue vibrazioni interne.
I suoi soggetti non sono le tracce, ma ciò che le tracce emanano: la loro forza invisibile, la loro anima residua. Il suo punto di partenza è un frammento d’intonaco recuperato dalle baracche che un tempo si appoggiavano agli archi dell’Acquedotto Felice. Un resto del mondo, un frammento che porta addosso la stanchezza di chi lo ha abitato. Su quella superficie, negli anni Settanta, mani anonime hanno inciso piccoli segni, graffi sottili, gesti minimi. Ma ciò che Klausner raccoglie non è il graffito: è la sua emanazione eterica. Come se quei segni avessero trattenuto una vibrazione che la materia non è riuscita a cancellare. In La maison de l’aqueduc, l’artista non interpreta quei segni: li risveglia. Li richiama come si richiamano gli spiriti leggeri, dando loro un corpo di immaginazione vivente. Steiner avrebbe detto che qui non si tratta di memoria, ma di un “ritorno energetico”: le vite marginali, quelle che non hanno lasciato storie scritte, tornano come presenze sottili, figure che pulsano appena sotto la superficie del visibile. Klausner costruisce una mappa animica: non una narrazione, ma un campo di forze. I suoi lavori – disegni, fotografie, installazioni – non rappresentano: emanano. Sono superfici che respirano, che modificano la qualità dell’aria attorno. Guardandoli, non si pensa: si avverte. Una leggera variazione del colore, una vibrazione nello sguardo. Il frammento non è più residuo: diventa soglia.
Il risultato è una forma di restituzione che ha il tono di una riconciliazione. Le presenze disperse, cancellate dalla città, tornano non come ricordi, ma come pulsazioni sottili. Non nomi, non volti: forze. La parte più segreta della mostra è qui, in questo lavoro che non racconta nulla ma dice tutto ciò che la materia tace. Tra Boillot e Klausner si crea un dialogo sorprendente, fatto di densità diverse: una voce che cristallizza l’emozione, un frammento che rilascia la propria vibrazione sopravvissuta. bocal – con la sua struttura geometrica e il suo cuore scavato – accoglie entrambe le tensioni come si accolgono due correnti d’acqua che si incontrano, senza fusione ma senza conflitto. A completare questo percorso, Giravolte di Alix Baillot, nato dalla fusione di alcune monete della Fontana di Trevi raccolte insieme a Caritas Roma: un’opera che si muove nella città come un gesto di ritorno, dimostrando che bocal non finisce dove finisce il suo pavimento. Le biografie delle artiste risuonano nello spazio: Boillot con i suoi materiali umidi, salini; Klausner con le sue forze sottili, i suoi resti animici. Così bocal si mostra per quello che è: una soglia. Una cavità che non trattiene ma fa emergere. Un punto dove l’arte non viene protetta, ma ascoltata. Un luogo che lascia passare il mondo, e intanto lo illumina. Un bocal che respira. Photocredit Eleonora Cerri Pecorella