Roma, Teatro India
ATOMICA
uno spettacolo di Muta Imago
regia Claudia Sorace
drammaturgia e suono Riccardo Fazi
con Alessandro Berti, Gabriele Portoghese
collaborazione alla drammaturgia Gabriele Portoghese
consulenza letteraria Paolo Giordano
musiche originali Lorenzo Tomio
disegno scene Paola Villani
direzione tecnica e disegno luci Maria Elena Fusacchia
costumi Fiamma Benvignati
si ringrazia l’artista Elisabetta Benassi per INDEX Valentina Bertolino, Francesco Di Stefano, Silvia Parlani
foto di Eleonora Mattozzi
una produzione INDEX
in coproduzione con TPE – Teatro Piemonte Europa
in collaborazione con Politecnico di Torino – Prometeo Tech Cultures; Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con AMAT e Comune di Pesaro
con il supporto di MAB Maison des Artistes Bard, ATCL / Spazio Rossellini compagnia finanziata dal MiC – Ministero della Cultura
Roma, 15 novembre 2025
In scena al Teatro India fino al 23 novembre, Atomica della compagnia Muta Imago porta sul palco l’incontro – reale e al tempo stesso profondamente simbolico – tra il pilota americano Claude Eatherly e il filosofo tedesco Günther Anders. È il 1959 quando, nel reparto psichiatrico militare di Waco, Claude riceve una lettera da Vienna. Da anni vive tormentato dal ruolo avuto il 6 agosto 1945: a bordo dello Straight Flush, il B-29 incaricato della ricognizione su Hiroshima, fu lui a dare il via libera definitivo allo sgancio della bomba atomica.
Mentre il mondo lo celebra come un eroe, Claude non riesce a convivere con l’ombra delle vittime; per questo si auto-sabota, compie piccoli reati, tenta il suicidio, distrugge ogni legame, nel bisogno disperato di procurarsi una colpa “reale” che giustifichi il suo dolore. Anders, dall’altra parte, vede in lui l’essere umano che incarna tragicamente la propria filosofia sull’età atomica: un individuo schiacciato da un potere tecnico che nessun uomo può davvero assumersi. Su questo scambio epistolare, e sulla relazione intima, quasi salvifica, che nasce tra i due, lo spettacolo costruisce un dialogo serrato, fragile, continuamente in bilico tra memoria, responsabilità e speranza. Eatherly cerca una redenzione impossibile; Anders, attraverso la parola, tenta di ricomporre la frattura tra l’azione umana e le sue conseguenze. La scenografia richiama la sensazione di trovarsi “alla fine di The Truman Show”: un fondale azzurro, un cielo indefinito che sembra non avere confini, uno spazio che pare reale ma è chiaramente costruito. Sedie sparse, un letto di ospedale psichiatrico: pochi elementi che definiscono un ambiente mentale più che fisico. Anche le movenze di uno dei due attori ricordano, per certi tratti, Jim Carrey nel film: quella tensione continua verso un altrove, quel bisogno di evadere da una realtà che appare limitata e soffocante.
Un rimando a mio parere non casuale, perché il desiderio di fuga, dal proprio ruolo, dal proprio passato, dal proprio destino, attraversa tanto il film quanto il testo teatrale. Gli attori Alessandro Berti e Gabriele Portoghese offrono una prova intensa, sempre vigile, calibrata. Il ritmo rimane costantemente incalzante, ma non frenetico: una tensione continua che invita alla riflessione, una sorta di apnea emotiva che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine. Particolarmente efficace la scena sulle note di Il cielo in una stanza di Mina: un momento sospeso in cui, per un attimo, la tensione si scioglie e lascia spazio a una delicatezza inattesa, quasi un respiro di umanità nel cuore dell’angoscia. Nel complesso, avrei desiderato una maggiore linearità nei passaggi narrativi: a fine spettacolo resta fortissima la sensazione emotiva, ma avrei voluto conservare più nitidamente la storia, i suoi snodi, i suoi ritorni.
La scelta di costruire tutto su un flusso continuo di memoria e pensiero funziona sul piano emotivo, ma rischia di disperdere, talvolta, la struttura drammaturgica. Il lavoro sulle luci è straordinario: ombre, bagliori e variazioni cromatiche costruiscono non solo l’atmosfera, ma anche lo stato d’animo dei personaggi. Ogni dettaglio, dalle transizioni alle sfumature luminose, sembra studiato con precisione impeccabile. È un impianto visivo che non accompagna semplicemente il testo, ma lo amplifica, insieme ai suoni, alla musica. Atomica è uno spettacolo potente, rigoroso, profondamente pensato, che riesce a dare forma scenica a un tema enorme senza retorica. Un viaggio nelle nostre responsabilità più profonde, nella capacità, o incapacità, dell’essere umano di fare i conti con le proprie azioni. Uno spettacolo che resta impresso, concluso con un applauso raccolto e silenzioso.