Roma, Sala Umberto
VOLEVO ESSERE MARLON BRANDO
Tratto dall’omonima opera autobiografica scritta da Alessandro Haber e Mirko Capozzoli, edita da Baldini & Castoldi
Con Alessandro Haber, Francesco Godina, Brunella Platania e Giovanni Schiavo
Scene Alessandro Chiti
Disegno luci Antonio Molinaro
Musiche Oragravity
Grafica Giulia Pagano
Regia e drammaturgia Giancarlo Nicoletti
Produzione Goldenart Production – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo
in collaborazione con il Festival Teatrale di Borgio Verezzi
Roma, 19 novembre 2025
«L’attore è un angelo caduto che recita per redimersi», scriveva Artaud. Ed è proprio da questa condizione di fragilità redenta che prende forma Volevo essere Marlon Brando, in scena al Teatro Sala Umberto di Roma, dove Alessandro Haber trasforma la propria biografia in una liturgia teatrale, oscillante tra confessione e rito laico. Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro autobiografico scritto con Mirko Capozzoli e pubblicato da Baldini & Castoldi, è firmato nella regia e nella drammaturgia da Giancarlo Nicoletti, che costruisce attorno all’attore un dispositivo complesso di parola, suono e immagine.
Ne nasce un’opera-matrice, dove vita e teatro si specchiano l’una nell’altro fino a confondersi, e dove la memoria diventa materia plastica, manipolata in scena come un corpo ancora vivo. Haber non interpreta se stesso: si reinventa, si scompone, si raddoppia. Il palcoscenico non è più uno spazio fisico ma una zona mentale, un labirinto in cui l’attore cerca la propria immagine perduta. L’avvio, di sorprendente forza simbolica, è una chiamata dall’alto: Dio — con la voce di Michele Placido — lo avverte che la sua fine è vicina. Ma il tempo che resta non è quello del congedo, bensì del bilancio, dell’inventario sentimentale e artistico di una vita vissuta “senza filtro”. Da quel momento lo spettacolo procede come un dialogo con l’ombra, un monologo che si apre al coro, dove la confessione privata diventa linguaggio collettivo. Attorno a lui si muovono Francesco Godina, Brunella Platania e Giovanni Schiavo, tre presenze fluide, incarnazioni delle sue voci interiori, dei suoi amori, dei suoi amici perduti e delle sue illusioni. Nicoletti orchestra i quattro interpreti come strumenti di una stessa partitura, alternando il racconto realistico all’allucinazione, la parola detta alla parola ricordata. Il risultato è un flusso di coscienza in continua mutazione, che scivola dal lirismo alla risata, dall’autoironia alla nostalgia, senza mai cadere nel sentimentalismo. L’allestimento è calibrato con rigore e leggerezza.
Le scene di Alessandro Chiti, sobrie e mobili, costruiscono un camerino della memoria, luogo di transito e di metamorfosi. Il disegno luci di Antonio Molinaro cesella i volti e li sospende in una dimensione quasi pittorica, mentre le musiche originali di Oragravity accompagnano il ritmo del racconto come un respiro intermittente. Le immagini video — frammenti di film, fotografie, apparizioni del passato — non illustrano ma raddoppiano il senso, diventando parte di una drammaturgia visiva che dialoga con quella testuale. Nicoletti, regista di solida formazione e fine lettore di linguaggi scenici, concepisce Volevo essere Marlon Brando come un “teatro della memoria attiva”. Lungi dal ridursi a un autoritratto agiografico, lo spettacolo è un esperimento di metateatro in cui Haber affronta il mito del sé con un’ironia quasi crudele. La sua voce, roca e irregolare, non è solo mezzo espressivo ma segno drammaturgico: strumento di un corpo che racconta se stesso e, nel farlo, si rigenera. C’è in lui la consapevolezza del limite fisico, ma anche la gioia febbrile di chi trasforma la fatica in energia teatrale. La regia lavora sul contrasto: alterna piani temporali, sovrappone registri linguistici, mescola autobiografia e invenzione, fino a costruire un linguaggio che è insieme confessione e gioco. Haber canta, parla, si interrompe, ironizza, si commuove. Ogni scarto, ogni esitazione diventa gesto teatrale.
La musica — La valigia dell’attore di De Gregori e Vedrai vedrai di Tenco — si fa medium della memoria: non commenta, ma condensa. Sono i momenti in cui la narrazione si apre all’emozione pura, dove la voce di Haber torna strumento musicale, più che parola. Lo spettacolo, pur sostenuto da una macchina produttiva precisa — Goldenart Production e Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo e la collaborazione del Festival Teatrale di Borgio Verezzi — conserva una freschezza sorprendente. Nicoletti evita l’enfasi, preferendo un tono di continua sospensione. Nulla è definitivo, tutto è provvisorio, come in un sogno che si riscrive ogni sera. E quando l’azione sfiora l’imperfezione — un passaggio video sbagliato, un ingresso anticipato — non è difetto, ma segno di vitalità. Il teatro, sembra dirci Haber, vive solo nel rischio dell’imprevisto. In Volevo essere Marlon Brando convivono due tensioni: quella della confessione e quella della finzione. L’attore che si racconta non cerca perdono, ma relazione. La sua verità non è un documento, ma un gesto condiviso, una forma di presenza. Lo spettatore, illuminato dalle luci di sala, diventa parte della scena: testimone, giudice e complice. Nicoletti annulla la distanza, includendo il pubblico nel rito, come se la platea stessa fosse l’ultima reincarnazione possibile del protagonista. Il finale non offre redenzione né catarsi, ma continuità.
L’attore accetta la propria reincarnazione in un altro corpo, in un altro attore, in un’altra voce. È l’immagine più limpida del teatro come atto infinito: un’eredità che passa da un interprete all’altro, da una vita all’altra. Non c’è conclusione, solo la promessa che la scena non muore mai, ma cambia volto. Volevo essere Marlon Brando è dunque molto più di un autoritratto: è un esercizio di identità moltiplicata, un atto di resistenza poetica e un esperimento di drammaturgia fluida, dove i confini tra arte e vita si dissolvono. Nicoletti costruisce con Haber un’opera che respira e sanguina, che ride e si interroga, che si permette di essere imperfetta perché profondamente viva. In un’epoca in cui la memoria dell’attore tende a farsi narrazione monumentale, questa pièce sceglie la via opposta: la fragilità come metodo, la confessione come forma, il teatro come atto d’amore. Haber non recita il proprio mito — lo reinventa. E nel farlo, ci ricorda che l’attore, come l’uomo, è sempre in bilico fra verità e menzogna, fra finzione e rivelazione, fra Marlon Brando e se stesso. PhotocreditTommasoLePera
Roma, Sala Umberto: “Volevo essere Marlon Brando”