Roma, Teatro Argentina
SABATO, DOMENICA E LUNEDI’
Commedia in tre atti di Eduardo De Filippo
Regia Luca De Fusco
Con Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma
E con Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersila Sokoli
Scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
Luci Gigi Saccomandi
prodotto da Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura
Roma, 25 novembre 2025
C’è, nella commedia di Eduardo De Filippo, un equilibrio che non ha nulla di compiacente: un punto d’incontro fra l’esperienza quotidiana e la costruzione teatrale, che appare tanto naturale quanto difficile da preservare. Si tratta di una precisione quasi etica, più che tecnica, poiché le parole, i gesti, le esitazioni dei personaggi si muovono su un filo sottile, pronto a spezzarsi non appena chi mette in scena cerca di aggiungere ciò che non serve.
È un teatro che chiede sobrietà, attenzione, una misura che non si improvvisa. Nella nuova edizione di Sabato, domenica e lunedì, diretta da Luca De Fusco, questa misura viene rispettata con un rigore che può sorprendere chi, oggi, è abituato al rumore. De Fusco non tenta scorciatoie e non cerca effetti. Si dispone davanti al testo come si farebbe davanti a un congegno delicato, convinto che la cosa migliore sia lasciare che funzioni secondo le sue leggi. Il risultato è una messa in scena che rinuncia all’imposizione del gesto registico e preferisce un passo lento, quasi prudente, privo di ostentazioni. Fin dall’inizio il regista si dichiara per quello che è: non un interprete che vuole piegare l’opera al proprio sguardo, ma un lettore che ne custodisce il ritmo interno. La commedia procede secondo il respiro che Eduardo le ha dato, con pause che non diventano mai manieristiche e con un ordine che tiene lontani ogni vezzo e ogni tentazione di “aggiornamento”. L’allestimento di Marta Crisolini Malatesta segue la stessa linea: niente ricostruzioni pedisseque, niente nostalgia illustrativa. La casa dei Priore non pretende di essere un luogo realistico; è un ambiente evocato con pochi elementi, come se apparisse dalla memoria dei personaggi, più che dalla loro quotidianità. Questa sottrazione non impoverisce lo spazio scenico: lo chiarisce.
I costumi, anch’essi firmati da Crisolini Malatesta, mantengono un profilo discreto. Non c’è bisogno di folklore, né di un’epoca mostrata con insistenza; basta quel tanto che serve a collocare i personaggi nella loro condizione sociale, senza caricature. Le luci di Gigi Saccomandi completano l’insieme con una finezza che evita ogni drammatizzazione superflua: chiaroscuri lievi, variazioni minime, come il movimento di una tenda che cambia l’atmosfera di una stanza senza che nessuno la tocchi. In questo quadro disciplinato, la commedia torna al suo centro naturale: la famiglia Priore, i suoi silenzi, le sue fatiche interne. Eduardo costruisce la vicenda come una progressione che attraversa tre giorni della settimana, ognuno con un proprio peso simbolico. Il sabato porta con sé un’inquietudine che nessuno vuole affrontare apertamente; la domenica fa crollare le difese; il lunedì offre una tregua, necessaria ma tutt’altro che risolutiva. De Fusco segue questa linea con attenzione quasi clinica: lascia che i contrasti emergano dal lavoro quotidiano della casa, dai movimenti ordinari, dalle parole che sembrano sfuggite più che pronunciate. Il palcoscenico è attraversato da un’attività continua: mani che cucinano, che preparano, che spostano oggetti. Ma questo non è realismo illustrativo; è piuttosto un modo per suggerire che il dramma nasce da ciò che si fa senza pensarci, dalla routine che tiene insieme una famiglia e allo stesso tempo la consuma. Eduardo ha sempre mostrato che il quotidiano è la scena naturale dell’infelicità e della riconciliazione; qui questo principio viene mantenuto con lucidità.
In questo contesto, Teresa Saponangelo costruisce una Rosa che non ha bisogno di esibire dolore o grandezze. Il suo personaggio è attraversato da una malinconia calma, da una stanchezza che non si trasforma in vittimismo. La sua forza sta nell’ascolto: lascia spazio agli altri, accoglie il tempo delle battute altrui, modula la voce in lievi mutamenti che dicono più delle parole. È un modo di recitare che non concede nulla all’enfasi, e proprio per questo raggiunge una dimensione autentica. Claudio Di Palma, nei panni di Peppino, evita d’istinto ogni imitazione di Eduardo e libera il personaggio dalla sua ombra ingombrante. Il suo Peppino è un uomo bloccato, incapace di formulare le ragioni del proprio disagio, e proprio da questa incapacità nasce la sua verità. Di Palma recita con un sottotono vigile: non attenua le emozioni, ma le lascia affiorare appena, come se temesse che un gesto di troppo potesse tradirle. Il resto del cast si muove con la stessa esattezza, componendo un gruppo che non cerca individualismi, ma una coerenza d’insieme rara da trovare. Chi spera di trovare in questo spettacolo un’operazione di modernizzazione resterà spiazzato. De Fusco non ha voluto imporre al testo letture sociologiche o attualizzazioni d’uso comune. Ha preferito lasciare che fossero le situazioni stesse a parlarci del presente, senza proclami. E così accade: la difficoltà di comunicare, il peso delle convenzioni, la fatica delle relazioni domestiche risultano più vive proprio perché non vengono forzate. Il terzo atto, quello della ricomposizione, è trattato con particolare cautela. La riconciliazione non è un traguardo, ma un accordo provvisorio, un ritorno all’ordine che non cancella le incrinature. La tavola rimessa a posto, i gesti che suggeriscono una pace possibile ma non garantita, mostrano una verità che chiunque può riconoscere: nelle famiglie, come nella vita, ci si riallaccia spesso per necessità, non per convinzione. Questo Sabato, domenica e lunedì è uno spettacolo severo, costruito con la disciplina di chi sa che la tradizione non è un peso, ma una responsabilità. Non c’è stravaganza, non c’è rumore. E proprio per questo, nella sua sobrietà, possiede una qualità oggi singolare: la capacità di restituire al teatro la sua essenza senza pretese, con una lucidità che sa di rispetto e, forse, anche di coraggio.