Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
“SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE”
di WILLIAM SHAKESPEARE
produzione Bis Tremila srl / Teatro Quirino srl
traduzione e adattamento Daniele Salvo, Melania Giglio, Marioletta Bideri
regia Daniele Salvo
scene Fabiana Di Marco
costumi Daniele Gelsi
musiche Patrizio Maria D’Artista
Puck MELANIA GIGLIO
Teseo / Oberon ALESSANDRO MARMORINI
Ippolita / Titania MARIA LUISA ZALTRON
Bottom FEDERICO GATTI
Egeo / Quince MARTINO DUANE
lisandro ALBERTO MARIOTTI
Demetrio TOMMASO SARTORI
Ermia MATILDA FARRINGTON
Elena MARIAL BAJMA RIVA
Fata ODETTE PISCITELLI
Snug / Fata ELEONORA RUSSO
Flute / Elfo FILIPPO RUSCONI
Snout / Elfo RAFFAELE VERNIERI
Starveling / Elfo JOYCE CONTE
produzione Bis Tremila srl
in collaborazione con Teatro Quirino srl di Roma
Roma, 11 novembre 2025
Con il nuovo Sogno di una notte di mezza estate, Daniele Salvo prosegue la sua indagine su Shakespeare come autore della complessità, filosofo del disordine e architetto del desiderio. Il suo allestimento, nato da una compagnia giovane e bilingue, si impone come un atto di rigenerazione teatrale: la parola, spogliata del peso del repertorio, diventa gesto, suono, ritmo, materia viva del pensiero. È un teatro che non riproduce il testo, ma lo attraversa come una partitura concettuale, in cui ogni segno diventa energia visiva. La scena iniziale si apre su uno spazio spoglio, dominato da verticalità severe e luci che incidono il vuoto. In questo paesaggio di linee e ombre, l’amore tra Teseo e Ippolita – interpretati dal bravissimo Alessandro Marmorini e Maria Luisa Zaltron – nasce come ferita politica, incontro tra dominio e resa. Salvo lavora per sottrazione: ogni gesto pesa, ogni silenzio costruisce una tensione plastica. La drammaturgia visiva è netta, geometrica, fino a quando il disegno si spezza e si apre al bosco – non un luogo realistico, ma un organismo mentale, un labirinto respirante che risponde ai movimenti dei corpi.
La scena di Fabiana Di Marco si fa fluida, le luci orizzontali fendono l’oscurità come correnti psichiche, e lo spettatore è invitato a perdersi in una topografia instabile, dove nulla è mai fermo. Il bosco diventa pensiero in movimento: una dimensione della mente, più che della natura. Le luci, usate da Salvo come dispositivo drammaturgico, producono una percezione mobile, frammentata, in cui la visione si dissolve e si ricompone. La musica di Patrizio Maria D’Artista si innesta in questa partitura come una pulsazione interna. Non accompagna, ma incide: lavora per frammenti e ritorni, creando una tensione che attraversa la materia scenica. I costumi di Daniele Gelsi completano la dialettica tra ordine e caos: la corte si veste di rigore, il bosco di fluidità, in un sistema di materiali che amplificano il gesto e traducono la metamorfosi in superficie tattile. Al centro, gli attori: corpi che pensano, voci che danzano. Melania Giglio dà vita a un Puck magnetico, ironico e crudele, una creatura demiurgica che orchestra il disordine come principio vitale. Non più folletto del capriccio, ma mente lucida che governa il caos. Le sue parti cantate, dissonanti e strazianti, talvolta persino stridenti ma ipnotiche, aprono fenditure emotive nella scena: suoni che non accompagnano, ma incidono, trasformando la voce in materia concettuale. Anche la sua recitazione segue queste vertigini: si muove per scarti, sospensioni, respiri e tempi irregolari, come un corpo che pensa attraverso il suono. In lei, crudeltà e seduzione coincidono, e il canto diventa pensiero incarnato, vertigine sonora di un certo teatro contemporaneo. Federico Gatti, nei panni di Bottom, compie un’operazione opposta: esilarante e tragico insieme, trasforma la goffaggine in poesia fisica, alternando momenti di irresistibile comicità a passaggi di profonda intensità emotiva.
È un attore che si dona interamente, che fa del corpo uno strumento linguistico, del gesto un atto drammaturgico. Attorno a loro si muove lo straordinario quartetto degli amanti – Matilda Farrington, Marial Bajma Riva, Alberto Mariotti e Tommaso Sartori – in una coreografia di passioni incrociate. I sentimenti non sono detti, ma agiti; il linguaggio si fa corporeo, scandito da una musicalità collettiva che la regia governa con rigore quasi matematico. Tutto nello spettacolo è ritmo e contrappunto, un sistema di echi e corrispondenze che si costruisce come una partitura visiva. Ma proprio questa architettura così precisa, questa coerenza che regge il tutto, porta con sé la sua ombra: non la lentezza, ma la digressione. Alcune sequenze, nel loro ripetersi, rischiano di diventare contemplative, di insistere sul significato fino a sfiorare la ridondanza. È un rischio consapevole, quasi necessario: Salvo non cerca la sintesi ma la stratificazione, non la linearità ma la proliferazione del senso. Il suo teatro si muove per accumulo, come un pensiero che ritorna su se stesso per scavare più a fondo. In questa oscillazione tra rigore e dispersione, tra controllo e perdita, lo spettacolo rivela la propria natura: un atto di arte totale. I momenti comici si intrecciano a frammenti di musical, le invenzioni corporee si mescolano al suono, e il tutto si fa linguaggio ibrido, contaminato, pulsante.
È qui che la regia ritrova l’essenza di Shakespeare: il poeta del disordine come motore vitale, il drammaturgo che costruisce mondi per farli esplodere. Quando il sogno si chiude e la luce del giorno ferisce la scena, ciò che resta è la consapevolezza di un teatro che pensa, che non consola né seduce, ma interroga. Un teatro che non rappresenta la metamorfosi, ma la pratica: che vive e si dissolve sotto gli occhi dello spettatore, restituendo all’arte la sua funzione critica. Il Sogno di Daniele Salvo è un atto d’amore per la scena come pensiero incarnato: un’esperienza lucida e sensuale, dove la coerenza si confronta con l’eccesso, la riflessione con la vertigine. In questa tensione vive la sua forza poetica: un teatro che non teme di ripetersi per dire di più, che fa del gesto una necessità e della consapevolezza una forma di bellezza. Un Sogno che non si limita a incantare, ma a risvegliare.