Roma, Teatro Brancaccio: “Frida Opera Musical”

Roma, Teatro Brancaccio
“FRIDA OPERA MUSICAL”
scritto da Andrea Ortis e Gianmario Pagano
musiche e liriche Vincenzo Incenzo
Frida Khalo FEDERICA BUTERA

La Catrina DRUSILLA FOER
Diego Rivera ANDREA ORTIS
coreografie Marco Bebbu
assistente coreografo Lara Ferrari
costumi Erika Carretta
progetto luci Valerio Tiberi e Virginio Levrio
scenografie Gabriele Moreschi
progetto video Virginio Levrio
progetto suono Enrico Porcelli
regia Andrea Ortis
produzione Mic International Company
Roma, 13 novembre 2025
Ci sono spettacoli che nascono con ambizioni così smisurate da soccombere sotto il loro stesso peso. Frida Opera Musical, in scena al Teatro Brancaccio di Roma, rientra esattamente in questo caso: un lavoro che vuole essere opera, musical, affresco visivo, biografia, rito collettivo, e che arriva persino a evocare la parola “kolossal”, termine che, se usato con leggerezza, suona più come un azzardo che come una promessa. Un kolossal, infatti, implica solidità, compattezza, precisione drammaturgica. Qui, invece, l’abbondanza si trasforma in dispersione. L’intenzione dichiarata è quella di “non narrare, ma accadere”: un’idea affascinante, che mira a costruire un teatro di immagini più che di racconto. Andrea Ortis , Gianmario Pagano e Vincenzo Incenzo cercano di rendere la vita di Frida Kahlo una liturgia scenica, un continuo passaggio fra realtà e simbolo, visione e materia. Ma tradurre un’esistenza così complessa in una sequenza di quadri richiede una coesione che l’opera fatica costantemente a trovare. La partitura musicale appare sin da subito rigida, poco incline alla fluidità richiesta da una struttura tanto articolata. Le melodie si distendono con fatica, i testi oppongono resistenza al canto, e la linea vocale sembra più un esercizio di resistenza che un veicolo emotivo. L’effetto complessivo è di un’opera che chiede molto agli interpreti ma offre loro poco in cambio. Questo squilibrio pesa soprattutto sulle spalle di Federica Butera, chiamata a incarnare Frida. Ha un timbro dignotoso, un fraseggio diligente, un’evidente dedizione. Eppure la parte rimane più grande di lei, non solo per incapacità, ma per la natura stessa del personaggio. Frida Kahlo richiede una profondità che precede la tecnica: è una donna che si è dipinta per sopravvivere alla propria solitudine. «Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio», scriveva. Dare corpo a un’autocoscienza così feroce implica un vissuto che nessuna scuola, nessuna buona volontà può sostituire. È un compito sproporzionato, che la sua vocalità non riesce a interiorizzare, e che la drammaturgia non le facilita. Andrea Ortis, nel ruolo di Diego Rivera, offre una prova corretta ma poco incisiva: un Diego più evocato che vissuto, rallentato da un declamato rigido e da una costruzione psicologica poco approfondita ed un canto poco curato. Accanto a lui, Antonello Angiolillo, Floriana Monici, Valeria Belleudi, Riccardo Maccaferri, Debora Boccuni e gli altri comprimari affrontano ruoli spesso ridotti a funzioni simboliche. Le loro prove vocali sono altalenanti: talvolta solide, talvolta scosse da problemi di intonazione e instabilità del fiato, che rendono fragili diversi momenti d’insieme. È un mosaico diseguale, che non trova una vera linea comune. Tra le molte eroine evocate, anche Tina Modotti non trova una restituzione degna della sua statura. La rivoluzionaria lucida e la fotografa militante si riducono a una presenza flebile, priva della forza che la storia le riconosce. I pochi momenti cantati non aiutano: linee instabili, ora calanti ora forzatamente crescenti, con code chiuse da esitazioni imbarazzanti. Ne deriva un ritratto sbiadito, che annulla l’intensità e il rigore etico di una delle figure più complesse del Novecento. In questo contesto difficile entra Drusilla Foer, presenza scenica di indubbia eleganza e intelligenza. È la voce narrante, il filtro lirico, la figura che dovrebbe mettere ordine dove tutto rischia di sfilacciarsi. Con il suo stile raffinato porta in scena un carisma naturale, la grazia di chi sa governare la parola, la capacità di dare senso anche ai silenzi. Ma qui si vede che arranca: cerca con determinazione di sostenere l’impianto, di dargli ritmo, misura, direzione. Il suo talento è evidente, la sua tenuta impeccabile, eppure la struttura intorno a lei si sfalda comunque. Neppure la sua forza interpretativa riesce a trasformare ciò che resta una materia refrattaria, incoerente, spesso ingovernabile. Ed è un peccato, perché l’apparato visivo è tra le parti più riuscite dello spettacolo. Le scene di Gabriele Moreschi, animate dalle proiezioni tridimensionali di Virginio Levrio, costruiscono una geografia teatrale che si trasforma con fluidità: la Casa Azul, la selva mesoamericana, la Parigi surrealista, la New York industriale. Le luci di Valerio Tiberi e dello stesso Levrio sviluppano un codice cromatico preciso: il giallo della terra, il rosso della lotta, il blu della sofferenza, il bianco della frattura. È un linguaggio visivo raffinato, persino affascinante. Ma resta chiuso in sé stesso: più immagine che emozione, più cornice che ferita. La drammaturgia non sostiene questa potenza visiva. Le scene si accumulano più che progredire, alcune sequenze sembrano esistere per ribadire un’iconografia già nota, altre si dissolvono prima di lasciare traccia. Si avverte una fiducia eccessiva nella forza del simbolo, come se bastasse ripetere colori, pose e riferimenti per restituire profondità. È qui che emerge il vero limite dell’opera: la retorica. Una retorica scenica che confonde intensità con saturazione, grandezza con accumulo, mito con decorazione. E Frida Kahlo, che aveva fatto della verità una lama affilata, finisce diluita in superfici scintillanti che la tradiscono più che celebrarla. Il risultato è una figura che non vive davvero sulla scena: appare, svanisce, si moltiplica in pose, ma non incide mai. Alla fine, ciò che resta non è tanto la storia di Frida, quanto l’impressione di un enorme apparato che tenta di sostenerla senza mai riuscirci del tutto. Tutto è stato ingrandito, enfatizzato, moltiplicato: un’esaltazione del molto che lascia scoperto l’essenziale. E vien da pensare, osservando l’insieme, che la magnificenza della confezione avrebbe potuto convincere chiunque — tranne una persona: Frida stessa, che non tollerava gli abbellimenti e che distingueva con spietata chiarezza ciò che è vero da ciò che è falso. Se avesse assistito allo spettacolo, avrebbe forse accennato un sorriso ironico e mormorato: «Non basta dipingermi, bisogna conoscermi.» E probabilmente sarebbe uscita prima dell’ultimo quadro.