Roma, Teatro degli Audaci: “Art”

Roma, Teatro degli Audaci
“ART”

di Yasmina Reza
con Emiliano Coltorti, Emanuele Natalizi e Federico Campaiola
regia di Veruska Rossi
Aiuto regia Giorgia Brunori
Scenografia Sebastiano Vianello
Costumi Lisa Sorone
Tecnico luci/audio Ruben Greco
Prodotto da Walk of Ward
Roma, 06 novembre 2025
Vi sono testi che, pur nati come commedie, contengono in sé la gravità di un dramma filosofico. Art di Yasmina Reza appartiene a questa ristretta famiglia di opere in cui la parola, apparentemente leggera, diventa scalpello d’animo. Tre uomini, un quadro bianco, e una conversazione che si trasforma in scontro: tutto qui, verrebbe da dire. E invece, in questo apparente nulla, si apre il cuore stesso della condizione umana, la miseria e la nobiltà del sentimento d’amicizia, la sua fragilità, la sua inevitabile ambiguità. Nel nuovo allestimento diretto da Veruska Rossi, con Emiliano Coltorti, Emanuele Natalizi e Federico Campaiola, la commedia si fa specchio d’un tempo che non sa più distinguere tra gusto e identità, tra affetto e possesso. Tre amici, uniti da anni di consuetudine e di stima reciproca, si ritrovano divisi da un gesto tanto semplice quanto provocatorio: l’acquisto di un quadro monocromo, bianco su bianco, pagato una cifra considerevole. Ma quel bianco, che parrebbe un’invenzione dell’arte contemporanea, diviene presto il simbolo di un vuoto più profondo: l’assenza di dialogo, la crisi dei valori condivisi, la lenta erosione dei legami che reggono la civiltà. La regia di Veruska Rossi affronta la commedia con misura, sapendo che la grandezza di questo testo non sta nell’enfasi ma nell’ascolto. Lo spazio scenico curato da Sebastiano Vianello  è sobrio, quasi asettico: pareti chiare, arredi essenziali, luce diffusa. È un interno borghese, ma potrebbe essere anche una cella o una sala anatomica, dove i sentimenti vengono sezionati con rigore. Tutto concorre a rendere palpabile il tema del vuoto. I personaggi, immobili nel bianco, sono come tre ombre che tentano di riconoscersi. Le loro parole, dapprima argute, presto si fanno taglienti; il dialogo, che comincia come disputa estetica, si tramuta in processo morale. Gli interpreti si muovono dentro questa architettura con equilibrio e disciplina. Nessuno cerca il protagonismo: ciascuno è parte d’un triangolo perfettamente calibrato. L’intonazione comica non scade mai nel bozzetto; anzi, dietro ogni sorriso si percepisce un’inquietudine sottile, un senso di smarrimento. Gli attori non recitano “per” il pubblico, ma “davanti” a esso, come testimoni di un’esperienza che riguarda tutti. La loro recitazione è contenuta, esatta, priva di manierismi: tutto è affidato alla parola e al silenzio che la segue. Il testo di Yasmina Reza, con la sua apparente semplicità, possiede la precisione di un meccanismo classico. Ogni battuta è necessaria, ogni pausa pesa come un respiro trattenuto. La commedia nasce dal nulla e torna al nulla, ma nel mezzo lascia intravedere la vertigine. È un testo sull’arte, ma soprattutto sull’illusione dell’armonia. L’amicizia, qui, è osservata con la crudeltà dell’anatomista: un organismo che si crede sano, ma porta dentro il germe dell’incomprensione. Quando uno dei tre uomini difende la propria visione estetica, in realtà difende se stesso. Quando un altro ride, non lo fa per leggerezza, ma per paura. Il terzo, che tenta di conciliare, si dissolve tra le voci altrui. La regia, con intelligenza, non impone un’interpretazione: lascia che il testo agisca da solo, come una formula chimica che, una volta innescata, produce reazioni imprevedibili. Il ritmo è calibrato, la tensione costante. Non vi è mai un gesto superfluo, né un accento fuori posto. Il bianco, onnipresente, diventa sostanza drammaturgica: il quarto personaggio invisibile che domina la scena. È il simbolo del tempo che consuma, della memoria che scolora, della purezza perduta. Man mano che la disputa si accende, lo spettatore comprende che non si parla più di un quadro, ma della difficoltà di amare senza possedere, di capire senza giudicare. L’arte, nella sua ambiguità, si trasforma in metafora dell’esistenza. Guardare una tela bianca significa accettare che il senso non è dato ma cercato, che ogni verità è provvisoria. Così, anche l’amicizia si rivela come un atto di fede: si crede in essa finché non si è costretti a guardarla da troppo vicino. In questo allestimento, la comicità diventa un paravento sottile dietro cui si cela la malinconia. Le battute di spirito, che pure scatenano il riso, lasciano dietro di sé un’eco amara. Si ride per difendersi, come davanti a un dolore inevitabile. È questo equilibrio di leggerezza e gravità che fa di Art un capolavoro del teatro contemporaneo: una commedia che possiede il rigore di una tragedia. Nella parte finale, quando la tensione raggiunge l’apice e la discussione sembra irrecuperabile, accade qualcosa di inatteso: un gesto piccolo, un segno sulla tela, forse un atto di riconciliazione. È la catarsi, ma non una catarsi gioiosa: piuttosto, un momento di sospensione in cui i personaggi — e con loro il pubblico — riconoscono la propria vulnerabilità. Non c’è vittoria né sconfitta, solo consapevolezza. L’amicizia, come l’arte, sopravvive non per chiarezza, ma per ostinazione. Alla fine resta il bianco. Non più come simbolo del nulla, ma come spazio aperto dove ognuno può ancora disegnare qualcosa. Forse un gesto d’amore, forse una linea di separazione. In quel bianco si riassume l’enigma dell’opera: il bisogno di vedere e, al tempo stesso, la paura di guardare davvero. Il pubblico applaude con rispetto, come si applaude a una confessione. Si esce dalla sala con un pensiero discreto ma persistente: che la commedia, quando è vera, non consola; costringe a pensare, e nel pensiero trova la sua più alta dignità. Photocredit Patrizio Cocco