Roma, Teatro Brancaccio: “Rocky Horror Show”

Roma, Teatro Brancaccio
ROCKY HORROR SHOW – Tournée 2025
Autore Richard O’Brien
Produttore Howard Panter
Regia Christopher Luscombe
Frank-N-Furter STEPHEN WEBB
Janet HALEY FLAHERTY
Brad JAMES BISP
Rocky MORGAN JACKSON
Magenta / Usherette LAURA BIRD
Riff Raff RYAN CARTER-WILSON
Columbia DAISY STEERE
Eddie / Dr. Scott EDWARD BULLINGHAM
Produzione Alveare Produzioni in collaborazione con Trafalgar Theatre Productions
Organizzazione Ventidieci | Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale
Roma, 25 novembre 2025
È strano come certi spettacoli sembrino attraversare i decenni con la stessa naturalezza con cui una rockstar attraversa una stanza: senza chiedere permesso, senza scusarsi, senza mai davvero cambiare. Rocky Horror Show è uno di questi. La tournée 2025 diretta da Christopher Luscombe non prova neanche a mimetizzarlo o a lucidarlo come un cimelio da collezione: lo lascia respirare, vibrare, ribollire come una creatura mutante che non è nata per essere elegante, ma per essere irresistibile. E mentre i revival europei spesso sembrano copie ben stirate di un originale sbiadito, questo Rocky è una scarica elettrica che riporta tutto al punto di partenza: il musical può ancora essere sporco, glam, bellissimo e tremendamente divertente. La prima cosa che colpisce è quanto tutto funzioni con una precisione quasi militare, senza però perdere la follia che rende Rocky Horror quello che è. Luscombe dirige come un batterista che tiene il ritmo senza mai soffocare l’improvvisazione: lascia spazio, ma non lascia andare. La sua regia è un lubrificante perfetto tra anarchia e professionalità, tra camp e teatro mainstream. Ogni beat arriva nel momento giusto, ogni pausa è un colpo di coda, ogni entrata una frustata all’inerzia dello spettatore medio. E poi arriva lui: Stephen Webb. Il suo Frank-N-Furter non vuole conquistarti, vuole governarti. Non seduce: impone. Entra in scena come se fosse il frontman di una glam-band catapultato da un pianeta più intelligente del nostro. Vocalmente è solido, pulito, sorprendentemente preciso persino nei momenti più vertiginosi. Ma è la sua postura a fare il resto: la sicurezza incurante di chi sa che non c’è nulla più sexy dell’essere totalmente padrone del proprio spazio. Non è la versione scapestrata e sregolata del Frank storico, ma una creatura più teatrale, più consapevole, quasi un lounge-monster che si diverte a destabilizzare senza perdere mai la forma. Accanto a lui ci sono due interpreti che, per una volta, non vengono schiacciati dal magnetismo del personaggio principale. Haley Flaherty e James Bisp—Janet e Brad—sono la dimostrazione vivente che anche i “normies” possono fare rock. Flaherty costruisce un percorso che parte dalla fragilità e arriva allo sblocco totale: non imita l’ingenua sopraccarica, la aggiorna. È brillante, pulita, con una voce pop che ha la freschezza del vinile nuovo. Bisp, invece, è puro British humour: preciso, morbido nel timbro, comicamente chirurgico. Non deride Brad, lo interpreta. E questo gli permette di diventare qualcosa di raro: un nerd credibile. Poi ci sono gli eccentrici di Transilvania, una specie di super-band corale che tiene in piedi il mood dell’intero show. Ryan Carter-Wilson è un Riff Raff scattante, energico, dotato di quella punta di follia metodica che trasforma ogni geste in un tic narrativo. Laura Bird come Magenta/Usherette è un concentrato di voce e magnetismo: non sbaglia una linea, non perde un accento, non sovraccarica mai. Daisy Steere, come Columbia, è la perfetta incarnazione dello spirito West End: brillante, rapida, coreograficamente impeccabile. È lei che dà allo spettacolo la sua partitura fisica più scintillante, come una cassa dritta che tiene insieme tutto il ritmo. Morgan Jackson è un Rocky che vale il prezzo del biglietto solo per come entra in scena: fisicità atletica, comicità controllata, voce sorprendentemente solida per un ruolo spesso trattato come decorazione muscolare. Edward Bullingham, nel doppio ruolo Eddie/Dr. Scott, sembra divertirsi più di chiunque altro, ma lo fa con tecnica. Le sue due anime sono realmente distinte, e questo—nel microcosmo slapstick dello show—non è affatto scontato. Il gruppo dei Phantoms (Nathan Zach Johnson, Jesse Chidera, Tyla Dee Nurden, Bethany Amber Perrins) funziona come un motore a quattro tempi: preciso, potente, invisibile quando serve, onnipresente quando deve trascinare. Sono il collante coreografico dello spettacolo, quelli che garantiscono la fluidità, la continuità, l’energia laterale che trasforma un buon musical in uno show che esplode. Con loro, la presenza dei due swing—Lucy Aiston e David Peter-Brown—è la prova del livello produttivo: quando anche le “riserve” sono questo forti, significa che la macchina è di quelle internazionali che non possono permettersi margini. Non è solo questione di cast, però. La band suona con un’energia che ricorda più le prime file di un concerto che il fosso orchestrale di un teatro. Il suono è pulito ma pieno, mai invasivo, con un mix vocale che valorizza la partitura originale senza appiattirla. È un Rocky che conosce bene il suo DNA sonoro e lo aggiorna senza toccarne l’anima. Luscombe, dal canto suo, evita il vizio più comune dei revival: l’iperbole. Non sporca il ritmo, non infila gag fuori tempo, non trasforma Rocky in un carnevale autoreferenziale. Mantiene la struttura classica, valorizza le pause, rispetta i tempi comici come fossero partiture di un album culto. Sa quando lasciar esplodere l’interazione col pubblico e quando—finalmente—riconsegnare la scena alla musica. In un’epoca in cui molti show diventano festival del caos controllato, questa pulizia è quasi punk. Tutto funziona, tutto ha un senso, niente è lasciato alla casualità. Non è un copia-incolla di edizioni precedenti, ma un Rocky contemporaneo che rispetta il passato senza esserne schiavo. E qui sta il punto: non è solo un revival. È un muscolo che continua a muoversi. È un cult che non si accontenta di essere un cult. È uno spettacolo che ricorda a tutti perché il pubblico continua a tornare: non per nostalgia, ma per esorcizzare ancora una volta quel desiderio di libertà, di fluidità, di gioco sfrenato che Rocky ha insegnato a un’intera generazione. Un musical che non ti chiede di capire, ma di lasciarti andare. E quando un musical di 50 anni riesce ancora a farlo, significa che non è un classico. È un organismo vivente.