Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “La vedova scaltra”

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
LA VEDOVA SCALTRA
di Carlo Goldoni
con Caterina Murino, Enrico Bonavera
e con Giorgio Borghetti, Patrizio Cigliano, Mino Manni, Serena Marinelli, Lorenzo Volpe
con la partecipazione vocale di Jean Reno
Scene Fabiana Di Marco

Costumi Nicolao Atelier Venezia
Proiezioni Francesco Lopergolo
Aiuto regia Serena Marinelli
Regia e adattamento Giancarlo Marinelli
Roma, 26 novembre 2025
A teatro, a volte, capita una strana e semplice evidenza: i personaggi cessano di essere figure e diventano creature dotate di un respiro loro, un respiro che non è né artificiale né letterario, ma umano. È ciò che accade ne La vedova scaltra diretta da Giancarlo Marinelli. Qui la leggerezza della commedia di Goldoni non è trattata come un esercizio di stile, bensì come un materiale vivo, mobile, suscettibile di rivelare, dietro le battute e i travestimenti, quella piccola verità quotidiana che ciascuno riconosce senza bisogno di proclami.
L’allestimento procede con la calma ferma di chi non deve dimostrare nulla: avanza come una passeggiata in una città nota, dove ogni tanto un dettaglio sorprende proprio perché familiare. Al centro si trova Rosaura, interpretata da Caterina Murino. La sua figura appare con l’evidenza di un carattere che non ha bisogno di essere spiegato: è una donna libera, ma non per questo sicura; astuta, ma non per questo cinica. La Murino non disegna un modello, non compone un ritratto esemplare: osserva, interiorizza, restituisce. Il suo gesto – lento, circospetto, quasi timoroso di modificare ciò che sfiora – dice più di qualunque discorso sulla condizione femminile del tempo. C’è in lei una fragilità che non implode mai nel sentimentalismo, e c’è una forza che non conosce il bisogno di dichiararsi. Rosaura, così com’è sulla scena, ascolta. Ascolta sé stessa, ascolta gli altri, ascolta perfino il tempo che passa nei silenzi tra una battuta e l’altra. In quell’ascolto si manifesta la sua modernità: una donna che ha imparato a difendersi non con il clamore, ma con la misura. Ne deriva un fascino discreto, quasi imbarazzante per gli uomini che la circondano, i quali finiscono col muoversi attorno a lei come pianeti un po’ sghembi nella loro orbita imperfetta. Tra questi, l’Arlecchino di Enrico Bonavera introduce un elemento di umanità non addomesticata. Bonavera non cerca il mero virtuosismo: in lui il servo non è un fantoccio comico, ma un uomo che vive di espedienti con la naturalezza dell’istinto. La sua malizia è sincera, non cattiva; la sua risata è un atto di resistenza contro la precarietà della sua condizione. Gli altri interpreti – Giorgio Borghetti, Mino Manni, Patrizio Cigliano, Serena Marinelli, Lorenzo Volpe – costruiscono un coro ben calibrato. Ognuno possiede un tratto preciso: la presunzione, la gelosia, la suscettibilità, l’ingenuità complice. Sono caratteri brillanti, certo, ma portano dentro una specie di malinconia trattenuta, come se dietro la commedia ciascuno custodisse un piccolo fallimento privato. E poi c’è la voce di Jean Reno, che arriva come un soffio inatteso. Non domina, non invade. Passa, rimane un istante, e basta a suggerire che anche nel teatro può esistere un intervento celebre che non cerca di farsi ricordare. La scena di Fabiana Di Marco non vuole imitare Venezia né ricostruire un secolo. Preferisce evocare, suggerire, indicare dei luoghi interiori prima ancora che geografici. Scale, porte, superfici: elementi che sembrano appartenere più alla memoria che all’architettura. È uno spazio che respira con gli attori, che accoglie le loro solitudini e i loro incontri, e che permette alla commedia di dispiegarsi senza forzature. I costumi di Stefano Nicolao, con la loro doppia natura – storica e psicologica –, raccontano con immediatezza ciò che le parole non dicono: rigidità, morbidezze, vulnerabilità. Le proiezioni di Francesco Lopergolo aggiungono una dimensione ulteriore, come un velo leggero che passa sugli occhi senza oscurare nulla, ma offrendo un’ombra di sogno. La regia di Marinelli è caratterizzata da una qualità rara nel teatro contemporaneo: la discrezione. Non c’è volontà di imporsi, di dichiarare una tesi, di piegare il testo a una visione ideologica. C’è, invece, un rispetto quasi sorprendente per il meccanismo goldoniano e per le sue implicazioni umane. Marinelli osserva i movimenti reciproci dei personaggi, li lascia sfiorarsi, allontanarsi, ritrovarsi, senza mai costringerli dentro un gesto simbolico necessario. La sua regia non grida: accompagna. Ed è proprio in questa rinuncia all’enfasi che si trova la sua forza. Così La vedova scaltra non appare come un reperto del passato, ma come un piccolo trattato sulle relazioni di oggi. La paura di essere ingannati, il bisogno di essere scelti, la dignità che ci difende e, allo stesso tempo, ci isola: tutto questo non appartiene al Settecento più di quanto appartenga al presente. Rosaura, alla fine, non vince: comprende. Comprende chi è, cosa vuole, e lo afferma senza trionfo, senza teatralità, con quella semplicità che spesso coincide con la verità. Quando il sipario si chiude, ci si accorge di aver assistito a qualcosa che, pur nella sua modestia apparente, tocca una regione privata dell’esperienza: il desiderio di essere liberi senza rinunciare ad amare. In questo risiede la qualità più profonda dello spettacolo di Marinelli: esso racconta un’antica storia non come un mito, ma come un episodio che sarebbe potuto accadere ieri sera, in una cucina qualunque, durante una conversazione interrotta. Ed è forse questo il compito più vero della commedia quando è sincera: non far ridere, ma far vivere.