Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
IL TENENTE COLOMBO. ANALISI DI UN OMICIDIO
Commedia gialla in due atti di Richard Levinson e William Link
Traduzione e adattamento teatrale Marcello Cotugno
Il Tenente Colombo GIANLUCA RAMAZZOTTI
Dottor Roy Fleming, psichiatra PIETRO BONTEMPO
Claire Fleming, sua moglie SARA RICCI
Susan Hudson, giovane attrice e amante di Fleming SAMUELA SARDO
Dave, procuratore e amico di Fleming NINI’ SALERNO
Oliver & Friends, Peep Arrow Entertainment Srl
Regia Marcello Cotugno
Scene Alessandro Chiti
Costumi Adele Bargilli
Luci Giuseppe Filipponio
Musiche originali selezione jazz a cura del regista
Roma, 18 novembre 2025
Si apre con un buio compatto, inciso da un grido improvviso e tagliente: un attacco che funziona come detonatore drammaturgico e che, con efficacia immediata, definisce la temperatura emotiva del Tenente Colombo – Analisi di un omicidio, in scena al Teatro Quirino. La regia di Marcello Cotugno si sviluppa entro un codice di rigorosa sottrazione, costruita su un impianto scenico misurato e su una gestione dei tempi che privilegia la tensione psicologica rispetto all’azione, in piena adesione a una poetica del teatro di parola più che del teatro di genere.
Il testo di Levinson e Link (1962) si fonda su un rovesciamento strutturale: la rivelazione del colpevole non è il punto d’arrivo, ma l’assunto iniziale. La drammaturgia si trasforma così in un dispositivo analitico, un percorso mentale condotto per progressive confutazioni, dove l’indagine non ricostruisce i fatti, bensì smonta l’architettura della menzogna. Cotugno intercetta con lucidità questa meccanica inversa e la traduce in una regia che cura con attenzione la partitura attorale, distribuendo pause, ritmi, sospensioni con un orecchio quasi musicale. Il procedere è rarefatto, controllato, persino ascetico: ma, proprio per la sua precisione millimetrica, qualche snodo rischia di risultare eccessivamente rallentato, con una dinamica narrativa che talvolta si comprime invece di vibrare. Il versante tecnico della messinscena registra alcuni elementi di criticità acustica: in più passaggi, i microfoni evidenziano lievi saturazioni o dispersioni, con un effetto di fastidioso rimbalzo sulle frequenze medio-alte che intacca la piena intellegibilità delle battute. Non si tratta di difetti strutturali, ma di interferenze sufficienti a sottrarre nettezza alla tessitura vocale, specie nei dialoghi frontali o nei cambi di posizione rapidi.
La scenografia girevole di Alessandro Chiti alterna con meccanismo chiaro lo studio dello psichiatra e il soggiorno domestico, costruendo un doppio ambiente funzionale alla dialettica fra spazio privato e spazio mentale. L’idea è valida e ben articolata, ma l’uso scenico non sempre sfrutta appieno le possibilità del dispositivo: la rotazione, pur fluida, appare a tratti solo dichiarativa e non realmente drammaturgica. Anche il disegno luci di Giuseppe Filipponio presenta alternanze qualitative: le scene in penombra sono di notevole finezza, con controluce che scolpiscono i volti e gli arredi in un chiaroscuro quasi cinematografico. Tuttavia, altre sequenze risultano penalizzate da puntamenti imprecisi o da una neutralità cromatica eccessiva, che appiattisce la profondità dello spazio e riduce il potenziale espressivo della scenografia. In alcuni cambi scena, inoltre, la transizione luminosa appare ritardata o non completamente sincronizzata con il movimento della pedana, generando un lieve scollamento percettivo. Sul piano interpretativo, Gianluca Ramazzotti offre un Colombo di grande raffinatezza: rifiuta la mimetica imitazione di Peter Falk per costruire un personaggio autonomo, fondato su microgesti, esitazioni strategiche, tempi dilatati e una gentilezza metodica che divora lentamente le certezze dell’avversario.
La sua è una prova di sottilissima calibratura, tipica dell’attore che padroneggia la retorica dell’understatement. Pietro Bontempo, nei panni dello psichiatra Roy Fleming, oppone una recitazione più strutturata, di grande rigore vocale e postura plastica, riuscendo a restituire al personaggio quella commistione di razionalità e timore che progressivamente incrina la maschera dell’assassino. Il dialogo tra i due, costruito come una vera e propria partita a scacchi drammaturgica, rappresenta il cuore della messinscena: una dialettica tesa, logorante, condotta sul filo della strategia e dell’osservazione. Accanto a loro, Sara Ricci dà vita a una Claire trattenuta, attraversata da un’eleganza malinconica che trova la sua espressività più compiuta nelle riapparizioni a forma di ricordo o proiezione mentale, mentre Samuela Sardo firma una Susan Hudson energica, talora incline a un’enfasi un poco eccedente, ma sincera nella fragilità intrinseca al personaggio. Ninì Salerno, nei panni del procuratore Dave, porta in scena un contrappunto di mestierata ironia, utile ad alleggerire la pressione drammatica senza scalfirne la coerenza.
La colonna sonora jazz, discreta e non invasiva, compone un paesaggio sonoro di buona coerenza stilistica, evocando la Los Angeles degli anni Sessanta con una morbidezza notturna che amplifica la tensione mentale più che quella d’azione. Cotugno firma dunque una regia che vive di ascolto, di precisione, di scavo psicologico. Il suo Colombo diventa quasi un trattato scenico sull’investigazione come forma di conoscenza: il metodo indiziario inteso non come accumulo di prove, ma come arte dell’osservazione e della contraddizione. Il pubblico segue il percorso non per scoprire il colpevole, ma per assistere al progressivo collasso dell’alibi, alla vittoria dell’intelligenza sulla manipolazione. Nel finale, con l’investigatore che si siede sulla poltrona dello psichiatra, il ribaltamento si compie con geometricità esemplare: il luogo del potere si rovescia, l’analista diviene analizzato, e l’assassino appare come un paziente fallito del proprio esperimento di controllo. Si esce dal teatro con l’impressione di uno spettacolo solido, coerente, intellettualmente rigoroso, che avrebbe potuto guadagnare ulteriore incisività con un uso più audace del linguaggio visivo e con una maggiore cura del comparto tecnico, soprattutto sul fronte audio e nelle transizioni luminose. Resta però intatta la qualità dell’insieme e l’eleganza interpretativa di Ramazzotti, cui Cotugno offre una partitura di notevole complessità e misura.